Don McCullin, la pace impossibile

Mi piacciono le storie e mi piacciono le fotografie che raccontano storie. C’è una fotografia umanitaria, intensa e lirica che racconta la storia. Sto parlando di quella di Don Mc Cullin. In questa, ogni immagine diventa eterna, sopravvivendo ai giudizi, alle critiche e alle mode, al gusto del tempo e dei singoli individui. Questa fotografia è epica perché racconta la storia del mondo. Di fronte a essa, non possiamo dire “mi piace” o “non mi piace” perché è come se dicessimo che la nostra storia, la nostra cultura, il nostro inconscio, il mondo in cui viviamo e dunque la nostra identità, ci piace o non ci piace. E questo non possiamo dirlo, mica per altro, per amor proprio.

Don McCullin nel 1954 nella Royal Air Force nell Oxfordshire, in Regno Unito (personal collection of Don McCullin)

Le immagini che vedete in questo spazio, sono quelle straordinarie di Don Mc Cullin, londinese, nato nel 1935. Dopo un’adolescenza difficile al tempo della guerra, si è arruolato nella Royal Air Force (di quel periodo uno splendido ritratto in questa selezione), dove comincia ad usare la sua prima macchina fotografica. Da questo momento in poi, partendo dalla sua Inghilterra sarà un viaggiatore, cronista, inviato del Sunday Times per quasi vent’anni, autore di immagini immortali, testimone eccellente di quanto avviene di fronte ai suoi occhi. Senza mai smettere di cercare gli aspetti contraddittori delle società e i conflitti che generano, Mc Cullin ha tessuto una mappatura delle crisi mondiali per più di tre decenni: la costruzione del muro di Berlino (1961); il conflitto tra Greci e Turco-Ciprioti a Cipro (1964); la guerra in Congo, nello stesso anno; la lunga guerra del Vietnam, culminata nella terribile offensiva del Têt (1965-68); la guerra civile e la carestia in Biafra (1968-69); la guerra nella Cambogia dei Khmer Rossi (1970-75); la guerra civile in Irlanda del Nord (1971); il colera nel Bangladesh (1971); la feroce guerra tra milizie cristiane e palestinesi in Libano, fino ai massacri di Sabra e Shatila (1982); i lebbrosi e i poveri dell’India (1995-97); le vittime dell’Aids e della tubercolosi nell’Africa meridionale (2000).

Don McCullin con mujaheddin, nella provincia afghana di Kandahar, vicino al confine con il Pakistan, nel 1979 (Roger Cooper)

Nella mostra che anticipo qui, sono esposte anche opere inedite e soprattutto i lavori di questi ultimi anni. Molto diversi dai precedenti. Come molti fotogiornalisti, c’è un momento in cui si rompe quel fragile equilibrio tra vedere e contenere. Chi ha visto troppo ha gli occhi e il cuore colmi. Per questo Mc Cullin ha cercato altre visioni: paesaggi e nature morte soprattutto, come a cercare di attutire quel grido assordante che si leva dai teatri dell’umana atrocità. Nel 2009 al Festival Fotografia di Roma, presentò l’ultimo lavoro in cui si era spinto ai confini dell’Impero Romano, come a voler tornare all’origine di questa cultura che tanto orrore ha generato.

Io non andrò a Reggio Emilia e mi dispiace perché è un’appuntamento importante per capire la fotografia. Il festival, uno dei migliori del panorama italiano, da anni offre molte occasioni per capire meglio cosa bolle in pentola, tra proposte di grandi classici e nuove tendenze. Però vi invito ad andare, a vedere Mc Cullin e ad acquistare il relativo catalogo, ricco di contributi di colleghi fotografi, critici e intellettuali. Buon week end.

DON MCCULLIN. LA PACE IMPOSSIBILE
Dalle fotografie di guerra ai paesaggi 1958-2011
Reggio Emilia, Palazzo Magnani
11 Maggio – 15 Luglio 2012