È il pensiero, che conta
«È impossibile occupare militarmente il nostro spazio interiore, almeno fino a che Elon Musk avrà inventato un chip microbico che ci mangia il cervello e lo rimpiazza con qualcosa»

Se il mondo vi sembra dominato dall’arbitrio dei più forti e dalla violenza più esplicita, e questo vi crea una certa angoscia, vi sconsiglio vivamente di vedere Una battaglia dopo l’altra (One Battle after Another) di Paul Thomas Anderson, gran film ahimé non troppo distopico – nel senso che rischia di apparire quasi realistico – nel quale gli Stati Uniti sono governati da una feroce cricca di suprematisti bianchi e la sola forma di opposizione percepibile è un’altrettanto feroce guerriglia armata. Fanatici contro fanatici, e pochissimo spazio per gli esseri umani non reclutabili.
Dopo il primo quarto d’ora ho cercato di vederlo come un grande film d’azione e ci sono quasi riuscito: gli inseguimenti in macchina, i duelli all’arma da fuoco e la cadenza quasi scientifica dei colpi di scena aiutano a capire che alla fin fine di questo si tratta. Un grande film americano con un grande cast americano (DiCaprio, Sean Penn, Benicio del Toro e la giovanissima e superlativa Chase Infiniti). Trattasi di entertainment, insomma. E però la complessiva brutalità e crudezza del racconto, con la riduzione della politica a un corpo a corpo per la propria sopravvivenza e per l’eliminazione del nemico, in questo clima di guerre, di sopraffazione e di bullismo politico fa un effetto sinistro, e anche piuttosto deprimente. Avrò visto un film oppure era un docufilm sull’imminenza della Seconda Guerra Civile Americana?
Così che la mattina dopo, svegliandomi e accendendo il computer con il caffè in mano, come faccio ogni giorno, mi è venuto naturale constatare una certa continuità, anche iconografica, tra i botti di Trump a Caracas, le scie di fuoco nel cielo, il blitz dei corpi speciali per rapire (credo sia il termine corretto) il piccolo despota di provincia Maduro, e il film che avevo visto la sera prima. Stessi scoppi, stessi lampi.
Non è concesso meravigliarsi più di tanto: il mondo, dopo tutto, è solo un immenso e interminabile film d’azione, purtroppo con interpreti molto meno bravi di del Toro, Penn e DiCaprio, e con sceneggiatori molto più confusi e scadenti. È un film nel quale siamo tutti comparse non pagate. E nessuno ci ha avvertito, dopo il ciak, di quello che sta per accaderci: nella prossima scena ci ammazzano o siamo noi che ammazziamo gli altri? Quella che a noi europei è sembrata una lunga illusione – ottant’anni di pace, democrazia e relativo benessere – è stato in realtà, al cospetto della storia e delle sue carneficine, solo un breve interludio. Come l’intervallo di una volta al cinema. Il tempo di andare in bagno o comperare le patatine, poi mettetevi seduti che ricomincia il secondo tempo, e riecco il frastuono della guerra, i mitra che crepitano, le urla dell’agonia e il sangue che scola sulla strada.
Poi per fortuna mi è capitato di pensare – e mi capita con una costanza che mi consola – che una ridotta quasi inattaccabile nella quale ci è concesso comunque trovare rifugio, e senza neanche correre a perdifiato, è la nostra testa, con i nostri pensieri e il nostro arsenale intellettuale. Fino al momento preciso in cui una bomba ci incenerisce, e amen, siamo padroni di noi stessi: nel senso che è impossibile occupare militarmente il nostro spazio interiore, almeno fino a che Elon Musk avrà inventato un chip microbico che ci mangia il cervello e lo rimpiazza con qualcosa, non importa che cosa, di cui solo lui ha depositato i diritti d’autore.
Esempio di spazio interiore inespugnabile. Leggendo una lunga, bella intervista di Malcom Pagani a Paolo Conte, su d, mi ha colpito, e un poco commosso, l’ostinazione con la quale il vecchio artista difende il “suo” Novecento, quello delle avanguardie artistiche, del jazz, del musical, del cinema, dal Novecento “vero”, quello dello sterminio su larga scala: «Lo so che il 900 è stato anche il secolo strampalato e orribile della Shoah e di Hiroshima, ma sognando ho sempre pensato ad altro». Ecco: pensare ostinatamente ad altro. È l’altro che ci impedisce di disperare. «Lo so del mondo e anche del resto» (Gaber): ma ho la testa piena di cose mie, e nessuno riuscirà a rubarmele. Nella testa di Paolo Conte c’è Duke Ellington che suona il piano, Josephine Baker che balla e Francis Bacon che dipinge: e niente potrà mai cancellarli.
