Così mi distraggo un po’
«È una fabbrica fragile, la scrittura. Eppure, la necessità di parlare con gli altri, o se preferite il piacere di parlare con gli altri, è più forte di ogni dubbio e di ogni intoppo»

Scrivere mi piace ancora, nonostante lo faccia, per campare, ormai da cinquant’anni. Mi piace mettere in ordine le parole anche se costa fatica, o forse proprio perché costa fatica. Nei momenti migliori, che credo assomiglino a quando un ciclista trova la pedalata giusta, o a quando un maratoneta sente il fiato che si regolarizza e svanisce l’affanno, mi sembra di scrivere come se parlassi, e la mia scrittura diventa proprio la mia voce. Esiste una specie di “scrittura naturale”, un ritmo, una cadenza che mette le ali alle dita (si potrà dire?), e la pagina si riempie in fretta.
Nella norma, però, non funziona così. Ti fermi, esiti, rileggi, riscrivi, cerchi una misura che non trovi. (Una volta si diceva: appallottoli il foglio e lo butti via. I miei primi anni pullulavano di fogli appallottolati, e spesso non riuscivo a centrare il cestino). Bevi un caffè, vai a controllare un paio di notizie, un paio di citazioni, le trovi differenti da come le ricordavi. Rimetti mano al tuo testo. “Non è questo che volevo dire”, pensi. E cerchi di ridirlo.
Questa newsletter compie tre anni (stappiamo una bottiglia!). È fatta esattamente e solamente di quello che vi ho detto prima: scrittura. Parola dopo parola, riga dopo riga. Un tizio, una tastiera, uno schermo, una redazione alla quale spedire il tuo file. Non serve più nemmeno il cestino della carta. Filiera corta, a ben vedere, e non importa quanto lunga sia la storia che la precede: nella testa di chi scrive, e nella testa di chi legge, ci sono stratificazioni quasi infinite di esperienze, di passioni, di delusioni, di idiosincrasie, pregiudizi, bias, e rottami ideologici che ancora navigano a pelo d’acqua. E rimozioni, memorie logorate e ingannevoli.
È una fabbrica fragile, la scrittura. Eppure, la necessità di parlare con gli altri, o se preferite il piacere di parlare con gli altri, è più forte di ogni dubbio e di ogni intoppo. Anche se hai accumulato, su te stesso e sul tuo prossimo, più dubbi che certezze, più cicatrici che trofei, parlare con gli altri ti solleva. È al tempo stesso una compagnia e un bisogno.
Sappiamo tutti quanto e come la rivoluzione tecnologica abbia cambiato la comunicazione tra gli umani, deformato o rivoluzionato la struttura dei discorsi, mutato le abitudini dell’utenza, i modi di produzione dell’informazione e del linguaggio sociale in generale: ma le parole in fila una dopo l’altra sono ancora, senza possibili surrogati, la materia prima del discorso pubblico.
Quando ho cominciato a scrivere per il Post ero carico di dubbi, anche un po’ spaventato. Si trattava, sulla carta, di un innesto abbastanza innaturale. Un vecchio arnese del giornalismo tradizionale (una “grande firma”, secondo l’eufemismo in auge) approdava a un pubblico mediamente molto più giovane, e formato molto diversamente.
Politica e ideologia, che hanno formato e deformato in pari misura la mia generazione e anche la mia scrittura, non sono certo il parametro decisivo, nella storia del Post. Anzi. Il parametro decisivo è la verifica delle fonti, la correttezza di quanto si scrive, la credibilità di una informazione che è importante, per una comunità che si dice democratica, solo nella misura in cui è attendibile. Un giornalismo non emotivo, non schierato. E io mi sentivo, accidenti, troppo emotivo, e troppo schierato. Per non dire della mia lunga storia di autore satirico: tra gente seria, e su un giornale così serio, non avrei dato troppo nell’occhio?
