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Michele Serra
Martedì 21 luglio 2026

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«Non lo sentite, l’urlo di guerra delle tribù che riemerge dal profondo del passato? ”Wilma, dammi la clava!“»

Pete Hegseth (Nathan Posner/Anadolu via Getty Images)
Pete Hegseth (Nathan Posner/Anadolu via Getty Images)

A tutti verrà fatto uno screening del testosterone. E chi non ne possiede abbastanza, vuoi per età vuoi per deficit congenito, potrà giovarsi di una “terapia sostitutiva”. No, non siamo al casting di un film porno. Siamo al Pentagono, e la botta di testosterone è stata promessa alle truppe degli Stati Uniti d’America allo scopo di «mantenersi ai livelli massimi per capacità di combattimento».

Lo ha annunciato l’ex segretario (ministro) della Difesa, oggi segretario della Guerra, Pete Hegseth. Un maschio bianco di estrema destra, fervente cristiano (nell’accezione bellica del termine: ha nostalgia delle Crociate e ove possibile vorrebbe indirne di nuove), tatuaggi da guerriero (un fucile, una croce di Gerusalemme, la scritta “Deus vult” che è il motto generativo di tutti i “Gott mit uns” susseguenti).

Una macchietta, diremmo con buona approssimazione tecnica: nessuno affiderebbe una parte di protagonista a un invasato che ostenta tutti, ma proprio tutti, i tratti caricaturali del suo ruolo. Ma questa macchietta, che parrebbe concepita per ridicolizzare lo stereotipo del militarismo tronfio e ottuso, buona per una sceneggiatura di Mel Brooks o dei Monty Python (suggerisco: Monty Python e il Sacro Graal), è il capo del più potente esercito del mondo.

Ovvero: la faccenda del testosterone è seria. È vera – anche se sembra una parodia, non lo è. Verrà messa in atto per evitare afflosciamenti della virilità guerriera. Darà finalmente applicazione politica alla vecchia ciancia da bar sport sulle “squadre senza attributi” che per questo perdono le partite, sul “gioco maschio” che mal tollera effeminatezze, eccetera.

Cose che anche i telecronisti e quasi tutti gli allenatori di calcio, che non sono esattamente dei professori di Harvard, ormai evitano di dire, almeno in pubblico, perché intuiscono che i tempi sono cambiati, e “tirare fuori le palle” non sembra più essere lo slogan adatto per indicare forza d’animo (i testicoli, secondo l’osservazione anatomica più attenta, ma, possiamo esserne certi, anche secondo i Padri della Chiesa, non sono la sede dell’anima).

Hegseth invece è convinto del ruolo decisivo delle palle, non solo di cannone, nelle guerre che Dio, non altri, impone di combattere ai soldatini che moriranno, beati loro, per la maggiore gloria della Patria e della Fede. Ridere aiuta (in caso di fine del mondo, è meglio arrivarci di buon umore) ma è evidente che l’ascesa al potere di personaggi come Hegseth ha anche un effetto mortificante. È come se qualcuno stesse riavvolgendo, metro dopo metro, il tappeto della storia nella sua (ingenua?) accezione lineare, da “indietro” a “avanti”, che molti di noi, specie i più attempati, davamo per scontata.

Le cose vanno avanti, bene o male vanno avanti, e al prezzo di molti sconquassi, di molti sbandamenti, l’umanità procede lungo il suo cammino di civilizzazione. Ma sì, è questo che abbiamo sempre pensato, con maggiore o minore convinzione. Il nostro cammino è una lenta ma inevitabile emersione dal passato tribale, dalle regole arcaiche. Tra l’uomo delle caverne e gli attuali partecipanti alle riunioni di condominio (ho scelto apposta, tra i tanti, l’esempio più fragile dal punto di vista etico e comportamentale) tutto sommato la differenza è evidente.

Beh, l’irruzione sulla scena del mondo degli Hegseth, delle Kristi Noem, dei Milei e ovviamente dei Trump mi fa lo stesso identico effetto che mi farebbe vedere l’inquilino del quarto piano che si presenta alla riunione di condominio vestito con una pelle di bisonte, e con una grossa clava in mano. La prima reazione dei presenti sarebbe ridere dello scherzo, benché molto singolare, e chiedersi da quanti giorni è Carnevale. La seconda, preoccuparsi per lo stato mentale dell’inquilino del quarto piano, e capire come aiutarlo.