Nel mio orticello (quello di Conte è un giardino lussureggiante) coltivo, sempre più raramente, anche la pianta della satira, che forse è un’arte minore, eppure riesce a torcere in mio favore ciò che mi disgusta, rendendolo comico. Sconfiggendolo. Esattamente tre giorni prima che Trump invadesse il Venezuela, avevo scritto su Repubblica che Trump avrebbe invaso il Venezuela. Non l’ho fatto da esperto di cose internazionali né da stratega, tantomeno da aruspice. L’ho fatto da scrittore di satira nella mia tradizionale poesia di previsione per l’anno nuovo che esce a San Silvestro da molti anni.
Trump invade il Venezuela
affondando le piroghe
metà a remi, metà a vela
che trasportano le droghe.
Le trasportano negli Usa
che la gioventù ne abusa
e si strema, e si stravacca
che la Patria poi si fiacca.
Ma il mercato, senza coca
d’improvviso illanguidisce
e le stelle, senza strisce
fanno luce molto fioca.
Per fortuna regge il pil
grazie al boom del Fentanyl
che ti uccide piano piano
ma è un prodotto americano.
Scusate l’autocitazione, era per provare a entrare nell’anno nuovo con minore cupezza. Chissà se ci sono riuscito. Posso solo aggiungere che per gli altri undici mesi della poesia sul 2026 ho fatto previsioni metà fosche, metà ridicole. Speriamo che si avverino soprattutto quelle ridicole.
*****
Tante, tantissime le mail che hanno cercato di rispondere alla mia domanda (vaga, lo capisco, ma sentita) sulla vita culturale delle nuove generazioni. Anche per non abusare del tempo dei lettori, ne pubblico solo una parte (circa un terzo). Ho dato la precedenza, come è ovvio, alle esperienze e agli umori dei diretti interessati, i giovani. Ogni volta che mi rendo conto di avere anche lettori che potrebbero essermi figli, e ormai quasi nipoti, mi si apre il cuore: lo considero un grande privilegio. Che le generazioni siano in conflitto tra loro, è la regola. Che da questo conflitto possa scaturire anche ascolto reciproco, è abbastanza raro.
“Sono Alex e ho 24 anni. Non è semplice rispondere, nemmeno per chi giovane lo è. Provo a farlo partendo dal quotidiano, che forse spiega più di tante analisi sociologiche. Sono un operaio metalmeccanico con contratto a tempo indeterminato: otto ore di lavoro al giorno, più gli spostamenti. Mi ritengo fortunato, perché lavoro a pochi chilometri da casa; molti miei coetanei passano anche un’ora in macchina, all’andata e al ritorno. Vivo da solo e questo significa autonomia, ma anche responsabilità: spesa, bollette, casa, incombenze che mangiano tempo ed energie. Se faccio un conto brutale: su 24 ore, 8 si lavorano, 8 si dormono. Le altre 8 dovrebbero essere “tempo libero”, ma tra commissioni e attività domestiche diventano facilmente 3 o 4. In quello spazio ristretto, cerco di informarmi: leggo un giornale, seguo un dibattito televisivo, a volte un libro. Altre volte, come capita a molti, finisco risucchiato dai social, in uno stato di alienazione silenziosa che forse non è tempo libero, ma nemmeno vero riposo. Arriva poi il weekend, le famose 48 ore di libertà. Io le divido tra i nonni, che per me sono una presenza importante, e gli amici. Spesso ci si trova in un bar e si parla di tutto e di niente: lavoro, stanchezza, futuro, o lo si evita accuratamente. Non perché manchi l’interesse, ma perché manca il contesto. Ogni tanto però, quando arriva l’invito, ho anche l’occasione di assistere alla diretta in studio di “Che tempo che fa”: un’esperienza che, ogni volta, regala forti emozioni e bei momenti, e che per me rappresenta uno di quegli spazi rari in cui ci si sente parte di qualcosa di vivo e condiviso”.
