Era già tutto previsto
«Capita, nel 2026, di rileggere un eccellente documento politico del 1990 constatando, con desolazione, che nei trentasei anni successivi molto poco è stato fatto per mettere in pratica quei buoni propositi».
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La questione dei migranti è gravata da una zavorra ideologica della quale è abbastanza facile fare a meno: è quella secondo la quale esisterebbe una “razza italiana” che rischia di essere contaminata. Si tratta di razzismo in purezza. Definisce “razza” il melting pot millenario del quale siamo composti noi attuali abitanti dell’Italia, figli di quasi infinite migrazioni, dominazioni, incroci. Non capisce che l’identità è un continuo divenire, un lungo viaggio cromosomico, e pretende di fissarne i connotati. La teoria della “sostituzione etnica” ne è una conseguenza. Quando il generale Vannacci dice che Paola Egonu non rispecchia l’immagine di italianità, esprime con schiettezza un concetto razzista. Tecnicamente razzista.
Se invece pensate che conti, nella composizione di una comunità nazionale, un insieme di regole, vincoli e connessioni, la più rilevante delle quali è la lingua, ecco che la questione dei migranti smette di essere ciò che non è (un problema di “purezza”, essendo inesistente la purezza). E diventa un problema di integrazione, dunque di mescolanza e di concittadinanza: non basta accogliere chi arriva (anche se è piuttosto rilevante non lasciarlo annegare in mare), è decisivo aiutarlo a integrarsi.
Non importa da dove viene, importa che là dove è arrivato non sia un corpo estraneo, e sia messo nelle condizioni di fare parte di una collettività di persone che per quanto differenti per convinzioni politiche, costumi familiari, religione, devono convivere e rispettarsi. La concittadinanza è qualcosa che si impara. E qualcosa che si insegna. È dunque, prima di tutto, scuola.
Come ognuno può capire, anche se depurato dal razzismo, il problema dell’integrazione resta complicato. L’impatto prodotto dalla presenza di molti stranieri è sotto gli occhi di tutti. I vantaggi enormi – senza immigrati niente potrebbe più funzionare, in Italia – e gli svantaggi: gli attriti culturali, le difficoltà di rapporto e di condivisione di uno stesso territorio.
Dunque, volendo andare all’osso della questione, la vera differenza politica, quella sostanziale, è tra chi agisce a favore dell’integrazione e chi la ostacola, o la boicotta. Tra chi cerca di progettare nel concreto le pratiche di integrazione, investendo in leggi, in progetti, e finanziandoli, e chi no. E non credo di sbagliare dicendo che, per sommi capi, ci sia stato un grave deficit nelle politiche di integrazione. Si è fatto molto poco.
Sintetizzando, e a rischio di eccessiva semplificazione: la destra non ha messo in campo misure di integrazione perché non solo non la crede possibile; la ritiene indesiderabile. La sinistra non lo ha fatto perché si è illusa che il fenomeno si autogovernasse, che il multiculturalismo fosse una specie di effetto naturale e virtuoso della convivenza tra diversi e a volte tra molto diversi; sottovalutando le difficoltà di chi accoglie così come di chi arriva.
Così ci capita, nel 2026, di rileggere un eccellente documento politico del 1990 constatando, con desolazione, che nei trentasei anni successivi molto poco è stato fatto per mettere in pratica quei buoni propositi. Si tratta di una circolare dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Sergio Mattarella. I migranti erano ancora pochi, e se forse era imprevedibile una crescita così impetuosa del fenomeno, c’erano il tempo e le risorse per non farsi trovare troppo impreparati.
Conosciamo questo documento per merito dell’attuale presidente del Consiglio Meloni, che l’ha citato da Bruno Vespa, del tutto a sproposito, come pezza d’appoggio delle politiche scolastiche del suo governo, e in polemica con l’attuale capo dello Stato che poche ore prima aveva richiamato l’esecutivo al rispetto dello spirito di inclusione della scuola pubblica. L’idea di Meloni era, grosso modo, chiamare a correo Mattarella: ma perché ci sgrida, se anche lui, da ministro della scuola, era preoccupato per l’arrivo dei migranti e dei loro bambini?
Per la sfortuna di Meloni, è poi capitato che qualcuno abbia avuto l’idea di rileggere che cosa c’era scritto, nella circolare Mattarella. Diversi giornali ne hanno parlato. Ringrazio il lettore Giancarlo Di Fonzo che me ne segnala uno stralcio molto eloquente. La sola cosa alla quale fa pensare, il Mattarella del 1990, è quanto tempo abbiamo perso sulla strada dell’integrazione. Al di fuori della scuola pubblica, quella strada non è ancora stata imboccata.
