Il giorno che picchiano la marmotta
«Ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni»

Alla ripetizione del già visto, del già noto, ci si abitua con gli anni. È il famoso: “ormai ci ho fatto il callo”. Il mondo funziona così, e amen. Tranne che ogni tanto (e per fortuna) il già visto e il già noto, per quanto tu ci sia abituato, ti mordono la pancia come quando avevi vent’anni. E ti costringono a reagire come quando avevi vent’anni, e anche trenta e quaranta. Buon segno: vuol dire che invecchiare non è sinonimo di rassegnarsi.
Gli incidenti di Torino (ne avete trovato ampio resoconto sul Post e in molte cronache nazionali) rientrano nel novero delle cose che per quanto prevedibili, per quanto conosciute, analizzate, discusse da almeno un paio di generazioni, per quanto “giorno della marmotta” (già lo sai, è già successo e succederà all’infinito: tra un minuto, cento o duecento persone mascherate si staccheranno dal corteo e daranno fuoco al quartiere; e già conosci – perché sono sempre uguali, fatti con lo stampino – anche i commenti politici nei telegiornali della sera), e insomma per quanto identici nella genesi, nello svolgimento, nella discussione pre e post: gli incidenti di Torino, dicevo, sono indigeribili.
Come si dice classicamente: non si riesce a mandarli giù. È come se mancasse un enzima, un probiotico, un qualcosa, che ci aiuti finalmente a metabolizzarli, digerirli, infine espellerli come scorie. E a passare finalmente a un nuovo capitolo, che non puzzi di muffa come questo.
Per esempio. Leggo un’intervista a Marco Grimaldi, vice capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. Lui a Torino c’era. Dice, sull’accaduto, molte cose condivisibili. Ma dice anche questa cosa (a proposito di giorno della marmotta, l’avrò letta quasi identica decine, centinaia di volte, nell’ultimo mezzo secolo): «Attenzione a non fare quello che la destra si aspetta, a cadere nelle provocazioni, a essere il nemico che loro vogliono… Torino sta diventando un laboratorio di repressione… Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia».
In sostanza: se non si deve essere violenti non è tanto perché la violenza, in sé, è ripugnante. Non perché ci sia una forte convinzione etica (tale è la non violenza) che, come tutte le forti convinzioni etiche, non può che riguardare prima di tutto te stesso, i tuoi comportamenti, il tuo linguaggio, la tua responsabilità, il tuo ambiente, la tua cultura. No, si deve evitare la violenza perché altrimenti il potere (il padrone, lo Stato, il nemico di classe, le multinazionali, il capitale, insomma “gli altri”, a seconda dell’occasione) ne approfitta per dire che sei cattivo e vai punito.
Non bisogna picchiare in dieci un poliziotto steso a terra perché altrimenti Piantedosi ha gioco facile nel dire che i centri sociali sono covi sovversivi da chiudere. E in fin dei conti, sempre seguendo questa logica, chi può garantire che i black bloc, o come diavolo amano farsi chiamare adesso quei nevrastenici, non siano provocatori al soldo del governo?
Dimmi a chi giova (cui prodest?, un classico del cinismo politico) la violenza, e ti dirò in quale categoria di giudizio intendo metterla. Pensiero che fa sospettare, quasi in automatico, che nel caso un atto violento sia utile “alla causa”, giovevole al “movimento”, allora il giudizio sulla violenza diventerebbe un poco meno drastico.
Torna in mente, inevitabilmente, un lungo, lunghissimo passato. Era il 1978 quando, sul Manifesto, Rossana Rossanda, in due successivi articoli, in pieno sequestro Moro, coniò, a proposito del terrorismo rosso, il concetto di “album di famiglia”. E fece molto scalpore, come era inevitabile, proprio “in famiglia”, ovvero in quella famigliona molto ma molto allargata che era ed è la sinistra.
Diceva, in sostanza, lei dirigente e intellettuale comunista di lunga data, che le Brigate Rosse, per linguaggio e per genesi ideologica, appartenevano senza ombra di dubbio alla storia della sinistra comunista. Compresa la scelta della lotta armata come opzione possibile. Fino a lì, per diversi anni, dall’inizio dei Settanta, i violenti erano stati trattati da agenti provocatori, da corpo estraneo, da attori di un’efferata congiura ai danni del glorioso cammino democratico del movimento operaio. “Fanno il gioco dei padroni”. Oggi, sia pure nel consolante rimpicciolirsi degli attori e delle loro ambizioni politiche: fanno il gioco di Piantedosi.
