La spending review, le fotocopie e la nuova scuola

Si fanno sempre troppi convegni, anche quando sono animati delle migliori intenzioni. Anche quando le lacune organizzative sono uno specchio della cultura del Paese. Della nostra propensione all’innovazione. Oggi eravamo alla Camera dei deputati, in una delle tanti sede distaccate attorno a Montecitorio. Invitava il Censis, istituzione con cui ho eccellenti rapporti da almeno vent’anni, per presentare uno studio commissionato dalla regione Calabria sui nativi digitali e la scuola (mi sfugge il motivo per cui la regione Calabria commissioni uno studio del genere ma sicuramente esiste una ottima ragione). Risultati prevedibili, interpretazioni discutibili. Quando sento dire che la lettura di un libro fisico favorisce la concentrazione mentre Internet no perché lì non si fanno sforzi (il mio amico Giuseppe Roma, direttore del Censis), mi viene il sospetto che non abbiamo capito di cosa stiamo parlando. Forse io per primo. Faccio un esempio. In sala oggi, una piccola sala che avrà contenuto duecento persone al massimo ed era strapiena, non c’era in giro una sola copia di un quotidiano. Vuol dire che quelle sono tutte persone che non leggono più quotidiani? In parte è possibile. In parte invece magari li leggono su iPad, oppure si informano sui siti di news. Le notizie lette sui siti di news dei quotidiani valgono meno della lettura di un quotidiano di carta? Quella stessa sala solo dieci anni fa ci avrebbe visto tutti con la nostra copia del giornale sottobraccio. I tempi cambiano. Quella sala no. Non c’era una presa per caricare computer o telefonino; c’era un wifi fintamente gratuito che richiedeva di riloggarsi ogni 30 minuti, ma non funzionava comunque; e c’era una banda larga imbarazzante. Ho fatto un piccolo test, con una delle tante app che misura l’effettiva banda. Il risultato non sarà una prova scientifica ma ve lo dico lo stesso: capacità di banda in download 0,03 mbps, in upload 0,00 mbps. Praticamente eravamo in digital divide, in una sede istituzionale della Camera dei deputati scelta per un convegno sui nativi digitali.
E questo accade nell’indifferenza della politica mentre capitano altre cose che ci impongono una riflessione. Sono i giorni della spending review, una procedura benedetta se fatta bene e se, me lo auguro, non è vero che si taglieranno i fondi alle università per darli alle scuole private. Me lo auguro ma non è questo il punto adesso. Il punto è che mentre si fanno dei risparmi sacrosanti, speriamo oculati, il ministero degli Esteri sul suo sito pubblica un bando di gara per “il servizio fotocopie e movimentazione carta”. Movimentazione carta, ebbene sì. Base d’asta, 85mila euro. Ora prendete quella cifra e moltiplicatela per tutti i ministeri, per tutti gli uffici pubblici nazionali, per quelli degli enti locali. Quanto diavolo spendiamo ancora di fotocopie e movimentazione carta nel 2012? Comunque troppo, intanto però gli uffici della Camera sono in digital divide e così tanti altri uffici pubblici. Mentre sarebbero questi i primi posti dove portare non la banda larga, ma la banda ultralarga. Sarebbe questo il compito di quella cosa che si chiama Agenda Digitale.
Ora, avere una Agenda Digitale, ovvero una serie di politiche per lo sviluppo di Internet, non è un vezzo: è un obbligo che ci impone l’Unione Europea. Quando questo governo si è insediato c’erano tante speranze in questo senso: si era favoleggiato di un ministro per Internet, anzi un vice ministro, anzi un sottosegretario. Niente. Pazienza, non importa, a Internet non serve un ministro. Il governo ha così scelto la strada della Cabina di Regia, mettendoci ben sei ministri con i rispettivi staff a lavorare a testa bassa. Obiettivo iniziale: approvare l’Agenda Digitale entro il 15 giugno visto che il 21 giugno a Bruxelles al Parlamento europeo era in programma la sessione annuale sul tema. Anzi no, facciamo l’8, ci è stato detto dopo un po’ in un momento di ottimismo. Morale, l’Agenda ancora non c’è, pare che verrà approvata a settembre. Pare, forse. Speriamo. E speriamo che sia una Agenda che abbia una visione pubblica della rete e non privatistica. Lo dico più chiaramente: l’obiettivo primario non dovrebbe essere aiutare le aziende di telecomunicazioni a portare la banda larga a ciascuno di noi, ma creare una rete pubblica collegando gli uffici pubblici (così magari non faranno più fotocopie e faranno le telefonate gratis in Voip).
In testa agli uffici pubblici da cablare per me ci sono le scuole. Sono le scuole, tutte le scuole italiane a dover diventare gli avamposti digitali del paese. Primo, perché è giusto dare finalmente un segnale di attenzione concreta al mondo della scuola. Secondo perché ce lo chiedono i nostri studenti, i nativi digitali, ma anche i migliori docenti. Terzo, perché sono i ragazzi a poter risolvere uno dei problemi più complessi che abbiamo davanti: ovvero, come convincere il 40 per cento degli italiani che non usano Internet pur potendo, che si stanno perdendo qualcosa di importante? Sono i ragazzi, gli studenti, gli evangelist che possono risolvere il problema: saranno loro a spiegare a padri, madri, nonni che la rete “migliora la vita”. A patto di dar loro delle scuole di futuro.
Speriamo quindi che l’Agenda Digitale abbia il coraggio e la lungimiranza di mettere la scuola al primo posto. Intanto però, per fortuna, la scuola si muove. Ci sono ormai decine di storie di docenti che stanno cambiando tutto, i libri di testo, la didattica, il volto stesso del proprio istituto, senza aspettare niente e nessuno. Senza leggi speciali ne finanziamenti ad hoc. La scuola sta già cambiando. L’Agenda un giorno arriverà.