Raccontami una storia vera
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Michele Serra
Martedì 12 maggio 2026

Raccontami una storia vera

«Un racconto ben fatto, che calandosi nel vivo delle cose umane non può che coglierne l’imponenza, la drammaticità e la complessità, è di per sé una cura»

Un'immagine dal reportage di Francesca Mannocchi sul Libano trasmesso dal programma Propaganda Live
Un'immagine dal reportage di Francesca Mannocchi sul Libano trasmesso dal programma Propaganda Live

Ho visto, l’altra sera a Propaganda Live, un reportage di Francesca Mannocchi dal sud del Libano. Bellissimo. Persone, volti, case distrutte. Sunt lacrimae rerum, Virgilio, primo libro dell’Eneide. Nessun commento, nessun giudizio, solo racconto. Puro racconto.

Che ogni racconto sia conseguenza della sensibilità e del punto di vista dell’autore è certamente vero. Non esiste “l’oggettività”, voglio dire. Ma quando la soggettività, la voce del singolo, si mette al servizio delle cose e dà voce al mondo, ci fa due regali preziosi, importanti.

Il primo regalo è aiutarci a conoscere. A saperne di più. Il secondo regalo è ammutolirci, almeno per la durata del racconto, perché se parliamo non possiamo ascoltare. E il racconto, dai tempi dei tempi, richiede che qualcuno racconti e qualcuno ascolti, o legga, o guardi il film. Adesso mettiamo da parte questo incipit. Ci servirà tra poco.

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«Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione». Sono parole di Stephen Markley, lo scrittore americano autore di Diluvio, tratte dalla lunga intervista di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica.

Colpisce l’indicazione di un rapporto diretto, di tipo causa-effetto, tra disagio psichico e radicalizzazione. Come se lo squilibrio dei discorsi, delle opinioni, dei giudizi fosse conseguenza diretta dello squilibrio della mente che li produce. E la radicalizzazione (il fanatismo, per usare un termine più classico) fosse, dunque, il sintomo più evidente di una vera e propria patologia sociale.

Non sono uno psichiatra e non ho idea se questo nesso esista davvero, e in quale misura. Ovvero se il fanatismo sia direttamente proporzionale al livello di angoscia, o di insicurezza, o di paranoia che investe non solo singoli individui, ma il corpo sociale nella sua interezza.

Ma da persona che lavora con le parole da una vita posso solo dire che sì, la radicalizzazione delle opinioni, l’assertività dei giudizi, l’aggressività dei toni, l’uso delle parole come arma d’assalto fanno parte di una postura molto diffusa, e certo non in fase di regressione, alla quale l’avvento dei social ha fornito il medium più confacente: veloce, sovraffollato e caotico, laddove leggere, scrivere, conoscere, pensare sono attività che richiederebbero tempo e silenzio.

Aggiungo: anche capacità di ascolto, come ben sa chiunque, a qualunque livello, lavori per ricucire le ferite umane e le ferite sociali.

(Il linguaggio di Trump – per fare l’esempio più eclatante – è un caso impressionante di adozione “dall’alto” di un modo di comunicare rasoterra: “basso”, frettoloso, superficiale, autoriferito, sprezzante, come se anche il presidente degli Stati Uniti fosse solo una voce che inveisce in mezzo alla folla. Sarebbe indistinguibile dalle altre, la voce social di Trump, se non inalberasse, inverosimili sopra una merce così dozzinale e scadente, le insegne del potere. Il motto della comunicazione social di Trump potrebbe essere quel “baciatemi il culo” che almeno un paio di volte ha pronunciato: e parlava di altri capi di governo).

Del linguaggio dominante sui social si sa, è stato già detto: prevale il “baciatemi il culo”. Ma la postura giudicante e aggressiva, e la conseguente scrittura giudicante e aggressiva, prosperano anche in una parte non piccola dei media “classici”.

Ci sono giornalisti e giornali che ci campano. Che siano contagiati dai social oppure li contagino, o più classicamente ripetano le vecchie solfe dell’odio politico (che precede, eccome, la nascita dei social), importa poco: però importa ribadire che, rispetto ai social, hanno una responsabilità maggiore. Per loro la parola è un mestiere, non un passatempo. E a garantire la qualità del pane dovrebbero essere, prima di chiunque altro, i fornai.

Chi scrive per mestiere ha dunque il dovere di chiedersi, nella condizione data, se e come il suo racconto della realtà possa arginare l’alluvione dei giudizi sommari, che sono la materia prima del fanatismo politico – al netto della stupidità, che ne è una componente irrimediabile. La risposta è sì: un racconto ben fatto, che calandosi nel vivo delle cose umane non può che coglierne l’imponenza, la drammaticità e la complessità, è di per sé una cura di quel “male mentale” di cui parla Markley, che è la sopraffazione degli altri – nel terrore di esserne sopraffatti.