“La realtà della presenza di stranieri… rende di particolare attualità una nuova e mirata attenzione della scuola alle tematiche connesse all’educazione interculturale quale condizione strutturale della società multiculturale. Il compito educativo, in questo tipo di società, assume il carattere specifico di mediazione fra le diverse culture di cui sono portatori gli alunni: mediazione non riduttiva degli apporti culturali diversi, bensì animatrice di un continuo, produttivo confronto fra differenti modelli.
L’educazione interculturale avvalora il significato di democrazia, considerato che la “diversità culturale” va pensata quale risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone. Pertanto l’obiettivo primario dell’educazione interculturale si delinea come promozione delle capacità di convivenza costruttiva in un tessuto culturale e sociale multiforme. Essa comporta non solo l’accettazione ed il rispetto del diverso, ma anche il riconoscimento della sua identità culturale, nella quotidiana ricerca di dialogo, di comprensione e di collaborazione, in una prospettiva di reciproco arricchimento.
È qui da sottolineare che l’educazione interculturale, pur attivando un processo di acculturazione, valorizza le diverse culture di appartenenza. Compito assai impegnativo, perché la pur necessaria acculturazione non può essere ancorata a pregiudizi etnocentrici. I modelli della “cultura occidentale”, ad esempio, non possono essere ritenuti come valori paradigmatici e perciò non debbono essere proposti agli alunni come fattori di conformizzazione.
Ogni intervento che si colloca su questo piano tende così, anche in assenza di alunni stranieri e nella trattazione delle varie discipline, a prevenire il formarsi di stereotipi e pregiudizi nei confronti di persone e culture e a superare ogni forma di visione etnocentrica, realizzando un’azione educativa che sostanzia i diritti umani attraverso la comprensione e la cooperazione tra i popoli nella comune aspirazione allo sviluppo e alla pace”.
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Meglio tardi che mai, ho visto “Le Alchimiste” di Anselm Kiefer a Palazzo Reale, nella Sala delle Cariatidi. Sono quarantadue enormi tele verticali, alte più di cinque metri e larghe due, realizzate apposta per questo allestimento milanese. Ciascuna raffigura/racconta una donna che si dedicò all’alchimia, in gran parte tra la fine del Quattrocento e il Settecento.
Una sola, l’inglese Mary Anne Atwood, attiva nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’alchimia era solamente memoria culturale e ricerca filosofica, non più “scienza” come fu nei suoi secoli d’oro, una proto-chimica sospesa tra la metallurgia e la magia che maneggiava la materia cercando di trasfigurarla e di trovarne l’essenza attraverso pratiche (putrefazione, calcinazione, combustione, distillazione, sublimazione) che ancora oggi ci danno un’idea di febbrile ricerca, con conoscenze e strumenti molto più rozzi di adesso.
Il nero, il bianco, il giallo e il rosso erano i colori che componevano le varie fasi della ricerca alchemica (nigredo, albedo, citrinitas, rubedo). L’obiettivo era arrivare all’oro. Ottenere oro (la perfezione, la meta finale) per manipolazione, per trasformazione, per svelamento dei segreti della materia.
Dell’opera di Kiefer, e di questo progetto davvero titanico per dimensioni e per concezione, ovviamente non saprei dire niente di meglio di quanto è stato già scritto: “Le Alchimiste” è una delle esposizioni più commentate e spiegate dell’anno, avete solo l’imbarazzo della scelta. Detto che ci si sente soggiogati dal femminile, dalla potenza che scaturisce dai grembi, dagli arti, dagli sguardi di quelle donne indomabili, spesso perseguitate per stregoneria o più banalmente relegate nelle retrovie dai maschi, aggiungo solo una cosa: un vero e proprio sbalordimento di fronte all’imponenza del lavoro di Kiefer.
Mi sono domandato quante tonnellate (non quintali: tonnellate) di colore, di metalli, di materiali vegetali, di tessuti e di cenere, di argille, di ossidi, di calce, di zolfo, di gommalacca, di intrugli vari Kiefer e la sua squadra abbiano adoperato per comporre questa vera e propria cattedrale su tela. Su tutti questi materiali Kiefer ha agito da alchimista, mescolandoli e trasformandoli anche con la fiamma ossidrica, con ossidazioni, carbonizzazioni, accumuli che danno l’idea del bassorilievo.