Poi lui prende la parola: «C’è poco da ridere, sono il nuovo amministratore del condominio, eletto dal popolo. D’ora in poi si fa quello che dico io». Per evitare discussioni, si abbandona la sala. Ma per la strada, nei bar, nei negozi, ti rendi conto che la folla è composta, in larga parte, da persone vestite con una pelle di bisonte e con una clava in mano. Non ci avevi fatto caso, prima. Non te n’eri accorto. Qualcosa è successo: e tu dov’eri? Da quali dettagli distratto? Da quali illusioni accecato?

Siete autorizzati a interpretare l’apologhetto delle righe precedenti come il frutto di un momento di pessimismo acuto. Probabile che lo sia. In ogni modo credo sia prudente tenere presenti alcuni dati della realtà, in modo da non farci cogliere del tutto impreparati il giorno che, uscendo di casa, troveremo molte persone vestite di pelle di bisonte, e con livelli di testosterone degni del torneo di clava del nostro quartiere.

Per esempio: l’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran vede fronteggiarsi maschi di un ordine religioso, perfettamente sovrapposto al potere politico, che invocano la sconfitta del Grande Satana; e maschi in missione per conto di Dio (Deus Vult) che hanno ucciso a distanza il capotribù nemico assieme alla figlia, alla nuora, al genero, alla nipotina e a un numero imprecisato di parenti e collaboratori (nell’attacco del 28 febbraio scorso contro il palazzo della Guida Suprema a Teheran).

Lo so, lo so, del petrolio e di tutto il resto. Ma non lo sentite, l’urlo di guerra delle tribù che riemerge dal profondo del passato? “Wilma, dammi la clava!” (a beneficio dei lettori boomer).

*****

Erano meno bellicose, meno contundenti le voci della memoria delle quali avevo scritto la scorsa settimana. Voci di casa, non di caserma. L’argomento ha toccato molti e soprattutto molte, che mi hanno scritto delle loro “voci di dentro”, e di tutto quel vasto materiale psichico che chiamiamo “ricordi”. Questo mi fa sperare che mentre i maschi fanno la guerra, le femmine siano diversamente orientate.

Non oso dire se per “natura” (meno testosterone?) o per cultura, o per il portato sociale di millenni di patriarcato, o per la giustificata ambizione a differenziarsi: il tema è intricato e si rischia di dire fesserie. Posso solo aggiungere che, fino a prova contraria, siamo noi maschi ad avere fatto, fino a qui, i danni peggiori.

“Grazie per i dolci ricordi. Dolci sempre, anche se malinconici. Tornare nella casa che ora è di vacanza ma che tempo addietro era di vita è, per me e ogni volta, fonte di grande malinconia. Sento anche io la voce di mamma che mi sgrida per la scollatura troppo audace; mi volto e la vedo seduta di fronte alla tivù in attesa della Gruber oppure in terrazzo intenta a leggere Repubblica, e solo Repubblica. Tornare è sinonimo d’estate, di ferie. Ma rimane sempre la malinconia di ciò che è stato e che non potrà più essere”.
Lucia

“Quello che scrivi è per me quantomai attuale, dovendo lasciare – leggi vendere, e anche a quattro soldi nonostante sia un grande appartamento nel centro storico di Rimini – la casa dove sono cresciuta e dove in febbraio è morta la mamma. Prima di questa, il lutto vero fu la casa di Capri, troppo costosa per riuscire da sola a mantenerla pur cercando di farci affitti brevi (lo so, overtourism, fortunata a ereditare, ecc…).

Oggi la rimpiango tanto e penso sia stato un errore, avrei dovuto difenderla ma avrei dovuto fare scelte che all’epoca non erano pensabili, tipo andarci a stare con mio figlio ancora piccolo. Mentre mio fratello non sembra avere alcun afflato con i posti e con le cose, con gli oggetti, con la memoria in definitiva; a me purtroppo è toccata questa attitudine alla malinconia che oggi mi lascia spaesata, ancorché lucida e attiva, che devo gestire nel cercare di vendere anche qui a quattro soldi mobili antichi che comprò mio padre, i tappeti, i vestiti della mamma.