E qui torniamo a Mannocchi e al nostro incipit. Cercate di raccontare bene una cosa, e avrete costruito una piccola isola nella palude. Che poi questo racconto, in un secondo momento, possa essere fatto a brani o manipolato o frainteso, strappato dal suo contesto, usato come pretesto, fa parte del rischio della socialità contemporanea – quasi nessuno legge qualcosa per intero, ma tutti parlano di tutto in modo relato, indiretto, di rimbalzo, per sentito dire, in una specie di “telefono senza fili” che coinvolge ormai miliardi di persone.

Questo non toglie che l’intenzione narrante sia il contrario preciso dell’intenzione giudicante. Direi: l’antidoto. Ed è all’intenzione narrante che questo spazio cerca di essere devoto fino dai suoi primi episodi.

Fossi un terapeuta degli haters direi loro, per prima cosa: racconta qualcosa di tuo. Prova a farlo. Sospendi per un istante il tuo giudizio sugli altri. Metti in gioco quel poco o quel tanto che sei, quel poco o quel tanto che sai. Accendi il tuo computer e, siano dieci o dieci milioni i tuoi followers, dì loro qualcosa di tuo. Dai loro qualcosa che ti appartiene.

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Non so come ringraziare le centinaia di persone che mi hanno scritto a proposito della morte di uno dei miei cani, predato dai lupi. Si chiama: partecipazione al dolore, e siete stati capaci di farlo. Grazie, grazie, grazie. Impossibile rispondervi personalmente, come meritereste, lo faccio qui, stringendovi la mano una per una, uno per uno.

Ringrazio anche quelli che mi segnalano, indignati, alcuni commenti sui social che sembrano scritti, e lo sono, da persone che non sanno niente né di me né della storia che ho raccontato. So che i lettori mi mandano questi lacerti miseri e diffamatori per solidarietà: ma non li leggo, per principio e per mia dignità, come uso fare da quando i social esistono. Neppure li mando all’avvocato, come alcuni mi suggeriscono. Non ho mai querelato nessuno, neppure quando avrei avuto quasi la certezza di vincere la causa, perché cerco di non dare seguito alla mediocrità e allo squallore, e di guardare avanti.

Ringrazio anche i tanti che mi hanno mandato il loro racconto: testimonianze di vita di montagna e della difficile convivenza con i lupi. Allevatori soprattutto. Non una di queste storie, anche le più dolorose e cruente, contiene giudizi sommari su una situazione che è, appunto, complicata; e non una parla dei lupi come di un nemico. Esattamente come nel mio racconto della settimana scorsa, si chiedono se esiste una maniera per rendere questa convivenza (cioè: la loro vita quotidiana) meno dolorosa e più compatibile con la permanenza degli umani e delle loro bestie sui crinali e nelle valli.

Vi ringrazio tutti, amici della montagna, miei compagni di selva e di campo, ma non pubblico le vostre mail per preservarvi dagli sputi e dall’ignoranza di chi giudica senza conoscere, senza sapere, senza ascoltare. Potremo tornare sull’argomento (sul quale scrivo da anni, e sul quale sono documentato, ormai, quasi come un lupologo di mestiere) quando il tempo avrà chiuso le cicatrici e i branchi social, che sono i predatori soverchianti, avranno trovato altre prede su cui accanirsi. Fanno in fretta a distrarsi, noi nel frattempo continuiamo a vivere e a raccontare. Viva il lupo, viva il cane e crepi l’hater.

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Non si capisce bene, questo tempo di maggio, che intenzioni abbia. Dovremmo tagliare il maggengo ma le pioviggini di questi giorni inzuppano i campi, e si deve aspettare il sole, e l’asciutto. Quando vedi le prime rotoballe nel campo rasato, puoi dire che l’estate è alle porte. Stamane (lunedì mattina molto presto) c’è pure la nebbia che accorcia le prospettive, come dire: non si sa cosa ci aspetta.

Ieri sera da Fazio ho parlato del pessimo servizio che la politica rende all’arte, costringendola in recinti “nazionali” che sono, per l’arte, contronatura. Volendomi sbilanciare, penso che il “pasticcio” di Buttafuoco alla Biennale non sia stato un pasticcio inutile, come dicono al governo, ma un pasticcio utile, perché apre una discussione necessaria. Le discussioni necessarie non sempre hanno un buon esito e producono frutti: non per questo bisogna rinunciare a farle.

Giovedì sarò al Salone del Libro per commemorare Carlo Fruttero (ma il verbo commemorare non gli sarebbe piaciuto) e per chiacchierare con Luca Sofri di agricoltura, attività che pratico con inutile passione, sapendone quel poco che basta a non fare una troppo brutta figura.

È tornata l’upupa, con la sua eleganza tropicale. Cardellini e cince mi sembrano in ottima forma, i fringuelli sono spariti da un paio di settimane, ho appena liberato un merlo sconsiderato che era rimasto chiuso in veranda. Gli storni sul tetto fanno una caciara micidiale, fischiano dall’alba al tramonto, chissà cosa hanno di così importante da dirsi. Secondo me almeno uno di loro sta dicendo in mia vece, proprio adesso che sto per cliccare “invio”: in alto i cuori.