“Ed è forse qui che provo a rispondere davvero alla tua domanda. I giovani non è detto che non ci siano; ma spesso non hanno luoghi. O, meglio, non hanno luoghi accessibili, vicini, riconoscibili come spazi di crescita culturale e collettiva. Nella provincia in cui viviamo, io sono della Val d’Arda, l’offerta culturale è scarsa, frammentaria, e raramente pensata per chi ha vent’anni e poco tempo, pochi soldi, molta stanchezza. Forse i giovani sono dispersi più che assenti. Sparsi tra lavoro, precarietà mentale (anche quando il contratto è stabile), schermi che anestetizzano, relazioni che faticano a diventare comunità. Non perché non ci sia il desiderio, ma perché spesso manca l’occasione concreta. Detto questo, raccolgo comunque il senso del tuo invito. Durante queste festività sono andato per la prima volta a Roma, per quattro giorni. Non so se questo basti a rispondere alla tua domanda, ma per me è stato un modo concreto di cercare quello che forse spesso ci manca: tempo, bellezza, e la sensazione di far parte di qualcosa che ci precede e ci supera”.
Alex Molinari
“Ho 38 anni (giovane? Più dei 60/90enni sì), abito a Ravenna ma sono forlivese di nascita. Ho tre figli e faccio il medico di medicina generale. Il tempo che non dedico al lavoro lo passo di pomeriggio per lo più in macchina a portare o aspettare i bambini nei vari impegni a cui volentieri li ho iscritti. E di mattina in varie incombenze in cui mi trascino sempre la figlia piccola che ha quasi 3 anni ma non è ancora iscritta alla materna. Non ho tempo per praticamente nulla di “bello” e “culturale”, nemmeno il cinema o un concerto. Le energie che rimangono dopo aver vissuto l’ordinarietà le mettiamo nel cucinare qualcosa di sano e buono, nel partecipare a qualche corso di formazione o preparare qualche intervento per alcuni di essi. Ho frequentato dei master, facciamo riunioni formative e interessanti (sempre troppo poche), mi sono infine iscritta a una palestra in cui riesco ad andare 50 minuti una volta a settimana. Nel weekend cerchiamo di respirare e stare all’aria aperta. Cerco di leggere, ancora molto. E ogni molto tempo andare a cena fuori con mio marito o le mie amiche. La mia non è una lamentela, solo il racconto di una realtà. Sono oltremodo felice di aver fatto un liceo tosto che mi ha dato il bagaglio culturale che successivamente non sono riuscita ad arricchire. Ho amiche senza figli che visitano mostre (al San Domenico a Forlì sempre molto belle) e vanno al cinema o a teatro. Spero che una volta passato il frullo della vita con bambini la mia mente sia ancora capace di studiare o approfondire o anche solo cercare occasioni di crescita culturale”.
Sara
“Le dico il mio punto di vista di quasi 35enne. Tutti gli incontri culturali a cui vorrei andare si svolgono spesso in mezzo alla settimana e in orari per me lavorativi (17, 18 o perfino 19). Purtroppo questa è la ragione principale per cui io non riesco mai (e dico mai) ad andare a incontri con autori. Anche perché spesso bisogna mettersi in fila, e l’incontro è a esaurimento posti, quindi devo spesso calcolare mezz’ora in più almeno rispetto all’orario di inizio. Impiego così il mio tempo libero (non ho figli, solo la figlia del mio compagno in un’altra città): sport e, quando posso nel fine settimana, aria aperta (montagna), altrimenti faccende e commissioni che non riesco a fare durante la settimana (lavoro spesso fino alle 20 e anche oltre). A volte temo che il lavoro sia più un alibi che altro per non affrontare calche e file (vivo a Milano, città in cui ormai pure per una serata in pizzeria bisogna prenotare)”.