La febbrile fatica di questa composizione artistica rimanda a quella delle antiche eroine dell’alchimia, raffigurate dentro un caos stravolgente e misterioso di colori, ombre, fili, grumi, macchie, oscurità, con l’oro che ovunque trova breccia, salva la luce, rivela salvezza. Bello anzi bellissimo, emozionante, un’immersione tra gli elementi, si è affascinati e al tempo stesso intimoriti. Spesso le figure delle alchimiste sono piccole e gracili rispetto al caos che le sovrasta, fai quasi fatica a individuarle nella tela. Ed è proprio questa sproporzione a renderle “eroiche”.
Ho sempre ammirato, anzi invidiato i pittori e gli scultori perché lavorano con la materia. Ci immergono le mani, gli occhi, la testa. Devono usare attrezzi, ordinare materia prima, conoscere consistenze, pesi, durevolezza. Ogni volta che vedo un quadro o una scultura la mia prima domanda non è concettuale (cosa avrà voluto dire?), è tecnica: come diavolo avrà fatto? Perché io non saprei farlo. Per mettere insieme qualcosa che assomigli, anche lontanamente, a una sola delle quarantadue tele di Kiefer, penso che non mi basterebbero dieci vite.
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Le sortite di Trump sono sempre più provocatorie e stravaganti. Lo dimostra questo titolo che Massimiliano ha trovato sul sito di Rai News (che pullula di refusi):
TRUMP PROMETTE 5000 DOLLARI AD OGNI AMERICANO ADUSTO
Quanti saranno gli americani adusti? Saranno concentrati nelle zone desertiche? Le Zanzare di questa settimana sono allietate da un altro refuso, trovato da Francesca su Siena News. Gli effetti del cambiamento climatico sono molto più drastici di quanto si poteva supporre:
IL MALTEMPO HA STERZATO TUTTA ITALIA
I gioielli, intramontabile oggetto di bramosia per i ladri di ogni luogo, sono protagonisti di due episodi di cronaca sorprendenti. Il primo, tratto dal Dolomiti, è segnalato da Franz:
TRUFFATORI FERMATI CON 22MILA EURO
DI GIOIELLI RUBATI AL CASELLO DELL’A22
L’ordine delle parole, come spesso accade, è decisivo. Messe così, fanno pensare a quanto sia imprudente lasciare dei gioielli in un casello autostradale. Curiosa, invece, la sequenza “reato/colpevoli” così come viene descritta in questo titolo di Palermo Today, scovato da Antonio:
FINTO POLIZIOTTO ENTRA IN CASA DI UN’ANZIANA
E RUBA I GIOIELLI. ARRESTATI DUE CATANESI
Infine, ci è molto piaciuto questo misterioso cartello affisso nella farmacia comunale di Benevento, che Danilo ha fotografato per noi:
PER L’UTILIZZO DEL BAGNO
RIVOLGERSI AL PERSONALE IN DISTRIBUZIONE
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Questa mattina, lunedì, nell’Aula Magna della Sapienza, a Pisa, Alessandro Luporini detto Sandro riceverà la laurea honoris causa in Comunicazione, Media e Tecnologie. Pittore notevole, è diventato famoso soprattutto per il suo uso delle parole: ha scritto con Giorgio Gaber tutto il suo teatro, una lunga avventura, più di una decina di spettacoli dal 1970 al 2000.
Le idee e le esperienze della seconda metà del Novecento (la politica, la rivoluzione fallita, la crisi della famiglia, il femminismo, la psicanalisi, il consumismo, il conformismo, la massificazione e altre cose) sono quasi tutte comprese nel lavoro di quei due. Con una capacità rara di parlare anche delle cose difficili in modo chiaro, popolare e colto al tempo stesso.
Sandro ha 96 anni. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di fare chiacchiere serie e meno serie, di vederlo lavorare con Gaber e perfino di giocare a calcio-tennis con lui. Nel paesaggio culturale italiano è una specie di pezzo unico, non inquadrabile, fuori da qualunque “giro”, di quelli che ti viene da definire anarchici perché non trovi un altro attributo un po’ meno vago (“anarchico” è una medaglia che si concede, agli artisti, con generosità indistinta).
È sempre stato libero, intelligente, fortemente espressivo. Mi dispiace non potere essere a Pisa per fare festa con lui. Di mattina non si può, ma questa sera brinderò a Sandro, alle sue parole e naturalmente a Gaber. In alto i cuori.