Mi ritrovo qui e mi guardo intorno, sentendo anche io la presenza, la voce, trovando le piastrine Vape già tagliate con impegno in anticipo dalla mamma, che avendo la macula lo faceva preventivamente sotto la lampada, riconoscendo, finché tutto è fresco, i gesti, le mani, le cose.. Ho 56 anni, quindi sono ancora sul pezzo volendo, ma sempre ahimè legata a questo passato e alla sua ingombranza. Oggi solitaria, nello sforzo di cercare di essere più comunicativa, ma non mi vedo bene”.
Flaminia

“Scrivi che ‘da giovani non si ha tempo né voglia di guardarsi indietro. Si è programmati per imparare, non per ricordare’. Mi ha un po’ ricordato la frase di Kierkegaard ‘la vita va vissuta in avanti ma capita all’indietro’, ma soprattutto mi ha fatto pensare che per me non è affatto così. Ho da poco scollinato i quarant’anni e una delle mie attività preferite è ricordare. Lo faccio nei tempi morti, lo faccio senza togliere tempo a mia figlia di quattro anni che è la più grande scommessa col futuro che si possa fare. Però lo faccio, perché se c’è una cosa che mi fa sentire vivo è ‘aver vissuto’.

Ricordare mi fa sentire vivo, ascolto musica ‘vecchia’ e ripenso a dove l’ho ascoltata e con chi (e poi ascolto anche musica nuova). Rileggo vecchi libri con nuovi occhi, tornando con la mente alla prima volta che li ho letti (e poi ne leggo anche di nuovi, tantissimi). Vivo in avanti ma mi guardo indietro e lo faccio come carburante. Quando, un paio di volte l’anno, torno nella mia ‘raggiante Catania’, cammino per le strade e sento gli echi dei miei amici di allora. Cerco di passare più tempo possibile nell’equivalente della ‘casa da famiglia allargata’ di cui hai parlato tu e sento gli echi di chi non c’è più.

La mia non è nostalgia, etimologicamente: non c’è alcun dolore né ritorno, solo tantissima gratitudine per quello che è stato e fa parte di me in tutto quello che faccio. Tu parli di tutto questo come cose ‘da vecchio’, io mi sento ancora supergiovane ma mi rendo conto che guardarmi indietro ha sempre fatto parte di me. Il modo migliore per descriverlo è nel ritornello di una vecchia canzone degli Articolo 31: ‘sento voci che mi chiamano/dentro una fotografia/su queste strade che raccontano/tutte le storie più la mia’”.
Gabriele

“Nella casa in cui ho trascorso le mie estati da bambino a Mondonuovo (Nardò, Salento) c’era una cisterna piena d’acqua con la particolarità di una inquilina affascinante: un’anguilla. ‘Una regina con un castello d’acqua’, mi piaceva definirla (così ho chiamato anche il capitolo di un mio libro). L’anguilla ripuliva l’acqua dai vermi e da altre cose, preservandone la qualità. Ogni anno, a fine estate, la cisterna si svuotava e bisognava ripulirla. Cercando di non disturbare l’inquilina. C’era tutto un rituale.

“Tutto scorre, ma tutto rimane” mi ha ricordato quella casa e quella cisterna. E odori relativi, inevitabilmente. Ma nel mio caso, anche suoni. La cisterna aveva un ingresso quadrato, ricoperto da un mattone quadrato. E l’indimenticabile suono del mattone riposto nel quadrato che rimbombava nella cisterna ormai vuota, annunciava a tutti che l’estate era finita”.
Danilo Siciliano

“Mentre ascolto la chitarra di Santana vestita da hawaiana, penso al suo trip nella casa intrisa di ricordi buoni e familiari. Le voci. Io le sento, se mi concentro (volontariamente… ancora non sono schizzata). Se penso a una persona, ricordo prima la voce e poi il volto. Buffo. Non credo che c’entri l’eco. Forse c’entra il cuore. Secondo me è il cuore a registrare le vibrazioni dei nostri sentimenti. Poi le mette via in un grande archivio che, all’occorrenza, si può riaprire per ritrovare la risonanza, o forse l’essenza. Jeff Buckley diceva: “The voice is your essence”. Secondo me aveva ragione”.
Shilva

“Sento distintamente le voci di chi non c’è più, non so se esista una spiegazione scientifica di questo incredibile permanere delle singole voci umane: come se fosse un aspetto della fisionomia che non scompare…” Mi è venuto istintivo provare a dare una potenziale chiave di lettura a quanto lei ha scritto utilizzando una reminiscenza di un corso di comunicazione.

