L’amore che si fa
Una newsletter di
L’amore che si fa
Michele Serra
Martedì 8 settembre 2026

L’amore che si fa

«La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo»

Wendell Berry riceve la National Humanities Medal dall'allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel 2010 (Brooks Kraft LLC/Corbis via Getty Images)
Wendell Berry riceve la National Humanities Medal dall'allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel 2010 (Brooks Kraft LLC/Corbis via Getty Images)

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Non credo che Wendell Berry (1934-2026) e Enzo Bianchi (1943-2026) si siano mai incontrati. Forse sapevano l’uno dell’altro attraverso il comune amico Carlo Petrini. E magari, l’uno dell’altro, avranno letto qualcosa.

Se non fossero morti a poche ore di distanza, tra il 31 agosto e il primo settembre, probabilmente non mi sarebbe mai venuto in mente di accostarli, di parlare di loro nella stessa pagina e con lo stesso spirito. Il poeta, saggista, coltivatore, ambientalista americano (del Kentucky) e il monaco piemontese che fondò la comunità di Bose.

Ma leggendo di loro, e richiamando alla mente quello che i loro scritti mi hanno lasciato negli anni, mi ha colpito l’intenzione comune del loro lavoro, la simile percezione del mondo, proprio il mondo fisico nel quale viviamo: la superficie del pianeta Terra. La terra, l’acqua, i campi coltivati, le montagne, le foreste, le bestie, le piante. E la cura che l’uomo deve averne per dare significato e valore alla sua presenza nel mondo.

Scrive Massimo Recalcati del monaco Enzo Bianchi: in lui «era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare… L’alterità di Dio non è nei cieli ma appare sulla terra, non è lassù ma quaggiù… Mi ha detto una volta, quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra».

Scrive Serenella Iovino, filosofa dell’ambiente, di Wendell Berry: «Se c’è una frase di Wendell Berry che vale la pena ricordare, una di quelle da usare come talismano politico ed esistenziale, probabilmente è questa: “Love is never abstract”, l’amore non è mai astratto. L’amore, diceva Berry, non aderisce all’universo, alla nazione o alle istituzioni, ma ai passeri della strada, ai gigli del campo, agli ultimi tra i nostri fratelli. Non desidera essere eroico: è anonimo, umile, senza ricompensa».

Questa idea materiale e a suo modo “semplice” dello stare nel mondo amandolo è contagiosa, perché trasmette concretezza e suggerisce di non rimanersene con le mani in mano. Per portare l’amore sulla terra, scriveva Berry, bisogna affondare le mani nel terreno: l’amore non è un concetto, è un’attività. È qualcosa che si fa, e se non la si fa è un’omissione.

Berry, che da giovane era ambientalista alla maniera americana (vedeva la natura solo nella wilderness, mondata dall’ingombro degli uomini) cambiò punto di vista durante un viaggio di studio a Firenze. Si innamorò del paesaggio toscano (quello degli anni Sessanta… ) e scoprì la misura di un mondo agricolo ben temperato, che teneva insieme le esigenze umane e il rispetto dei cicli naturali.

Coltivatore a sua volta, non solo teorizzò ma praticò la fattoria come “organismo vivente” fondato sulla cura, sullo spirito di comunità e sul rispetto dell’ambiente, in opposizione netta all’agroindustria che gli sembrava “snaturata” non solamente a danno della natura: anche a scapito dell’equilibrio e del benessere umano. La sua celebre frase “mangiare è un atto agricolo” è diventata il primo comandamento di Slow Food.

L’orto di Enzo Bianchi era di proverbiale salute e bellezza, la sua tavola anche. L’Ora et labora della regola benedettina, prega e lavora, ebbe in lui un grande interprete. Le mani di Enzo Bianchi, nell’edificazione del piccolo mondo di Bose, sono state importanti quanto la sua fede e il suo intelletto.