Be’, è andata benissimo, anche meglio di come avrei sperato. Passata la soglia dei centomila iscritti, Ok Boomer! ha il vento in poppa, e i delfini che zompano attorno. Mi leggono (e mi hanno scritto) novantenni e ventenni, mi sento l’artefice di una specie di consociativismo anagrafico che un poco mi inorgoglisce, un poco mi atterrisce. Che gli dico, adesso, a uno di vent’anni? E come è possibile che uno di novanta, che dovrebbe leggere solo Seneca e Montaigne, abbia ancora voglia di leggere me?
Sono sicuro, comunque, che sia andata bene per la ragione che vi dicevo prima: se la materia prima è la scrittura, be’, ci ho dato dentro, è il mio mestiere. Ho riletto e ho riscritto. E quando poi leggo le vostre mail (che sono un centinaio a settimana, nella media) mi viene voglia di riscrivere ancora. E questa idea che la scrittura sia “tutto”, materia prima da onorare, messaggio da verificare, perché un giornale deve essere prima di ogni altra cosa ben pensato e ben scritto, a pensarci bene rende un poco più “naturale” il fatto che i lettori del Post mi abbiano accolto così amichevolmente – anche quelli che non condividono le mie idee, magari apprezzano la mia maniera di scriverle.
Per festeggiare questo terzo compleanno, oltre alla bottiglia da stappare (ognuno scelga la sua: io in questo periodo sono molto devoto ai bianchi dell’Etna e ai bianchi siciliani in generale), suggerisco agli iscritti di Ok Boomer! non ancora abbonati al Post di farsi un regalo: abbonandosi. Il vecchio arnese del giornalismo tradizionale, per quanto scafato, è solo un pezzetto del menu. Il Post è pieno di giovani arnesi molto più scafati di me. Fine spazio pubblicità. Ora si stappa la bottiglia.
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Che la mia newsletter sui fatti di Torino avrebbe acceso una discussione, era scontato. Peraltro, siamo qui apposta. Mettevo a fuoco la ripetitività patologica di uno scenario che vedo ripresentarsi, quasi identico, da quando sono ragazzo: una maggioranza pacifica manifesta, una minoranza violenta le ruba la scena e si impossessa della piazza, i media danno rilievo solo agli incidenti, dunque alla minoranza e non alla maggioranza. Il governo (nel caso in questione con speciale entusiasmo) ne approfitta per varare norme “per la sicurezza” per niente rassicuranti.
Posto che questa è la successione dei fatti, mi domandavo se la sinistra radicale, il mondo dei centri sociali e dell’antagonismo, abbia fatto abbastanza per regolare i conti con quel genere di violenza stradaiola, con quei toni sempre assertivi, giudicanti, sbraitanti. Per la serie “so tutto io, solo io ho la chiave che apre le porte della verità”. Oppure se preferisca accontentarsi dell’idea, in fin dei conti comoda, che si tratti sempre e solo di provocatori, di infiltrati al soldo del potere, eccetera.
Dalle vostre mail mi sembra di capire che l’idea che la violenza “di sinistra” sia – più di ogni altra cosa – una carta nelle mani della destra, se non proprio una “cosa di destra” studiata a tavolino, sia piuttosto diffusa: e la rispetto. C’è inevitabilmente molta Genova 2001, nei racconti dei lettori, e i fatti di 25 anni fa sono, effettivamente, una specie di svolta storica che polverizza le ragioni (che erano ragioni di massa) del movimento no-global e relega il concetto stesso di antagonismo nel campo dell’illegalità. Operazione riuscita.
Ma quando sento (a Piazzapulita giovedì scorso) uno dei giovani capi di Askatasuna, dall’alto delle sue certezze inespugnabili, dire che «o si sta da una parte o dall’altra», mi sento legittimato a chiedermi: e chi non vuole stare con i black bloc e nemmeno con i lacrimogeni che fa, si dedica al biliardo e alla filatelia? Oppure Torino è anche dei torinesi? Askatasuna non mi rappresenta. Piantedosi non mi rappresenta. Che faccio, mi ritiro a vita privata perché «o si sta da una parte o si sta dall’altra»?
