I had a bad dream
«Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli?»

Certe notti basta un cattivo sogno e il sonno si lacera, come una pellicola troppo sottile per contenere le intemperie dell’inconscio. Quando non riesci a riaddormentarti ti ritrovi a gironzolare per casa in attesa dell’alba. Dai da mangiare al gatto, molesto e seduttore, metti a posto qualcosa, fai piano per non svegliare chi dorme, cerchi di capire se l’ansia che ti ha svegliato ha consistenza reale o è solo un fantasma notturno che se ne andrà assieme al buio.
Poi, se non riesci a riaddormentarti, accendi il computer, come sto facendo ora, e vedi se mettere in fila i pensieri aiuta a renderli meno minacciosi, più governabili. Hai nella testa, mischiati alle tue ansie private come in un solo grumo tenebroso, i telegiornali, le città e le case inquadrate nel mirino dei bombardieri come in un videogame – fanno “puff” e in un istante tutto è cenere. Vedi la terra come un immenso campo minato, il mare (il mare!) come una secchia contesa. Le navi squarciate. Le strade rotte. I bambini in fuga per mano alle madri. Le tende di Gaza stracciate dal vento. Gli inermi che piangono e i potenti che digrignano i denti e dicono che Dio lo vuole.
Troneggia al centro della scena quel signore grosso e volgare, con quel cappellino ridicolo che non è un elmo da condottiero, non è la corona di un re, non è l’alloro di un imperatore, è un cappellino ridicolo. Blatera minacce, rivendica vittorie, esulta per il sangue degli altri e tace sul lutto dei suoi, gongola per l’umiliazione di chiunque non abbia il suo cappellino, mente su tutto, non riflette su niente, e sempre adoperando le parole così come gli viene, alla rinfusa, senza una logica comprensibile, senza altro obiettivo evidente che non sia: sottomettere gli altri. Sottometterli come sola speranza di sentirsi forte, e vivo.
E allora, venendo al dunque di questo fioco e perturbato pensiero notturno: se Trump è un malato di mente, non lo sarà anche la società che lo esprime? Se un popolo si è scelto come capo quest’uomo violento e bugiardo, non sarà perché gli assomiglia, o vuole assomigliargli? Potrei scrivere, per smentirmi e rassicurarmi, l’elenco interminabile di americani e cose americane che hanno nutrito la mia vita e l’hanno resa migliore, ma in fin dei conti si tratta di artisti, letteratura, cinema, musica, quel lungo racconto della vita che non è proprio la vita.
Basta niente, basta un ordine di attacco, basta un indice di borsa che si impenna, o precipita, per far sembrare il giovane Holden quello che è: solo il personaggio di un libro. E il professore di Dead Poets Society (L’attimo fuggente), che ha lo sguardo incantevole di Robin Williams: solo il personaggio di un film. E la piuma che Forrest Gump, sulla sua panchina, vede danzare su un refolo d’aria: solo una piuma. E la lealtà dei cowboy buoni: solo un mito ormai crivellato di colpi, hanno vinto i cowboy cattivi.
Anche mio nonno americano, il professore che insegnava filologia romanza alla Columbia University e che fu il primo a tradurre in italiano Emily Dickinson, quando porto l’orologio porto il suo. Anche mia mamma cresciuta a New York, tornata in Italia dopo la guerra, troppo cattolica per rimanere “tra quei protestanti”: alle cinque del mattino nuotano nella mia testa come figure vaghe e remote, ombre del passato, sento le loro voci, vedo i loro volti, mia madre ancora la sento ridere. Ma non saranno anche loro solo i personaggi di un film, il bel film nel quale ognuno di noi si protegge, si illude di vivere?
Il gatto passa sulla tastiera del computer (lo fa sempre). Ha lasciato scritto: h36v4jbh. Chissà cosa avrà voluto dire. Sono le cinque e mezza del mattino di domenica 15 marzo. Se non piove troppo, appena c’è un poco di luce esco con i cani. Stasera scenderò a Milano per andare da Fazio a Che Tempo Che Fa. Mi piacerebbe parlare della piuma. Parleremo invece della guerra.
Prima di lasciare il computer e farmi il secondo caffè, provo a scrivere un’ultima frase: quando il missile si schianta e scompare, la piuma ancora galleggia nella luce. Forse, però, l’ha detta meglio De Gregori: «gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me». Se tutto vi sembra un poco sconnesso, è normale. Sono solo pensieri notturni. Tra poco meno di un’ora, rischiara.
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Alla luce del giorno tutto sembra un poco meno grave, un poco più affrontabile. Mi sono ricordato che sul tema “americani che sparano” e “americani che si sparano” avevo scritto, lungo gli anni, parecchia satira. Diciamo che è un argomento classico – gli attori dicono: di repertorio. Vonnegut ci ha intinto la penna per il suo romanzo Il grande tiratore. Questo, scendendo di livello, è uno dei miei pezzi di satira. È del 2005 e uscì sull’Espresso.
“FUOCO AMICO – Fa parte delle più antiche e solide tradizioni americane, come il barbecue e la torta di mele. Secondo alcuni storici il primo caso di fuoco amico si verificò quando il reverendo Moses Tribulation, appena sceso dal Mayflower, ebbe una disputa teologica con altri pellegrini sul concetto di predestinazione. Per dimostrare che tutto è già scritto e bisogna avere fiducia nella volontà di Dio, Moses sparò con gli occhi bendati due colpi di spingarda, uccidendo sul colpo la moglie e il figlio undicenne.
