Il 25 aprile di noi vacche
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Il 25 aprile di noi vacche
Michele Serra
Martedì 28 aprile 2026

Il 25 aprile di noi vacche

«Cercare di estromettere la Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile è una specie di ricorrenza nella ricorrenza. Si tramanda di padre in figlio in certe famigliole politiche che io definisco, all’iraniana, i Guardiani della Rivoluzione»

Partecipanti alla manifestazione del 25 aprile 2026 a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Partecipanti alla manifestazione del 25 aprile 2026 a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Il 25 aprile ero a Milano, il corteo era molto affollato e pieno di ragazzi, c’era il profumo della primavera. Bella manifestazione di famiglie, di bambini, di vecchi, di giovani, di biciclette per mano e di cani al guinzaglio, insomma di popolo. È quando ci si sente rassicurati dal numero, dalle comuni intenzioni e anche dal sorriso che si scambiano i presenti.

A metà pomeriggio ho incontrato qualche amico desolato, uscito dal corteo bloccato dalle contestazioni alla Brigata Ebraica che si ripetono identiche da decenni e quest’anno sono lievitate anche per effetto della crescente impopolarità di Israele. Ma – va detto – anche senza la vergogna di Gaza, l’aggressione al Libano, la sopraffazione degli arabi in Cisgiordania, il rituale non sarebbe variato più di tanto: cercare di estromettere la Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile è una specie di ricorrenza nella ricorrenza. Si tramanda di padre in figlio in certe famigliole politiche che io definisco, all’iraniana, i Guardiani della Rivoluzione.

Laddove ci si sente garanti della Purezza, con la maiuscola, e dunque autorizzati a bonificare i cortei, e magari tutto il creato, dalle impurità che infastidiscono. Purgare una manifestazione antifascista è qualcosa di davvero curioso: l’olio di ricino faceva parte dell’armamentario classico dei fascisti.

Detto che detesto la purezza (la vita è impura, promiscua, imperfetta: viva la vita) perché ha qualcosa di mortuario; che non si può pretendere che un corteo indetto per una Festa Nazionale sia fatto di sole presenze gradite, e di spiriti uniformi; e aggiunto che portare in quel corteo una bandiera israeliana o una foto di Netanyahu è un gesto cretino e masochista; non è di quell’episodio sgradevole quanto prevedibile che vale la pena parlare, ma del suo contrario.

Ovvero, a conti fatti, di quanto poco pesi la violenza nelle cose politiche, rispetto al baccano che produce. Rispetto al fumo e alla polvere che in poche ore poi si diradano. Rispetto allo scandalo che ogni fanatico organizza con lo scopo di rubare la scena a una normalità ritenuta mediocre, e per questo disprezzata. Per sua grande frustrazione, c’è un’inerzia pacifica e vincente, nei cortei così come nella vita quotidiana, che assorbe i sussulti violenti così come la vacca sopporta i tafani.

Ho sempre pensato che le avanguardie siano ammirevoli e necessarie in campo artistico e letterario. Se non ci fosse, nelle arti e nel linguaggio, qualcuno che imbratta il tabernacolo, rovescia il tavolo, scandalizza le accademie, la cultura sarebbe pura ripetizione del già noto.

In politica la faccenda è molto ma molto più complicata. Le solitudini imperiose, i manipoli rivoluzionari devono fare i loro conti con le masse, perché la politica è strutturalmente una disciplina che si occupa di tutti, e deve tenere conto dell’esistenza di tutti: compresi i quieti, i depressi, i conformisti, i pigri, gli abituati, eccetera. E compresi (incredibile ma vero!) quelli che non la pensano come te.

Le sole avanguardie bene accette, in politica, e funzionali a cambiare lo stato delle cose, sono quelle che anche se hanno intuito qualcosa di inedito e di formidabile, sanno spendersi in mezzo agli altri con umiltà e fratellanza, perché “gli altri”, si sa, non sono come te. Non lo sono per definizione: sono, appunto, gli altri. E dunque i Guardiani della Rivoluzione sono destinati, per tutta la vita, a una bonifica impossibile, perché se ne bastonano uno ce ne sarà un altro milione che sfugge alla bastonatura.

E il bastonato non è che cambi idea in seguito all’aggressione: e anzi. Nella Brigata Ebraica, il prossimo 25 aprile, ci sarà chi avrà l’idea di portare, oltre alla bandiera di Israele e alla foto di Bibi, anche una statua di Sansone che muore con tutti i filistei.