Mi permetto infine, prima di dare spazio alle vostre mail, di rilanciare un intervento di don Luigi Ciotti (me lo segnala Adriano Croce, grazie) che sui fatti di Torino, città che conosce bene, dice cose che condivido nel profondo. E dimostra come si possa stare – volendolo e sapendolo fare – sia da una parte, sia da quell’altra.
“Due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni. Un dialogo faticoso, coraggioso, mai scontato, per conciliare istanze sociali e legalità, dignità dei luoghi e delle persone. Quel dialogo stava mettendo radici, ma forse dava fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città.
Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali. La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia. Mi spiace che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire.
Prevenzione è la parola chiave, e non solo in riferimento al corteo di Torino, ma a qualunque situazione dove il conflitto sociale rischia di sfuggire di mano. Perché se oggi condanniamo senza ambiguità la violenza verso gli spazi pubblici e i rappresentanti delle istituzioni, non altrettanto chiaramente sentiamo condannare una certa violenza istituzionale che si scarica contro le persone più fragili e marginali: i poveri, i migranti, i giovani dei ceti meno tutelati. Anche le disuguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, il sovraffollamento delle carceri, la burocrazia a ostacoli e lo smantellamento della sanità pubblica sono una forma di violenza.
Gli scontri al corteo hanno passato un colpo di spugna sopra i suoi contenuti, fra cui temi universali come la pace e problemi reali di questa città, come l’emergenza casa o il malessere giovanile. Al centro del dibattito sono rimaste solo la brutalità e le sue radici ideologiche, vere o presunte, in un rimpallo di responsabilità che non risponde in alcun modo ai bisogni e alle paure della gente. Questa è la prima grande sconfitta.
Una sconfitta ancora più grave sarebbe fare leva sugli episodi del 31 gennaio per inasprire le politiche repressive a scapito di quelle preventive. La repressione non spegne i conflitti ma li rinfocola, come abbiamo visto. Non risolve i problemi ma ne crea di nuovi. Alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro.
Oggi la scelta più coraggiosa sarebbe quella di rilanciare il dialogo fra la Città e i soggetti sociali “puliti”, invece di seppellirlo. Dimostrare che le giuste istanze collettive sopravvivono alle scelte sbagliate dei singoli, e trovano altre strade per realizzarsi grazie a chi crede davvero nella democrazia”.
Don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele
E adesso, ecco una selezione delle vostre mail. Oggi andiamo lunghi, ma ogni tanto ne vale la pena.
“Mi chiamo Alberto, 25 anni, dottorando. Vivo a Torino solo da un anno e non mi sono mai avvicinato ai centri sociali (più per mancanza di tempo che per altro); nella mia città, Alessandria, li frequentavo spesso. Condivido il suo disappunto tutte quelle volte in cui la violenza viene giustificata, sminuita o sotto sotto approvata senza dirlo. Ma sui media continuo a trovare uno sbilanciamento gigantesco nella narrazione dei fatti. Si condanna (giustamente) la violenza di alcuni manifestanti, si racconta del poliziotto pestato, della gente arrivata dall’estero per fare casino.
Pochissimi riportano o commentano le violenze della polizia. Partendo dal caso del fotografo pestato, ci sono video, spero circolati anche fuori dalla mia bolla, che mostrano diversi altri episodi di violenza; ci sono i lacrimogeni lanciati ad altezza viso come racconta Rita Rapisardi sul Manifesto; ci sono le cariche della polizia iniziate col corteo ancora incolonnato.
Non sento parlare del fatto che il quartiere Vanchiglia in questo periodo è militarizzato, creando volutamente tensione (non che giustifichi la violenza, non intendo quello). Non si parla del fatto che ci fossero 15.000 persone (ho letto stime tra i 10 e i 20 mila) che erano in strada a chiedere di riaprire un centro vitale per il quartiere. Non sento condanne per le sparate dei ministri, da cui ormai mi aspetto solo il peggio. Come può passare in sordina il fatto che il ministro dell’interno colpevolizzi i manifestanti pacifici perché danno modo ai violenti di essere protetti e prepararsi? Per questo la sua newsletter, in questo momento storico, con questo clima, mi lascia deluso”.
