La cura

Se io fossi uno che ha “non vinto” le elezioni a Parma, mi chiederei perché le ha vinte il candidato di una forza politica che nei telegiornali non esiste, che sui giornali prende solo insulti e che vive e cresce esclusivamente in rete. E proverei a cambiare qualcosa. Che non vuol dire aprire un altro sito, twittare slogan fatti col copia e incolla o far postare dall’ufficio stampa un comunicato sulla propria pagina Facebook. Vuol dire capire che la rete, dopo aver cambiato interi settori industriali, sta cambiando per sempre anche quella particolarissima industria della democrazia che si chiama politica. E che quindi i partiti, o si adeguano o spariscono. Come i dischi in vinile. Non è una promessa, e nemmeno una minaccia: se uno lo capisce in tempo, anzi, è una opportunità.
Se io fossi uno che dice di aver vinto le elezioni senza se e senza ma (e gli altri che le hanno proprio perse stanno anche peggio) andrei a cercare i se e i ma. E magari capirei che dalla rete vengono due grandi domande per quella vecchia politica che in questo momento sembra la vera antipolitica. La prima è la trasparenza. Trasparenza radicale. I cittadini non si fidano più e vogliono sapere tutto. Pretendono i dati. E quindi metterei il bilancio del mio partito in rete con tutti i dati in un formato aperto e scaricabile e confrontabile da chiunque. Magari facendolo scoprirei che i tesorieri ladroni non erano soli. Oppure il contrario, meglio così. Non importa in fondo. Importa che da quel momento in poi sarà più difficile per tutti usare per fini propri i soldi pubblici. E soprattutto da quel momento un elettore potrà finalmente ricominciare a fidarsi del proprio partito. Andarne fiero.
Se io fossi uno che aspetta da un bel po’ di governare questo paese e che vede finalmente abbastanza vicino il traguardo, prima di scoprire che magari ho le gomme sgonfie, darei soprattutto una risposta alla seconda domanda che viene dalla rete. E’ una domanda di partecipazione. Vera, non formale. E’ una bella parola “partecipazione”: in una canzone molto popolare tra quelli che hanno “non vinto”, è addirittura il presupposto della libertà.
Il movimento che adesso fa tanta paura a chi comanda e a chi vuol comandare e che in realtà lascia perplessi anche chi ne rileva alcune dichiarazioni strampalate del suo leader, è arrivato dove è arrivato (il terzo partito nei sondaggi) perché è cresciuto giorno dopo giorno sulla partecipazione continua che la rete abilita. La discussione dei contenuti. Gli incontri fisici o virtuali tra i militanti. Il linguaggio privo di formalismi: il politichese. Queste cose una volta si facevano nelle sezioni, e poi nei congressi (quando non c’era solo un mercanteggiare di tessere). Ma oggi nei partiti non vanno più di moda pare. Oggi i leader sono arroccati con i loro staff al riparo da una legge elettorale che evidentemente non vogliono davvero cambiare perché si illudono che nulla cambi.
Se io fossi un leader politico che ha a cuore il futuro dell’Italia non avrei paura della rete e del futuro. Ma mi metterei in gioco, aprendo le finestre e le porte della mia casa per far vedere che non ho nulla da nascondere e soprattutto che mi interessa quello che i cittadini sentono, pensano e mi propongono. Che non vuol dire farsi guidare dal “popolo del web”, ma accettare il confronto e guidarlo se necessario. Così fa un leader.
Era una cosa bella, la politica. Può esserlo ancora. Fate presto, peró.