Il docente sosteneva che per entrare in empatia con un interlocutore si sarebbe prima dovuto capire il suo canale comunicativo preferito tra i tre tipi che secondo lui erano: visivo, uditivo o cenestesico (cioè che utilizza principalmente i restanti tre sensi). Azzardo che lei potrebbe appartenere al gruppo degli uditivi e ciò darebbe una spiegazione, anche se non scientifica, alla sua domanda”.
Marco Lusini

“A proposito dell’età che avanza, c’è una bella frase tratta dal testo teatrale di Stefano Massini Lehman trilogy che recita: “[…] invecchiare è abitare una terra straniera dove le regole del paese natio non valgono più. E come accade sempre in terra straniera devi imparare la lingua nuova per chiamare sole il sole e luna la luna. Solo allora scoprirai che il sole è sole su tutta la terra anche in terra d’esilio e quello che cambia è solo il suo nome”.
Bonifacio

“Ho 63 anni, sono nata e cresciuta a Milano e mi sono ritrovata completamente nella sua descrizione delle memorie legate a una casa di famiglia e alle voci di coloro che l’hanno abitata e frequentata. La mia casa del cuore è quella dei nonni a Laurenzana, piccolo borgo in Lucania, una grande casa costruita nel 1937 dal nonno. Fra le tante storielle, barzellette e battute che sono impresse nella mia memoria, le lascio questo augurio che mia madre indirizzava a tutti coloro che compivano gli anni: “Quando arrivi a 100, gira la pagina” (Rocca 1924 – 2022). Lo usi anche lei, è un talismano”.
Emilia Salvia

“Anch’io avevo nonni e bisnonni nella casa che ora è di mia mamma sull’Appennino modenese e ricordo benissimo il profumo e il calore del minestrone della nonna anche d’estate, o il profumo unico del caffelatte preparato sulla stufa a legna del bisnonno, ogni mattino, che tanto avrei voluto bere, ma ero troppo giovane per il caffè. Ricordo il prato pieno di bambini festanti, un po’ parenti un po’ amici e villeggianti, io ero uno di loro.

Quel prato oggi malinconicamente deserto o occupato da pochi giovani fleshati dal loro monitor. Ricordo il sapore della paglia e dei conigli, perché non si poteva comprare tutto dal macellaio. Ricordo il monito di mia nonna che credeva vivessimo già allora nell’abbondanza, ‘finchè e ghè dla ciccia attàc a l’oss…’ , finche c’è ciccia sull’osso potete rosicchiare, ritenetevi fortunati, ma attenti! Potrebbe finire! Ci vedesse oggi…

Ho un albero genealogico che arriva all’unità d’Italia e foto meravigliose di un tempo che fu, in cui vedo quella casa essere solo un prato con un ricovero per muli, quelli che nessun ufficiale dell’esercito sapeva dove mettere alla fine della prima guerra mondiale e che mio bisnonno, il caporale mulattiere, si è portato a casa, costruendoci sopra il proprio lavoro e la nostra fortuna”.
Davide Conte

“Giusta, vera e profonda la sua riflessione. Un solo dettaglio manca! Non tutti, come lei, hanno avuto, hanno e avranno la fortuna di una famiglia che per sei generazioni ha visto riunirsi intorno a quel tavolo vivo ben dieci componenti e, chi sa, a volte di più! Questo è un dono prezioso! Purtroppo, a volte si ha un bel tavolo grande, ma tanti posti restano liberi per incapacità o impossibilità delle famiglie di saper condividere il proprio tempo, di metterlo a disposizione degli altri e riceverne in cambio il loro.

E così i ricordi si frastagliano e rimpiccioliscono in tempi e luoghi variati, ma mai sono potenti come quello di un’unica grande casa piena di voci e presenze! La invidio un pochino per questo, per la famiglia numerosa e unita, ma sono felicissima che lei viva lassù il tempo sereno della rimembranza”.
Irene Campominosi (una ragazza del ’59)

“Mi ha fatto ripensare alla casa in cui ho passato le più belle vacanze della mia infanzia in compagnia dei miei genitori, dei miei nonni e dei figli degli amici dei miei genitori. Una casa in riva al mare bianca e assolata, piena di ricordi e di oggetti di un tempo privo di tecnologia. Ricordo in particolare l’ora della merenda, passata a sorseggiare tè e biscotti fatti in casa, seduti su vecchie sedie a dondolo di vimini intrecciati.