Alberto
“Avevo sedici anni, assistevo ai primi ‘agoni’ liceali tra coetanei sinistroidi e fascistoidi, strattonata a prendere posizione e ovviamente bollata con disprezzo come ‘qualunquista’. Detesto lo schierarsi imposto, o con me o contro di me, richieste prepotenti che mi spaventavano allora e forse pure di questi tempi; esercito la virtù della prudenza, una virtù che assieme alla temperanza dovrebbe essere rivalutata/coltivata. In alto i cuori”.
Maria Rita (Faenza)
“Non sono d’accordo con te quando affermi che chiedersi, ‘a chi giova la violenza?’ equivale a giustificarla, almeno in parte, come se ci fosse una violenza a fin di bene. Che i black bloc, o come accidenti vogliono farsi chiamare, siano estremisti che credono di essere di sinistra, non cambia di una virgola il risultato: questi picchiatori, questi ‘agonisti’, giovano enormemente alla destra e solo a lei, giocano il suo gioco. Non si vede che altro risultato tangibile sperino di ottenere, oltre alla soddisfazione – patologica – di aver fatto del male ai tutori dell’ordine”.
Carla
“Anche tra i poliziotti ci sono gli ‘agonisti’, basta risentire gli scambi di messaggi radio tra le forze dell’ordine a Genova 2001 (in un contesto ideologico secondo me migliore di quello presente) per accorgersene: ‘noi uno, zecche rosse zero’ dopo la morte di Carlo Giuliani, per esempio.
Non ho nulla che mi leghi ad Askatasuna, anzi, non ero a Torino anche perché l’assalto alla Stampa è stato un obbrobrio mai più avvenuto in Italia dopo l’attacco dei fascisti all’ Avanti! nel 1919. Ma lo schifo che mi fa la strumentalizzazione da parte del governo, che prima chiude un centro sociale amato dagli abitanti del suo quartiere e poi approfitta della reazione, ampiamente prevedibile e prevista ma non filtrata in alcun modo, per emanare norme liberticide, beh lo schifo è massimo.
Se anche la sinistra prendesse le distanze dagli agonisti di casa sua, questo governo di magliari neri continuerà a cianciare di odio rosso a scopo di mera propaganda. So che questo c’entra solo in parte con quel che lei ha scritto, ma io francamente non ne posso più di dover superare esami di democrazia mentre i fascisti e i loro amici fanno di tutto senza mai rinnegare niente trincerandosi dietro le norme democratiche e le libertà che questa ‘Repubblica bastarda’ (copyright Almirante) gli garantisce mentre loro cercano di svuotarla”.
Paolo Rastelli
“E insomma diamo la colpa alla sinistra, in buona sostanza a chi era in quella piazza e stava manifestando pacificamente, se a ogni manifestazione saltano fuori questi delinquenti? Ti sei mai chiesto chi sono? Da dove saltano fuori? Perché non li vediamo mai in manette? Anche questa volta alla fine hanno arrestato qualche poveraccio di un centro antagonista, non per queste violenze ma per altre di cui si reputa sia responsabile. Ma non abbiamo la Digos in Italia? I servizi segreti si sono smarriti? Perché cavolo non li fermano loro e soprattutto prima?”
Loretta Menchini
“Genova insegna come le violenze siano state perpetuate in un corteo pacifico da personaggi violenti molto lontani dalle idee che il corteo stesso e il movimento dell’epoca esprimeva. Allo stesso modo mi chiedo quanto questi personaggi che irrompono nei cortei come a Torino, provengano dalla sinistra più radicale e quanto non siano invece assoldati per i soliti giochi, tra cui giustificare poi un assetto sempre più repressivo da parte del governo”.