Secondo ricordo – che non riguarda propriamente la politica, ma è almeno altrettanto rilevante della politica stessa. Verso la metà degli anni Settanta, quando la violenza di piazza e di strada, la violenza politica, si ingrossava come un fiume in piena, mi è capitato più di una volta, nei cortei, o nelle zuffe dentro l’università, di percepire tra le persone presenti una specie di improvvisa biforcazione.
Al primo lacrimogeno, alla prima carica di polizia, al primo sussulto del corteo che da bestione tranquillo cominciava a contorcersi come un serpe ferito, la gran parte delle persone era atterrita, o sgomenta, o spaventata, a seconda del carattere (io, per esempio: spaventato, la violenza mi ha sempre terrorizzato).
Ma alcuni no. Alcuni si eccitavano. Alcuni si accendevano. Negli occhi c’era il lampo della battaglia. Lo scontro, a loro, piaceva. È il verbo giusto, senza sinonimi possibili: gli piaceva! Come se fosse una forma di agonismo, di prova fisica, di esaltazione dei sensi. Sì, a qualcuno la violenza piace, la cerca, la vive come una fiammata vitale.
Dei black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, penso esattamente questo. Non sono antagonisti, sono agonisti, il corteo è il loro stadio, la loro occasione di sentirsi al centro della scena. Mentre gli altri fuggono, loro espropriano il corteo ai manifestanti e la città ai cittadini. Decine di migliaia di persone, i pacifici, vengono cancellati, le loro ragioni (le ragioni della manifestazione, e anche le ragioni del quartiere Vanchiglia e del centro sociale Askatasuna, che ne è parte viva) non contano più nulla.
Conta, per gli agonisti, che in campo rimangano solo due squadre: la polizia e loro. E che per un governo come questo l’ordine pubblico sia un’occasione di repressione, e di militarizzazione, non solo lo sanno benissimo: ne sono entusiasti, ne sono partecipi, perché solo così possono praticare, finalmente, liberamente, il loro sport senza regole. È un caso, eclatante, di privatizzazione violenta di un evento pubblico.
Mi importa poco sapere le storie di questi incazzati, non saprei nemmeno dire se siano più incazzati o più soddisfatti cultori di uno sport che piace solo a loro (degli altri, se ne fregano). Ma non credo, purtroppo, che piovano dal cielo. Credo che dentro i centri sociali (che sono tante cose, ma sono stufo di rifare ogni volta l’elenchino delle cose buone per controbilanciare quelle cattive), dentro circoli e partitini di fascia estrema, trovino alloggio, anche quando mal sopportati. Trattati come “compagni che sbagliano”, ma pur sempre compagni.
Da qualche parte, se arrivano dalla Francia o dalla Germania, dovranno pure dormire, e non credo scendano all’Hilton. In qualche cantina o garage dovranno pure alloggiare le loro mazze e le loro bombe carta. E fino a che la sinistra loro contigua si ostinerà a non vedere, o a fare finta di non vedere, questa contiguità, tutti i cortei come quello di sabato a Torino avranno lo stesso identico svolgimento: poche centinaia metteranno in minoranza molte migliaia.
I dirigenti del calcio, ormai da decenni, dando prova – con rare eccezioni – di una pochezza e di una ipocrisia quasi incredibili, di fronte alle violenze degli ultras ripetono la stessa frasetta: “non sono veri tifosi, sono elementi del tutto estranei al mondo del calcio”. Peccato che gli incidenti accadano negli stadi, non nei tennis club o al galoppatoio. Circostanza che ovviamente chiama in causa il mondo del calcio, non quello del tennis e dell’ippica.
La sinistra radicale rischia di fare la stessa figura fino a quando non riuscirà ad ammettere che sì, ha un problema con la violenza: verbale e fisica. Non riesce a levarsela di dosso, che sia di pochi parassiti o che le abiti dentro, fatica a farci i conti. Fare i conti con sé stessi: da Piantedosi non me lo aspetto, dal governo nemmeno, ma da chi si definisce alternativo, o antagonista, invece me lo aspetto. La violenza, oggi più che mai, è la più conformista delle espressioni umane. È una parola del potere, non dei cittadini.