Eleonora
“In pensione da due anni trascorro la maggior parte del tempo con mia moglie ai margini di un piccolo villaggio nelle Alpi Giulie, dove Italia, Austria e Slovenia si incrociano. Camminando fra questi monti incontro giovani: sia abitanti del luogo – che in molti casi hanno figli piccoli, e questa non è una notizia da poco – sia provenienti dalla pianura. Si muovono spesso in gruppi allegri e ricchi di parole. Stanno prendendo piede attività di ritorno ai monti, per gestire attività agricole, sviluppare laboratori artigianali, guidare le persone nella natura, gestire abitazioni o rifugi alpini: attività che richiedono un sostegno economico che qui, fortunatamente, talvolta ancora arriva dalla Regione. Ma comunque vogliono camminare con le loro gambe e progredire verso un futuro meno grigio di questo. Ti segnalo anche un podcast che sto ascoltando in questi giorni: Fahrenheit 5252. È tenuto da due giovani bibliotecarie della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, Alice e Anna. Incontrano loro coetanee che si occupano di libri sui social ed è stata una sorpresa sentire, fra gli innumerevoli titoli che non conosco e che forse non leggerò mai, ragazze di circa 30 anni che giudicano imprescindibili per loro testi come “Il conte di Montecristo”, “La coscienza di Zeno” o “Delitto e castigo””.
Andrea Alfonsi
“Da giovane di mezza età (ho 35 anni), cerco di dare una risposta alla tua domanda: dove sono finiti i giovani. Siamo a casa. Siamo a casa “nostra”, quando abbiamo avuto la fortuna di poterci permettere un affitto (il mutuo e la proprietà sono miraggi novecenteschi, alla stregua di proletariato e borghesia) e di non vivere ancora con i nostri genitori. Siamo a casa nostra perché siamo stanchi, dopo giornate piene di lavoro senza orari fissi; giornate in cui, se sei precario come me, passi il tempo libero dal lavoro a cercare il terzo lavoro. Siamo a casa perché dobbiamo preparare la schiscetta del pranzo, non possiamo permetterci di pranzare fuori 26 volte al mese; e dobbiamo anche pulire, perché quando arriva il weekend vorrei rilassarmi e non pulire casa. Siamo a casa, buttati sul divano a guardare film impegnati durante i quali ci addormenteremo perché sfiniti, per rincorrere una stabilità che sembra come la luce nella notte artica: la vedi, da lontano il barlume è bellissimo e ne vorresti di più, ma intorno e vicino a te c’è il buio. Qualche settimana fa mi sono iscritto a un gruppo di lettura e discussione dell’ultimo romanzo di Michael Connelly, alla presenza dell’autore. In inglese, of course, ore 20 del Pacifico, mattina da noi. Ero pronto, poi è sorto un impegno di lavoro. Ho rinunciato alla videochiamata con Connelly”.
“Abbiamo un’offerta sconfinata che prevede live performance, autori e autrici ospiti in decine di podcast registrati che posso riguardare quando posso e quando voglio. Gratis. Non devo organizzarmi due settimane prima per andare anche solo da Ladispoli al centro di Roma (tra i 45 e i 60 minuti di treno), non devo ritagliare 20-30 euro dalla spesa settimanale comprando un caffè peggiore per permetterti un biglietto per la live di Tintoria, anche se ospitano Saviano o Cecilia Sala. Posso guardarli da casa, Smart tv e YouTube. Non me lo posso permettere. Sono stanco, e l’offerta ci “vizia”. Credo sia tutto qui”.
Piergiorgio Guarini
“Sono un dottorando di storia dell’arte dell’Università di Trento, ma vivo da anni a Firenze (e dove sennò, se vuoi fare storia dell’arte ?!). Ho collaborato (anche se non ufficialmente, ma dalle retrovie…) alla mostra sull’Angelico. E, cazzo (cit.), sono proprio felice di leggere quanto scrive. Una mostra che vale la pena vedere e rivedere. Lei ha ragione, io e i miei colleghi e professori ce ne siamo accorti fin dalle prime settimane: alla mostra ci sono solamente over 60/70! E a qualsiasi ora, non solo in coda all’apertura! Non sono però la persona adatta a dirle dove passiamo il tempo noi più giovani, perché nelle occasioni di cui lei parla (presentazioni libri, conferenze etc), guardandomi attorno, provo sempre la stessa sensazione di “solitudine””.
Luca Mattedi
“Pur non essendo una giovanissima (compirò 37 anni il prossimo febbraio) vorrei rispondere con un esempio che ritengo culturalmente nutriente, se non altro perché spesso si svolge nei teatri, ma anche nei locali e sui palchi dei festival, insomma basta che ci sia un microfono e un pubblico: parlo della stand-up comedy. I maggiori interpreti fanno tour in tutta Italia che spesso e volentieri vanno sold out in pochi giorni. Alcuni, penso ad esempio ad Eleazaro (che se non conosci puoi scoprire su Youtube) riescono a riempire i teatri di giovani (non solo, ma direi principalmente) per più sere di fila e anche per più spettacoli nello stesso giorno”.