Stefania
“Mi sono tornati in mente i racconti di mio papà, che fece il ’68 a Milano. Mi diceva che durante le manifestazioni c’erano sempre degli elementi definiti ‘picchiatori’, e potevano essere sia di sinistra che di destra, perché il loro unico scopo era, appunto, picchiare. La scena di dieci persone che colpiscono un singolo individuo mi ha sempre fatto rabbrividire, l’ho sempre considerata un atto fascista, codardo, oltre che, ovviamente, sbagliato. Però credo che in questo racconto manchino alcune verità oggettive.
Mi chiedo perché i media sembrino godere di più nel mostrare le immagini di un poliziotto picchiato, non quelle di un manifestante o di un giornalista. Come se, a ogni manifestazione finita nella violenza, si dovesse ripetere che pochi manifestanti violenti rendono violenta l’intera manifestazione, mentre pochi poliziotti violenti sono solo mele marce. Mi chiedo anche come sia possibile che, dopo tutti i controlli effettuati, bus, treni, blocchi, identificazioni di chiunque passasse da Torino, cento o mille persone riescano a sfuggire ai controlli. Una coincidenza difficile da ignorare”.
Norberto
“Con la stessa efficacia e pacatezza con cui un anno fa ha promosso a Roma la causa dell’Europa unita, lei ha perfettamente individuato l’ipocrisia della sinistra radicale. Che non sia in grado di farlo la Schlein, isolandola sul serio, è evidente e preoccupante e mi chiedo come l’altra sinistra, quella moderata, pensi su queste basi di poter scalzare la Meloni. Mi piacerebbe che sull’esempio di quanto da lei sostenuto, originasse la scossa in grado di ridurre a più miti consigli l’attuale inadeguata dirigenza del partito democratico”.
Stefano Mazza (Vercelli)
“Spero di non dare l’impressione di giustificare i quattro idioti sciamannati che hanno dato qualche calcio ad un agente di polizia. Per niente. Sono però sempre perplesso quando allo stesso modo non si condannano gli energumeni anonimi e violenti che prendono a manganellate in modo indiscriminato chiunque gli capiti a tiro. Avrai sicuramente letto l’articolo del Manifesto ‘Picchiati e scherniti. Torino, i racconti di chi era in piazza’. Quello che non digerisco è che ci accodiamo (noi di sinistra) alla ‘narrazione’ della destra. O la legalità vale per tutti, in primis per le forze dell’ordine, o non vale per nessuno”.
Mario Guanziroli
“Raramente mi è capitato di leggere uno scritto del quale condivido persino la collocazione della punteggiatura; immagini quanto mi ‘infiammavo’ nel leggere il contenuto! Sono convinto che siamo in tanti, nel variegato mondo che affolla il contesto politico dal centro alla sinistra, a pensarla come lei. Il che mi fa sorgere una domanda. Perché la visione della politica e della società che hanno questi ‘tanti’ resta sempre inespressa? Perché una visione di confronto, di scontro limitato all’aspetto verbale e ai contenuti, di ripudio della violenza… perché questo tipo di visione non si realizza mai?”
Mauro (Varese)
“Se la violenza è ripugnante, come sostiene lei, è ancora più ripugnante se agìta da chi ne detiene il monopolio legittimo, perché, appunto, è messo nelle condizioni di agirla in maniera indisturbata”.
Martina
“È senz’altro vero che nella sinistra (siamo coetanei e ho vissuto la seconda metà degli anni 70 nell’ambiente universitario milanese) ci sono state pulsioni violente, e nei cortei compassati futuri ingegneri o medici si esibirono in truci performance.
Tuttavia, per quello che ricordo, certi personaggi e certi gruppuscoli erano abbastanza mal tollerati e, in alcuni casi, isolati: c’erano i vari servizi d’ordine che li tenevano a bada e molto spesso ci riuscivano; pochissimi tra loro hanno poi fatto ‘scelte sbagliate’ (terminate con galera o morte) e quindi sono convinta che i conti con la violenza la nostra generazione li abbia fatti, e abbia senz’altro scelto la non violenza. Ma sappiamo anche che, già allora, nei gruppi extraparlamentari c’erano i cosiddetti infiltrati.