Coltivare, cucinare, organizzare il convivio come atto di fratellanza e come risposta attiva alla smaterializzazione della vita nei tempi del digitale e soprattutto della separazione drastica tra produttori e consumatori. Il famoso “i bambini di città non hanno mai visto una mucca” non è una oziosa lamentela, è la descrizione più immediata e comprensibile di una cesura tragica tra l’uomo e la natura – come se l’uomo non ne facesse più parte.

Che siano due cristiani (protestante Berry, cattolico Bianchi) ad attribuire salvezza e felicità alla cura materiale del mondo è una cosa che mi fa riflettere. Seppure non credente mi ci riconosco “spiritualmente”: in ogni gesto ben fatto, in ogni lavoro ben fatto, come l’operaio Faussone della Chiave a stella di Primo Levi, avverto l’appartenenza a un ordine del quale mi fa piacere sentirmi non solo partecipe, anche artefice, sia pure in infinitesima parte.

Recalcati intravede nel mito dell’incarnazione di Dio – il Dio che si fa uomo – il segreto e l’energia di cristiani come Enzo Bianchi: «se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la questione dell’uomo».

Non mi sento teologicamente autorizzato a dire la mia, posso solo aggiungere che un gesto di affetto che arriva a buon fine, un campo ben curato e non infestato di chimica, un piatto cucinato con cura e per amicizia, una pagina scritta senza errori, e con le parole messe nell’ordine giusto, mi sembrano la conferma di quello che diceva Wendell Berry: l’amore non è mai astratto.

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Ero convinto che lo scorso Ok Boomer! sul caso Ranucci avrebbe sollevato una discussione molto accesa. Così non è stato. In estrema sintesi: un paio di mail mi accusano di “mancata difesa” di Sigfrido Ranucci. Altre tre o quattro sostengono che l’azione censoria della Rai è molto più grave di eventuali errori del conduttore rimosso, e dunque la mia opinione sulla vicenda è un po’ pilatesca.

Ma la stragrande maggioranza di chi mi ha scritto (un centinaio di lettere) lo ha fatto invece per condividere il mio punto di vista, che è l’impossibilità di prendere le parti del licenziato così come – ma questo è più ovvio – le parti della Rai meloniana, che non vedeva l’ora di farlo fuori.

Il titolo del mio pezzo, “Il paese dove nessuno ha ragione”, era particolarmente indovinato (posso dirlo perché i titoli della newsletter non li faccio io). Aggiungo solo che assai raramente mi è capitato, in questo spazio di racconto comune, di imbattermi in un consenso così largo su una mia opinione. Così largo che mi sento autorizzato a passare oltre.

Molto più vivace e variegato era stato, in precedenza, il dibattito sul woke, o meglio sul ripensamento a proposito dei suoi eccessi. Mi sembra intelligentemente riassuntiva di una questione comunque rilevante, e aperta, questa lettera di una ragazza venticinquenne. Delego a Gemma il compito di tirare le conclusioni di questa lunga discussione.

“Ho venticinque anni, sono neolaureata in Ingegneria Nucleare e mi considero di sinistra da quando ho l’età della ragione. I miei sentimenti sulla recente ritirata del woke sono contraddittori.

Razionalmente, esulto: finalmente la smettiamo di parlare di pronomi, articoli e desinenze come se fossero questioni di stato (non mi è mai piaciuto studiare grammatica); finalmente la smettiamo di prendercela con la cultura di duecento anni fa perché non allineata alle attuali sensibilità (ma va…?), di considerare paccottiglia colonialista qualsiasi espressione della cultura occidentale (la società occidentale si è macchiata di orrendi crimini in passato, e tutt’oggi non è certo perfetta, ma ogni giorno ringrazio di essere nata in Europa e non altrove, con tutto il rispetto per gli altri popoli e le altre culture, e la mia infinita solidarietà a chi lotta per essere libero nel proprio Paese); e soprattutto la smettiamo di crocifiggere chi non la pensa come noi, non supporta ciecamente ogni nostra battaglia o semplicemente ha l’avventatezza di usare la parola sbagliata.