Elena
“Posso dire, dalla mia piccola esperienza di parroco-bis a Campodimele e Pastena, che i giovani li intravvedo in piccoli e sparuti gruppetti presso qualche locale specializzato nella diffusione dell’alcool, ma anche, in ancora più striminzita quantità, in chiesa la domenica. Direi che il rapporto giovani-anziani è più o meno 1 a 20. Ovviamente io lavoro in località sottoposte ad un processo accelerato di desertificazione umana, ma questa è la realtà. Invitato al cenone da un fedele per il mio primo Natale montano (devo avergli suscitato molta tenerezza, un cittadino di Milano sui bricchi sperduti del Basso Lazio…) ho profittato della presenza di due suoi nipoti per effettuare un velocissimo micro sondaggio. Erano un maschio di 13 anni e una ragazza di 15. Prima domanda: quante ore in media state sullo smartphone ogni giorno? Dopo una breve discussione tra i due (erano fratelli) la risposta è stata: 7 ore. La seconda domanda era: quanti messaggi di WhatsApp inviate e ricevete in media ogni giorno? La risposta è stata: 350. Queste due domande le avevo già poste ai miei allievi ginnasiali del Liceo Classico san Raffaele di Milano 10 anni prima . Allora le risposte furono: 3 ore e mezza e 200 messaggi whatsapp”.
Paolo Andrea
“A ottobre mi sono iscritta a un corso di primo soccorso della Croce Rossa e mi sono stupita della presenza di giovani, alcuni dei quali ancora minorenni. Si può dire che i vecchi erano in minoranza. Per me è consolante e sono orgogliosa per loro (io rientro nella categoria dei vecchi)”.
Maria Ausilia Pirovano
“Sono mamma di un ragazzo di 19 anni. Ho 57 anni e mi capita sul lavoro di collaborare con giovani…ed è bellissimo. Soprattutto considerando che la mia generazione si rivela sempre più vuota, superficiale e inaffidabile. Loro non sono così: sono belli e pieni di energia, sono gentili, sono riflessivi, sono anche insicuri…molto a volte. Ma hanno pensieri belli che fanno fatica a trovare una strada. Dove trovarli? Suggerisco di visitare il progetto strademaestre.org”.
Angela Minuzzo
“Da vecchietta che cerca di circondarsi di persone giovani, le dico che
i podcast sono pieni di giovani. Donne e uomini da poco tempo, a volte non ancora completamente adulti, si raccontano, con questo mezzo facile da ascoltare, non così facile da realizzare se si vogliono ottenere buoni risultati. I non professionisti speakers studiano a lungo e con cura i suoni, le transizioni, gli effetti e soprattutto i contenuti. Registrano episodi magari tra un lavoro e l’altro, su impianti casalinghi, spesso senza guadagnarci nulla, se non la soddisfazione di dire, finalmente e pubblicamente, la loro. Le giovani persone spesso raccontano le loro stesse lotte e ansie, mentre i vecchi podcaster, di solito, raccontano gli altri. Su Spotify, per esempio, Conversazioni di coppia sul mondo che scoppia, potrebbe essere il suo prossimo ascolto”.
Monica Penitenti
“All’alba dei trent’anni, e vivendo nell’ultraperiferia romana, mi trovo spesso a chiedermi la stessa cosa. Questi fantomatici giovani sono sfuggenti, frammentati, spaventati. Sono difficilissimi da acchiappare. Eppure questo autunno ho vissuto un’esperienza bellissima grazie alla libreria Zalib in Trastevere, capace di organizzare corsi culturali e artistici rivolti a noi giovani. Abbiamo risposto presente in tanti, ho conosciuto persone molto lontane dal mio quotidiano con cui ho tanto in comune. È stato commovente. Insomma, per rispondere alla tua domanda, neanche i giovani sanno dove stanno i giovani. Però quando ci troviamo, riconosciamo a pelle l’enorme vissuto comune di una generazione ferita e disillusa, e ci curiamo le ferite a vicenda”.