Purtroppo di tutto questo non esiste più nulla, se non nei miei ricordi. E poi la frase con cui ha chiuso il suo post (“Tout passe, tout casse, tout lasse. Et tout se remplace”) mi ha fatto rivivere un frammento del mio lessico familiare perché è sempre stata una delle frasi preferite di mia mamma, che, per fortuna, c’è ancora”.
Gaia

“Ho cominciato a sentire il peso dei ricordi già da bambino: una condanna.
Lo spopolamento, la consapevolezza di un mondo che finiva e l’impossibilità non solo di condividerlo ma anche solo di raccontarlo… I ricordi già non li reggo più molto e non voglio immaginare da vecchio. Così evito di andare. Forse perché il mio posto/mondo immaginario che conservo in me viene distrutto ogni volta dallo scontro con quello reale. Anche se non è che ci fossero tutte queste alternative. O finisci ‘del borgo’ o finisci a pick-up e cacciatori. Ma devo dire che il dubbio se posto elettivo o trappola mentale e fisica, ogni tanto mi viene”.
Lettera non firmata

“Mi hai fatto ricordare (sono prossima ai 71 anni) le vacanze estive che da adolescente trascorrevo da una mia zia nel bresciano. Gestiva la classica osteria dove gli avventori chiedevano un bianchino oppure una spuma che pure io bevevo, e le loro partite a briscola. Non dimentico il famoso Camillino Eldorado, era il mio gelato preferito. Le biciclettate con mia cugina in due sulla bici, io abitavo e tuttora abito in provincia di Bergamo dove è tutto un saliscendi, invece lì tutto in pianura, una pacchia, siamo persino cadute in un canale! Niente di grave”.
Federica

“Bello sapere che non sono la sola a sentire le voci delle vecchie zie (la mia si chiamava Prassede e, in dialetto, incitava noi ‘ragazole’ al libero amore onde non incorrere in pericolose ‘ragnatele’. Eravamo a Rocchetta Sandri (Mo) nei primi anni ’80”.
Stefania

*****

Nonostante subisca il fascino, molto letterario, dell’Argentina e del calcio sudamericano in generale (Paolo Conte mi disse un giorno di tifare Uruguay per l’esotismo musicale di quel nome), e nonostante la venerabile vetustà di Leo Messi, ho visto la finale con una leggera prevalenza di tifo per la Spagna. Il bullismo del centrocampista argentino Paredes, uno dei calciatori più scorretti del terzo millennio, e la mancata presenza in campo del mio cocco Lautaro, hanno rafforzato la mia scelta.

Confesso anche una puerile opzione geopolitica: mi sono chiesto per chi tifasse Trump e mi sono risposto che una vittoria della Spagna dell’odiato Sánchez – unico leader europeo che non gliele manda a dire – gli avrebbe fatto girare le scatole (tanto care al suo segretario della Guerra). Avrebbe preferito esultare con l’amico Milei. Il calcio è un gioco che serve a far giocare anche noi altri, a casa con il cocomero e il gelato.

Il caldo finalmente ha abbassato la cresta, scrivo queste ultime righe in un quasi fresco lunedì mattina milanese, posso andare a fare due compere (in lingua moderna dovrei scrivere: shopping) senza collassare. Le compere in città, per un quasi villico come ormai sono diventato, sono un passatempo quasi eccitante. C’è un sacco di gente sui marciapiedi e nei negozi, i bar milanesi sono sontuosi, la città non si è ancora svuotata, agosto è lontano.
Forse finalmente troverò la forbicina per le unghie ricurva, ma con le punte arrotondate, che cerco vanamente da mesi. A Milano c’è tutto, dicono.

Presto torno sui miei cocuzzoli dove forse arriva qualche scroscio di pioggia, dice il meteo. I cani aspettano il fresco acquattati in cantina, appena piove usciranno e si rotoleranno nel prato bagnato, sternutendo per l’eccitazione. I cani quando si eccitano sternutiscono. Devo invasare le portulache appena comperate al mercato del paese. Almeno il prezzo delle portulache non mi sembra che abbia risentito della guerra nel Golfo Persico. Qualcosa che scampa al macello del mondo ci dovrà pure essere. Qualcosa che sfugge al volere dei capitribù. Qualcosa che non è inclusa nel calendario bellico.

Dunque, in alto i cuori.