LITTLE BIG HORN – Circondati dagli indiani, il generale Custer e i suoi uomini di disposero a cerchio. Custer consultò il Manuale dell’Accademia Militare che portava sempre con sé, ma nella concitazione gli caddero gli occhiali e dove c’era scritto “per carità, non fate la stronzata di sparare verso l’interno!”, saltò una riga e lesse “sparate verso l’interno”. Non ci furono superstiti. Alla figura di Custer si ispira ancora oggi molto cinema, dal ciclo dell’ispettore Clouseau alle pubblicità progresso contro l’abuso di alcolici.
VIETNAM – Durante un volo radente, un pilota di elicottero scommise con il suo secondo che avrebbe volato così basso da poter leggere distintamente il numero di scarpe dei vietcong. Essendo i vietcong scalzi, il pilota perse la scommessa e decapitò con le pale una scolaresca vietnamita e una colonna di marines nell’imminenza del congedo.
DALLAS – Non è vero che Lee Oswald intendeva uccidere John Kennedy. Voleva solo mettere fuori uso il parchimetro davanti al suo ufficio, come faceva ogni mattina, perché non aveva mai le monetine per prolungare la sosta. Il corteo presidenziale passò davanti al parchimetro nel momento sbagliato. Vera, invece, la versione secondo la quale fu la mafia a uccidere lo stesso Oswald per vendetta. La mafia gestiva i parchimetri cittadini ed era esasperata dal comportamento di Oswald.
IRAQ – Gli ordini del Pentagono sono chiari: nell’ordinaria amministrazione è in vigore la tattica morbida, “sparare a tutto quello che si muove”. Solo in caso di emergenza scatta la tattica dura, “sparare anche a tutto quello che non si muove”. Tra le vittime, diversi bassorilievi del Museo di Ninive e i relativi uscieri, qualche migliaio di civili iracheni scambiati per civili iracheni, gatti, cammelli, passanti, coppie di barellieri con il trasportato, una squadra di calcio compresa la panchina e un generale del quinto corpo d’armata che per fare uno scherzo la notte di Halloween si è presentato a un check-point travestito da Bin Laden.
SATURNO – Durante il recente sbarco americano su Saturno la popolazione locale, costituita da filamenti verdastri, è stata ritenuta ostile dall’intelligence perché rifiutava di indire immediatamente libere elezioni, ed è stata distrutta con il lanciafiamme. Solo dopo si è saputo che i filamenti erano filoamericani. La vera popolazione ostile era formata da enormi funghi sotterranei, tutti membri di Al Qaeda. Sono sopravvissuti indisturbati all’intervento americano.
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Precisamente un anno fa – era il 15 marzo – a Roma, in piazza del Popolo, c’è stata la manifestazione per l’unità europea da me incautamente evocata e poi messa in opera con il contributo di molti sindaci italiani, primo fra tutti il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. È un ricordo bello e gentile, una grande piazza antifascista, antinazionalista, pacifica, democratica, che si ribellava a Putin e a Trump e chiedeva ai governanti europei di accelerare il percorso verso una vera confederazione di popoli.
Quando mi chiedono se quella piazza è servita a qualcosa, rispondo che è servita a quelli che c’erano, in fondo come tutte le piazze. Ci si incontra, ci si guarda in faccia, ci si sente meno soli. Forse è poco. Ma è meglio di niente. Ne approfitto per salutare e ringraziare, un anno dopo, tutti quelli che sono stati lì con me (tra loro, parecchi lettori di Ok Boomer!). Non mi sono dimenticato di voi, non dimenticatevi di me. La mia bandiera blu con le stelle gialle è piegata in un cassetto, in attesa che un vento migliore la faccia sventolare.
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Le violette bianche quest’anno sono state tante (ora già sfiorite) e non me ne sono accorto solo io, che ve ne ho parlato la settimana scorsa. «Sotto le siepi di rovo e di ginestra ho notato una fioritura eccezionale, e meravigliosa, di viole e, fatto ancora più eccezionale, assieme a quelle viola e azzurrine, qua e là occhieggiano anche gruppi di violette bianche, che dalle mie parti ho notato a volte solo come rarità»: così mi scrive Daniela dall’Appennino tosco-emiliano. Arrivano segnalazioni anche dai fossati della Brianza e da un paio di altre località imprecisate. Spegne un poco gli entusiasmi Daria: «Viola sororia alba, per niente rara anzi una vera invasiva». E io che credevo fosse come i quadrifogli…
I tigì parlano di “ritorno dell’inverno”, io direi piuttosto che, almeno qui nel selvaggio Nordovest, non se ne sia mai andato. È la nostra impazienza a tradire la percezione meteo: è solo metà marzo, sulle Alpi nel weekend ha nevicato forte, i banchi del mercato domenicale qui a fondovalle ancora non osano tirare fuori niente di leggero, troneggiano appesi ai tendoni sgocciolanti filari di giacconi e impermeabili.
I primi asparagi e le prime fragole sono forzature di serra. Bisogna aspettare e godersi quello che passa il cielo, oggi piove fitto e non si fermerà fino a sera ma l’aria è mossa e c’è una luce metallica, quasi argentea, che fa venire voglia di uscire lo stesso, basta un buon berretto impermeabile.
L’egemonia delle cince, attorno alle mangiatoie davanti alla cucina, è seriamente messa in discussione da una masnada di fringuelli apparsa senza preavviso. I cardellini se ne stanno per conto loro a sistemare il vecchio nido, o a farne uno nuovo, nel fitto dei cipressi. Sono tornati anche gli storni e fanno un baccano impressionante tra i coppi del tetto e sulle grondaie, come batteristi punk, fischiano tutto il santo giorno, saranno una ventina ma sembrano mille. Merli e pettirossi pattugliano il prato. L’esercito delle bestie non arretra di un metro: ognuno è al suo posto di combattimento. Gli uccellini nel vento non si fanno mai male. In alto i cuori.