Stefano
“Rispondo per una fascia tra i 30 e i 45: molti si ritrovano con mestieri legati al terziario in cui i weekend non ci sono, e altri con partita iva per cui prendersi del tempo per la cultura vuol dire non guadagnare. Per non parlare dei figli: la figura dei nonni è sempre più assente, vecchia o vive lontano. I miei amici hanno avuto tutti figli dopo i 37 e i nonni non sono presenti. In Italia frequentare quegli eventi culturali da lei citati con bambini è visto molto male. Per dirla in parole povere la generazione che partecipa alla cultura è quella che ha tempo, denaro, che ha imparato ad assaporare i propri hobby senza che gli venisse detto “è tempo perso”. Le persone si possono dedicare a beni non primari se hanno pancia piena e cuor sereno. E le persone dai 45 in giù difficilmente soddisfano questi requisiti. Per quel che mi riguarda, io mi trovo benissimo a vivere all’estero in un paese in cui è ancora fondamentale coltivare i propri hobby e i bambini possono andare a teatro e nei musei coi genitori, trovando percorsi appositi e angoli con giochi tematici per vivere le mostre”.
Nicole
“Dove sono i giovani, e soprattutto che fanno nel tempo libero? Me lo chiedo spesso anch’io. Dove vado io non ce ne sono se non quelli cooptati dalle scuole e/o dove acquisiscono crediti. Mi sto ritirando in casa sempre di più. È deprimente: ovunque vada, sembra di stare con una RSA in trasferta”.
Vilma
“Sono Andrea e ho 25 anni, vengo da Asti, ho vissuto qualche anno a Trento e in ottobre mi sono trasferito in Belgio. Le tue domande mi hanno fatto pensare a quali sono stati i momenti culturalmente arricchenti in cui la maggioranza delle persone fosse giovane. Non me ne sono venuti in mente molti, ma tra questi ci sono gli open mic (che però spesso si tengono nei bar), gli spettacoli di stand-up comedy, le conferenze di matematica/informatica e il Poplar Cult di Trento (che non so bene come etichettare se non con un generico “rassegna di eventi culturali” prima di un festival musicale). Menzione d’onore per i club del libro, ma non quelli pretenziosi in cui bisogna leggersi il libro a casa e poi trovarsi per discuterne, bensì quelli in cui ci si ritrova a casa di qualcuno e si legge insieme, a turno, qualche racconto o un libro breve”.
Andrea
“Ho 28 anni, vivo (ancora per poco) a Milano. Durante BookCity, a metà novembre, a cui ho partecipato da volontaria (e come me parecchie altre persone under 30) nella sala Buzzati del Corriere della Sera, ogni evento era partecipato da persone con un’età media intorno ai 75 anni. Sarà perché i relatori erano quasi tutti maschi over 60? E all’unico incontro organizzato con ragazzi e ragazze delle scuole il moderatore (anch’egli facente parte della suddetta categoria) che avrebbe dovuto lasciar spazio alle domande di queste giovanissime e, credo, mediamente molto intelligenti persone, non lo ha quasi fatto?”
Chiara
“Ho 30 anni, mi devo ancora considerare giovane? Non lo so ma, considerando che da quest’estate ho finalmente un contratto con una retribuzione “degna”, dopo quattro anni di precarietà, mi sento piena di forze ed energie per potermi godere un po’ di più la vita. Fatta questa velata polemica, io sono un’expat, costretta dell’assenza di prospettive qui in Italia, altra polemica – meno velata.
Ovunque mi trovi (casa mia di origine o casa della mia nuova vita) vado tantissimo al cinema (una volta a settimana, anche due se la proposta del periodo pullula di film interessanti). Vado anche ai concerti. Vado alle mostre se l’artista mi ispira (a prescindere dal fatto che lo conosca o meno). Mi piace l’arte moderna e contemporanea. Skippo tutto ciò che è precedente all’Impressionismo. Faccio un corso di improvvisazione (una lezione a settimana con persone tra i 20 e i 45 anni) e vado anche a teatro a vedere spettacoli. Partecipo spesso anche ai talk che vengono fatti nell’università della città dove vivo. Faccio pattinaggio sul ghiaccio, mi alleno una volta a settimana con un gruppo di persone di varia età (over 18) e vado a vedere le gare, se le fanno vicino a dove vivo.