La differenza che salta all’occhio è che, dal famigerato luglio 2001 di Genova, nel corso di cortei pacifici e di massa, si verificano episodi di violenza estrema e ingiustificata, i cui responsabili non si conoscono, non hanno contatti con le organizzazioni di sinistra, sono omuncoli neri che spuntano dal nulla, spaccano e nel nulla spariscono dopo i disordini: i ‘responsabili’ non vengono mai acciuffati, restano nelle maglie delle forze dell’ordine solo pochi sfigati; in 25 anni di disordini che hanno le stesse modalità di svolgimento, e che accadono in tutta Italia e in tutta Europa, nessuna polizia ne è venuta mai a capo. Per smantellare BR e Baader Meinhof è stato impiegato molto meno tempo!”
Patrizia Spada
“Esattamente 25 anni fa ho partecipato al G8 di Genova, e la dinamica fu assolutamente identica: tutti sapevano che sarebbero arrivati i black bloc, che si mostrarono con tanto di parate similmilitari (il tamburino e gli altri che marciavano, ricorda?). Ma, misteriosamente, nessuno li fermò prima che mettessero a ferro e fuoco Genova.
Trovo che sia sbagliato cospargersi il capo di cenere: non ha sbagliato ‘la sinistra’, hanno sbagliato le forze dell’ordine (ministro dell’interno in primis) che non hanno saputo o voluto gestire una situazione di cui si conosceva benissimo la pericolosità. E anche questa volta, come 25 anni fa, nessuno ricorderà la manifestazione vera, le decine di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente e i motivi che hanno portato a manifestare; per tutti, i manifestanti pro Askatasuna saranno ‘quelli che hanno picchiato il poliziotto’, così come i manifestanti contro il G8 sono ‘quelli che hanno distrutto Genova’. Si tratta di una strategia ultra-rodata”.
Stefania Magliolo
“Condivido ogni parola. La violenza mi terrorizza, da sempre. Non solo quella della ‘piazza’ (in oltre mezzo secolo ho partecipato a centinaia di cortei…) ma anche quella verbale, di quelli che per spiegarti le loro ragioni si lanciano in un soliloquio urlato e hanno sempre tutte le risposte e mai nessuna domanda. Io ne rimango annichilita, aspettando il momento di poter infilare qualche parola ragionevole. E avendone viste (e vissute) molte (anni Sessanta, Settanta…) credo che non possiamo più permetterci di essere reticenti su questo tema”.
Laura Guerrini
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Qui nel selvaggio Nordovest ha piovuto moltissimo. Sabato mattina il Po sembrava il Mississippi, la Trebbia sembrava il Po, il torrentello che solca il mio bosco ruggiva tra le rocce come se volesse, lui di solito così minuto, sconquassare la montagna. Dovrò risistemare, appena il tempo sarà più asciutto, un paio di fossi che si sono riempiti di fango e sassi: passa dai piccoli ritocchi, dalla cura minima, la manutenzione dei crinali e del mondo.
Ho il privilegio (tra i tanti) di poter contare su un ruspista (il termine tecnico è: escavatorista) che canta da baritono. Le prime volte che gli telefonavo credevo mi prendesse per i fondelli, o fosse un mitomane. «Domani non posso venire: ho la prima del Don Carlos». Invece era tutto vero: aveva la prima del Don Carlos.
I miei fossi, dunque, devono tenere conto del calendario dei principali teatri lirici italiani. Come baritono l’ho sentito un paio di volte: mi sembra bravo. Come escavatorista, di più. Raccoglierebbe uno spillo da terra, con la sua pala. Quando lavora alla ruspa però non canta, ed è un peccato. Certo l’Italia è un paese strano, e a suo modo fortunato: nel momento stesso in cui vorresti che sprofondasse, perché non lo sopporti più, scopri che il tuo escavatorista è un baritono e torni a benvolere gli italiani. Ce lo meritiamo? La mia risposta varia a seconda dei giorni, e dell’umore.
Oggi, in ogni modo, c’è il sole, e il torrente nel bosco sembra intenzionato a non uscire dal suo letto. In alto i cuori.