Scusate se sono andato un po’ lungo. Considerate che è solo la decima parte di quello che avrei voluto dire. Ne avremo occasione.
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Faccio cose, vedo gente, e sabato di buon mattino mi è capitato di partecipare a un piccolo simposio sul giornalismo indetto dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Bellissima sala (nell’Istituto dei Ciechi di Milano), folta platea di giornalisti cattolici, giornalisti non cattolici, sacerdoti e suore. Accanto a me era seduta una giovane signora in abiti, come dire, poco ortodossi. Molto succinti, si sarebbe detto nei comunicati parrocchiali di una volta. La minigonna arcobaleno e i tacchi dodici mi hanno fatto pensare che non fosse frequentatrice abituale dell’ambiente che ci ospitava.
Esauriti i saluti di rito e i primi convenevoli, la giovane signora è salita sul palco, ha detto di chiamarsi Lucy e di essere una influencer di Truccazzano. Sono stato tra i primi a ridere (non avevo riconosciuto l’attrice comica, che si chiama Ippolita Baldini, ma per fortuna riconosco ancora la comicità), credo entro i primi cinque secondi del monologo.
C’è voluto un poco di tempo in più perché cominciassero a ridere anche altri tra i presenti, sulle prime rimasti sgomenti. Alla fine dei dieci minuti di esibizione della Lucy, rideva almeno un terzo della platea, compreso l’arcivescovo. Si è rilassato anche il giovane sacerdote che mi aveva detto: «L’ho invitata io, dice che mi licenzieranno?». Non lo licenzieranno.
Ippolita Baldini è veramente molto brava. E molto milanese. C’è dentro parecchio di Franca Valeri, un’ombra di Littizzetto (la schiettezza sugli argomenti sessuali), poi tutta la cruda modernità del suo racconto, le discoteche di periferia, l’attenzione quasi demente al look, la ricerca tragicomica dell’amore (indistinguibile dall’amorazzo), il gergo allucinante delle influencer in cerca di approvazione. E una fisicità travolgente, comica in sé, anche da muta. Non ridevo così da un bel pezzo.
Il fatto di non conoscerla mi ha fatto capire quante cose mi sono perso, negli ultimi anni, e quante poche avrò il tempo di recuperare. Per fortuna ci ha pensato l’arcivescovo, a farmela conoscere. E soprattutto ringrazio il sacerdote – non ricordo il nome – che ha messo a repentaglio il posto di lavoro per fare esibire, davanti a mezza curia, la Lucy di Truccazzano.
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Dai, coraggio, ancora quattro o cinque giorni e il gelo molla la presa. Gennaio è stato freddo, scuro e lunghissimo, un vero gennaio, compreso quel poco di neve che ancora il climate change ci concede.
Da metà settimana, qui nel selvaggio Nordovest, le temperature dovrebbero rialzarsi, e il mio cane segugio, che ha orecchie grandi come federe, potrà rientrare in casa, alla sera, senza che le orecchie necessitino di un massaggio anti-assideramento. Dicono che per gli elefanti le orecchie siano un regolatore termico, per il mio cane temo valga il contrario: minacciano di trascinarlo al surgelamento.
Dei lupi, dopo l’avvistamento, la settimana scorsa, di un branco di quattro, nessuna traccia da qualche giorno. Ci si telefona tra vicini, li hai più visti? Li hai sentiti? Uno ha le vacche, l’altro le pecore, se arriva il lupo passa prima da loro, gli allevatori sono l’avamposto di questa strana attesa montana, sempre a metà tra la meraviglia di vederli (molto raramente) e lo spavento di sapere che possono prenderti una delle tue bestie – è il loro mestiere.
È un po’ come nel Deserto dei Tartari, sai che arriveranno ma è soprattutto l’attesa che occupa il tempo. Guardi in alto, in cima al campo, verso il margine del bosco. Poi in basso, verso la forra che sprofonda fino al fiume. Ma c’è nebbia, tutto è vago, distingui a malapena il ciglio del bosco.
Verrà primavera. Il bosco pullula di elleboro, giallo pallido, quasi bianco. Pochi giorni ancora, e le viole e le primule sbucheranno a migliaia. Tempo un mese, fango permettendo, si ricomincia a governare i campi con il trattore. E la parola trattore mi suona come l’abbrivio ideale per il solito saluto: in alto i cuori!