Al netto di questi e altri incidenti: la società è la vacca, il grande corteo è la vacca, il popolo elettore è la vacca, la democrazia è la vacca. L’energumeno epuratore, il purista intransigente (o il casseur imbufalito, o il sabotatore ferroviario) è il tafano. Vale anche la favola di La Fontaine sulla mosca cocchiera.

Il tiro dei sei cavalli, cocchio compreso, va dove pare a lui, ma la mosca è fieramente convinta di essere lei a condurre il viaggio. Vacche e cavalli patiscono i morsi dei tafani, ma hanno in comune una lunga coda con la quale se li scrollano di dosso.

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Ho diretto, con molta contentezza, il trecentesimo numero di Scarp de’ tenis, il giornale di strada che si fa a Milano in una sede della Caritas, grazie a una redazione volontaria ed eccellente. Mi hanno preceduto Gianni Mura, che di Scarp è stato una delle anime forti (un suo giubbotto è ancora appeso, come una reliquia, in redazione), Carlo Verdelli e molti altri.

Il giornale viene venduto, a partire da sabato 2 maggio, per le strade di Milano e di altre città (Como, Varese, Genova, Torino, Vicenza, Venezia, Firenze, Perugia, Napoli, Locri) e davanti alle chiese. Gli strilloni sono ex senzatetto che grazie a questo lavoro possono, come si dice, sbarcare il lunario: un terzo del ricavato rimane nelle loro tasche. Qualcuno di loro riesce a pagarsi un affitto. Le loro storie sono dentro al giornale che vendono, e questo numero prevede quattro diverse copertine con le loro facce e i loro sguardi.

Chi non incontrasse Scarp de’ tenis per la strada, che è il suo habitat naturale, può acquistarlo in digitale sul sito. Oppure fare shopping qui. Per i pochi che non lo sapessero, il titolo della rivista è un omaggio a una delle più famose canzoni di Enzo Jannacci, “El portava i scarp del tennis”. Il filologo prenderà atto che la dizione originale “del tennis” ha perso una elle e anche una enne. In milanese “tenis” è foneticamente più corretto, le doppie non sono molto praticate in molti dialetti nordici; e andando verso Est scompaiono del tutto.

L’eroe immaginario di quella canzone era un “barbun” innamorato: in questo numero Gino e Michele lo intervistano, quasi sessant’anni dopo (scoop!!) e si scopre che… non ve lo posso dire, lo leggerete da voi. Poi ci sono una mia intervista a Renzo Piano e articoli di Marino Niola, Chiara Saraceno, Eraldo Affinati. Le fotografie di Gabriele Basilico. La storia (bellissima) della comunità Rondine di Franco Vaccari. Più un sacco di altre cose. È un giornale ricco: parla dei poveri.

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Non ci crederete ma la cicutaria (erodium cicutarium, umile erbacea molto comune nei prati misti) ha battuto l’intelligenza artificiale. Mi viene da dire: la cicutaria è più popolare dell’algoritmo. Mi spiego. Sono arrivate parecchie mail a commento della mia piccola odissea con la speaker IA – il classico disco rotto – che mi telefona in continuazione per chiedermi di rinnovare contratti in una casa dove non abito più da anni.

Ma, a sorpresa, ne sono arrivate anche di più in soccorso della cicutaria che colora di rosa il grande prato davanti alla mia cucina: la settimana scorsa mi domandavo, per quanto sia bella e generosa, se passarci sopra con il tagliaerba oppure no, lasciarla campare fino alla sfioritura. È un vero e proprio coro, in stragrande maggioranza femminile, che invoca: “giù le mani dalla cicutaria!”.

“La sorte della cicutaria mi sembra più importante di qualsiasi altra causa. Ti scrivo per segnalarti la campagna No Mow May. Si tratta di non tagliare l’erba dei nostri prati per tutto maggio e possibilmente oltre, per permettere alla tua cicutaria e agli altri fiori spontanei di crescere indisturbati offrendo cibo e riparo a farfalle, api e altri insetti. Lo pratico da anni e vedo la differenza. Il mio giardino è più naturale, più vivo e abitato, le piante non si ammalano perché gli insetti aiutano. Quindi no pesticidi, no fertilizzanti e un ambiente più sano e più bello. Ti lascio il link.
Laura