Eppure mi trovo a chiedermi a cosa porterà davvero questo backlash (rinculo, ndr), che effetto avrà sulla percezione che, come società, abbiamo delle questioni inerenti ai diritti. Il rifiuto degli eccessi del woke ci porterà a guardare con noncuranza alle discriminazioni che tuttora persistono?

Secondo me la cultura che oggi chiamiamo woke, spogliata del suo estremismo bacchettone e ridotta ai suoi principi fondamentali, ha ragione. Il razzismo, il sessismo, l’omotransfobia e tutte le altre forme di discriminazione esistono: si sovrappongono alla struttura economico-sociale della nostra società, la attraversano a tutti i livelli e colpiscono soprattutto le persone più povere, emarginate, meno istruite, proprio quelle che, volendo fare delle politiche sociali, vorremmo aiutare.

Mi sembra però che, al di fuori delle bolle dell’attivismo, la reazione delle persone di sinistra (soprattutto quelle un po’ più attempate…) a queste istanze sia essenzialmente di insofferenza, di fastidio per battaglie che non si capiscono e si liquidano come frivole e inutili, magari perché relative a problemi che non si vivono in prima persona.

Penso al classico commento: “la sinistra perde perché pensa ai gay e non ai lavoratori”, a cui mi viene sempre da rispondere: in che modo essere a favore dei diritti LGBT contrasta con l’impegnarsi per i diritti dei lavoratori? Possiamo davvero parlare delle condizioni dei braccianti nell’Agro Pontino senza parlare di razzismo, o chiedere dei congedi parentali dignitosi sia per le madri che per i padri senza parlare di ruoli di genere?

Dalla mia parte politica mi aspetto una presa di posizione su tutti, o almeno su una grossa parte dei temi che caratterizzano la contemporaneità: oppure dobbiamo rivolgerci esclusivamente ai vecchi operai che, per carità, hanno fatto una vita di fatica e di sacrifici, ma magari picchiavano la moglie e dicevano al figlio di stare alla larga da negri e froci, e non vogliono sentirsi dire che forse non era il caso?

Credo che le politiche economico-sociali debbano venire prima di qualsiasi altro progetto politico, perché la struttura della società in cui viviamo ci riguarda tutti, e impatta sulle nostre vite ben più dell’appartenenza a una qualsiasi categoria umana. Però l’impegno contro razzismo, sessismo, omofobia ecc. ecc. ci deve stare: voglio che queste battaglie accompagnino quelle di natura sociale, che avanzino insieme; voglio una società equa, solidale e progressista, e forse una cosa non può esistere senza l’altra.

Il mio timore è che, in quest’epoca così polarizzata e superficiale (in tutto lo spettro politico, purtroppo), la ritirata del woke non venga accolta, dai più, come il rientro di una frangia estremista e irragionevole, ma come una sconfitta di tutti i movimenti per l’uguaglianza in generale. Come la prova che, tutto sommato, in effetti di certe cose non frega niente a nessuno”.
Gemma Amato

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Un titolo della Repubblica di Genova, segnalato da Rosella, ci consente di aprire le Zanzare di questa settimana con rara eleganza:

PARK DI PORTELLO, RESPINTO IL RICORSO
DEL PRINCIPE PALLAVICINO CONTRO I MARCHESI CLAVARINO

Probabile che il titolista abbia ritenuto molto pittoresco, un po’ alla Totò, l’inserimento del titolo nobiliare (non obbligatorio, almeno credo) in una banale vicenda di cronaca giudiziaria. Stefano ha trovato davanti all’Abbazia di San Giovanni in Venere (Chieti) questo cartello:

ATTENZIONE! VELOCIPEDI
CONDOTTI A MANO

Probabile che l’intenzione fosse un rigoroso invito a portare a mano la bicicletta in un’area affollata. Così però sembra che, condotte a mano, le biciclette siano particolarmente pericolose. Cristina e anche Stefano sono rimasti giustamente impressionati da questa drastica misura adottata nel mondo del calcio e riportata da Repubblica online:

IL PSG VIETA I TELEFONI AI GIOVANI CALCIATORI.
E LI CHIUDE IN VALIGIA

Sonia, da Diretta Sicilia, trae un titolo di cronaca che parrebbe risalire ai secoli passati, e invece (siamo in Sicilia, tutto cambia perché nulla cambi) è figlio della nostra epoca digitale:

VILLAFRATI, SAN GIUSEPPE CADE IN PROCESSIONE
UN FERITO E LA STATUA INIZIA A “PIANGERE”

Le virgolette salvano (parzialmente) il titolista; basta invece una virgola mancata (sulla Stampa edizione di Cuneo, segnala Maria Grazia) a dare magicamente vita non a San Giuseppe, ma a un’icona molto più recente:

CIPPO DI GALIMBERTI
STANCO DELL’INCURIA
SCRIVE A MATTARELLA

A scrivere a Mattarella è stato un consigliere comunale, il cippo di Galimberti non è dunque il soggetto del titolo, ne è l’argomento. Infine, un classico, la locandina che per attirare l’attenzione del passante è costretta a stipare più argomenti in poco spazio. Questa è del Secolo XIX, avvistata da Giovanni:

SATANA E SESSO NEI CIMITERI
FERRAGOSTO, ECCO DOVE DIVERTIRSI

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Dice che mercoledì le correnti atlantiche scacciano quelle africane, arriva un poco di fresco e torna a confortarci la pioggia, sperabilmente non tutta insieme nello stesso posto. L’augurio è che siano nuvole, tante e ben disposte («vanno, vengono, ogni tanto si fermano», guardando il loro transito mi capita spesso di ripetere la nenia magica di De André) e non gli uragani che bucano la terra e stracciano gli alberi.

Vedremo, anzi sentiremo, perché l’esperienza, specie per chi vive a ridosso della natura, sarà sensoriale. La pioggia fa rumore (una gamma molto vasta di rumori: scroscia, picchietta, tintinna, batte, rimbalza, basta così se no sembro Angiolo Silvio Novaro) e fa il suo odore, la pelle sfinita dal caldo ha un brivido di piacere, si respira, si prova fisicamente sollievo. Si sorride al cielo.

Qui nel selvaggio Nord Ovest, ma penso quasi ovunque in Italia, la sensazione è di una natura allo stremo, e però impavida. Qualche albero sta già liberandosi delle foglie per concentrare la sua resistenza nel fusto e nei rami. Mi chiedo dove si abbeverino le bestie, il fiume a fondovalle è una povera sequenza di pozze stagnanti. Lascio fuori un po’ di ciotole d’acqua per i cani, in pochi minuti si riempiono di api e di vespe che fanno rifornimento. Le api si allineano lungo i bordi con disciplina coreografica, le vespe sono meno organizzate e lavorano un po’ come viene. La vespa è casinista, l’ape ordinata.

Pochissimi uccellini in giro, mi chiedo dove siano finiti i pettirossi, le cince, i cardellini e i fringuelli, perfino le ghiandaie e i merli si fanno vedere solo a giorni alternati. Serpenti, è un anno che se ne vedono pochissimi. Il grosso riccio che sbuca dal bosco alla sera, non avrà sete? Magari beve dalle ciotole di notte, quando i cani sono in casa e le api nell’arnia. Potessi, vorrei trovare il modo di informarli, tutti quanti, che bisogna avere pazienza ancora per due giorni, e poi dovrebbe piovere. Ma forse già lo sanno, anche se non hanno lo smartphone.
In alto i cuori.