Con i miei amici del paesino del centro Italia da cui provengo vado al bar a fare colazione, di solito durante le ricorrenze classiche (come le vacanze di Natale e di Pasqua), a chiacchierare, ad aggiornarci perché non ci vediamo più spesso come prima, visto che siamo tutti sparsi per il mondo. Insieme alla colazione a volte ci aggiungiamo una camminata, se è bel tempo. In questo lasso di tempo, io e le mie amiche non mamme facciamo babysitteraggio ai figli delle nostre amiche mamme, il che significa che le lasciamo prendere il caffè in pace e intratteniamo i loro figli per qualche minuto con giochi scemi ed inventati lì per lì. In generale, la cosa che più mi piace in assoluto del modo in cui spendo il mio tempo è la ricerca quasi spasmodica di imparare qualcosa; e che l’apprendimento mi gratifichi. Sono alla ricerca continua di storie e di esperienze da ascoltare (cinema, teatro, talk mi appagano tanto!) perché sono curiosa e spesso la mia vita non mi basta. Sento di voler conoscere anche le vite e i pensieri degli altri”.
Valentina
“Pur avendo raggiunto una certa età, continuo a fare un lavoro che mi porta a viaggiare almeno una volta al mese. Prendendo l’aereo, spesso low cost, mi guardo spesso intorno negli aeroporti e noto sempre che io sono il più vecchio: gli aeroporti sono pieni di giovani che viaggiano. Viaggiare è sempre stato anche il mio sogno e l’ho fatto per tutta la vita lavorativa; forse è il “come” viaggiare che dovrebbe suscitare qualche domanda e perplessità: è un nuovo modo di “divertirsi”? Un nuovo modo di “consumare” delle vacanze, del tempo? Mi capita di origliare qualche conversazione tra questi compagni di viaggio: spesso parlano di altri viaggi, Cuba, Phuket, le Seychelles, le Maldive, Canarie. Pur avendo viaggiato nella mia vita di lavoro per mezzo mondo, non ho mai visto questi posti (e per essere sincero non ne ho nessuna voglia). Sembra invece che siano abbastanza gettonati dalla gioventù e ancor più dalla media età (40-50)”.
Luigi
“I non più tanto giovani come me, fascia 40-50, non sono più da nessuna parte. Lavoro al lavoro, lavoro a casa e in famiglia, che richiederebbe più tempo. Il restante, distrutti, si cerca di riposare, collassati sul divano, buttati in un letto. Chi, come me, ha goduto dell’infinito precariato di fine-inizio millennio, avendo avuto l’allora funesta idea, oggi grande fortuna, di imparare un lavoro artigiano, sta cercando di accantonare quanto più possibile per cercare di garantirsi un futuro un po’ meno incerto rispetto a quello che le prospettive lasciano intravedere. Sempre che le sensazioni che mi pervadano non si dimostrino corrette, e ci attenda un futuro anche molto più funesto”.
Elena
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Fa un bel freddo, finalmente, qui nel selvaggio Nord-Ovest. Nel Nord-Est sono previste, intorno all’Epifania, nevicate, qui da noi il tempo è più secco. Le nostre siccità degli ultimi anni sono sconosciute dagli italiani d’Oriente, graziati dalle perturbazioni che arrivano da settentrione, come si dice con una certa enfasi letteraria: dalla steppa. La bora porta nuvole e acqua sui loro cieli, spesso li vedo, nei telegiornali, con l’ombrello; mentre noi qui dipendiamo, quanto a pioggia, soprattutto dalla Francia e dai venti atlantici, molto infiacchiti. Piacerebbe a Paolo Conte, questo fatto che aspettiamo la pioggia da Ovest («mentre tutto intorno è solamente pioggia e Francia»). Da bambino, sulla spiaggia ligure dove sono cresciuto, il bagnino Mario per sapere il tempo diceva sempre: bisogna guardare verso la Francia. Io guardavo, ma vedevo solo palme, alberghi e la ferrovia rugginosa, non ancora spostata a monte. La Francia non riuscivo a figurarmela, doveva essere da qualche parte, dietro gli alberghi e i muri carichi di bouganville.
A proposito di mare, stasera (domenica) vado a cercarmelo. Una settimana al caldo, non vi dico dove così nel prossimo Ok Boomer! avrò qualcosa da raccontarvi. Fa sempre uno strano effetto riempire una valigia di magliette e sandali mentre fuori regna la brina del mattino. Mia moglie in valigia mette anche le pinne, quando si va al mare. Si rimane sempre bambini, a ben vedere, e questa è una cosa che mette allegria. In alto i cuori.