Anche Silvia segnala il movimento No Mow May (non falciare in maggio!), nato in Inghilterra dove la cultura del giardinaggio è antica e molto radicata. E a perorare la causa della cicutaria (e del tarassaco, del trifoglio, del papavero, della malva, della gramigna, delle salvie e delle cicorie, delle decine di specie spontanee che contribuiscono a fare di ogni prato misto un capolavoro di biodiversità) mi hanno scritto anche Elena Gaboardi, Annamaria L., Anna Bacci, Carla, Adriana Arcuri, Antonella Salvo, Lucia, Cecilia Ranza, Lisa, spero di non averne dimenticata nessuna. Nel corteo pro-cicutaria c’è anche un maschio, che merita di avere voce in onore – come dire – della rarità di genere:

“Bisognava tagliare a marzo e poi tirare il più possibile avanti nel tempo, luglio o agosto. E questo perché lì in mezzo c’è una biodiversità “bestiale”, quella che rende quel terreno pregiato”.
Peppo

Un altro maschio, Claudio, suggerisce una soluzione di compromesso: “Alza di un paio di centimetri la lama, così sorvoli i cauti, quelli che stanno alla rincorsa, recidendo i più ‘narcisi’. I cuori palpitano osservando la verzura incalzante”.

Mi resta da dire come l’ho risolta. Dunque. Considerando che il mio giardino, ampio e non recintato, è circondato, oltre che da molti ettari di campi coltivati, anche da prati incolti e boschi, e insomma giace in mezzo a grandi estensioni naturali; e dunque la cicutaria, e tutte le sue sorelle, godono in questo spicchio di mondo (e in quasi tutto l’Appennino) di grande libertà; ho potuto intervenire con più serenità, perché solo una piccola porzione del territorio circostante la casa deve fare i conti con il mio tagliaerba e il mio decespugliatore.

Ho dunque tagliato, come faccio abitualmente, solo quella che potrei definire l’area di stretta pertinenza umana davanti alla cucina e tutto attorno alla casa. È bene che quella cornice sia preservata dalla wilderness che trionfa tutto attorno, nei quindici ettari di bosco, nella profonda forra di fondovalle dove scorre il torrente (e dove pare si sgravi la lupa), nelle numerose zone incolte dove prospera il caos intelligente della natura.

Anche il prato tagliato, mi viene da dire civilizzato, ha una sua bellezza e una sua utilità (a patto che sia un prato naturale, spontaneo, non seminato, niente a che vedere con quei leziosi prati inglesi che sembrano moquette). Ci si cammina scalzi, è meno frequentato da zecche e serpi, le cacche dei cani sono bene in vista e le si pesta solo se molto distratti, lepri, conigli e ricci se ne tengono distanti evitando di rischiare incontri troppo ravvicinati con i cani. Quanto alle api (una ventina di arnie) hanno da banchettare a piacimento: tra tarassaco, robinie, ciliegi selvatici e fiori molteplici, possono guardare con tolleranza l’omino che passa sul suo tagliaerba.

Ne approfitto per dirvi che Wendell Berry (1934), contadino e poeta, tra i padri dell’ambientalismo americano, crebbe nel mito – tipicamente anglosassone – della wilderness, della natura incontaminata, selvaggia, non sottomessa all’uomo; ma arrivato a Firenze per ragioni di studio, negli anni Sessanta del secolo scorso, si innamorò del paesaggio agricolo toscano e rivalutò il rapporto uomo/natura come compatibile con la salute del pianeta, ovviamente se bene equilibrato.

Voglio anche ricordare una grande giardiniera e scrittrice che ci ha lasciato troppo presto, Pia Pera (1956-2016). Le sue riflessioni sul rapporto tra gli esseri umani e le piante sono preziose, coinvolgenti. Tra i suoi tanti libri, dato l’argomento appena trattato, mi sembra giusto segnalare Contro il giardino. Dalla parte delle piante, scritto con Antonio Perazzi, uno che i giardini li progetta. Chissà se Pia l’avrebbe abbassata oppure no, la cicutaria davanti alla mia cucina. I miei fiori (e i fiori dei campi) la salutano.

Mi resta da dirvi che le mie rose stanno, più che sbocciando, esplodendo come fuochi artificiali. E ho intravisto la prima serpe dell’anno che scompariva, frusciando, nell’erba alta. Vive rasoterra ma, se potesse parlare, vi direbbe: in alto i cuori.