Cosa mettersi per la fine del mondo
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Cosa mettersi per la fine del mondo
Michele Serra
Martedì 15 settembre 2026

Cosa mettersi per la fine del mondo

«Nel caso arrivi l’Apocalisse, non diamole la soddisfazione di trovarci già in ginocchio. Che ci trovi in piedi, e ancora in grado di farne la parodia»

(Getty Images)
(Getty Images)

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Pare che tra i primi a usare la parola distopia (etimologicamente: luogo negativo, cattivo, sbagliato), in contrapposizione a utopia, ci sia stato John Stuart Mill nel 1868 in un discorso al parlamento britannico. Nel Novecento l’ha adoperata quasi solo la critica letteraria: tipicamente distopici sono 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury, Il mondo nuovo di Huxley e Il cacciatore di androidi (al cinema: Blade Runner) di Philip K. Dick.

Mi viene voglia di aggiungere, pescando tra le mie letture giovanili, l’ultimo romanzo di un grande scrittore italiano quasi dimenticato, Guido Morselli: nel 1977, quattro anni dopo il suicidio del suo autore, uscì da Adelphi Dissipatio H.G. Al centro della trama: la sparizione del genere umano.

È solo nell’ultimo paio di decenni che distopia (e l’aggettivo derivato, distopico), quasi tradendo l’origine cólta del termine, è diventata una parola comune, molto frequente nel linguaggio giornalistico e perfino nel discorso quotidiano. Io credo di averla adoperata solo in anni recenti. Non faceva parte del mio cosiddetto bagaglio culturale: in fin dei conti la mia formazione progressista mi condiziona, sono abituato a pensare che la storia umana, tra alti e bassi, preveda comunque miglioramenti, rincivilimenti, nuove conquiste sociali.

Ho rispetto per l’Apocalisse e gli apocalittici, ma mi sento, diciamo così, un osservatore esterno del fenomeno. (Scrissi almeno un paio di apocrifi di Guido Ceronetti, non so più dove siano finiti). Certo, a proposito di alti e bassi, la grande frequenza dei bassi e la rarefazione degli alti mi inducono, ultimamente, a farmi domande che un tempo non mi facevo.

Comunque la si pensi, e anche se si è autori di parodie di Ceronetti, bisogna ammettere che le pezze d’appoggio per una lettura distopica dello stato delle cose abbondano. A partire dall’alba del millennio (l’11 settembre, rivisto oggi, sembra la puntata introduttiva della più apocalittica e allucinata delle serie tivù, ormai arrivata al ventiseiesimo anno…), la quantità di eventi catastrofici e soprattutto poco controllabili, come se fossero una catena che nessuno è più in grado di spezzare, è in effetti impressionante.

Ecco, la dico così: sono cresciuto convinto che avremmo fatto la storia, invecchiando devo prendere atto che la storia ci ha disarcionato, e corre per suo conto lungo le praterie dei secoli.

Guerre sbagliate (Iraq) e paci fallimentari e vigliacche (Afghanistan), stragi tribali (il 7 ottobre e il suo calco mostruoso e centuplicato: Gaza), mitologie imperialiste da evo antico (la Grande Russia, e tanto peggio per l’Ucraina), dismissione progressiva del diritto internazionale, ovunque risorgenze della religione come arma identitaria e discriminatoria, masse che si ribellano alla democrazia e votano i peggiori demagoghi e i più cinici tiranni, consunzione progressiva e inesorabile del ceto medio, che è il baricentro dell’equilibrio sociale e dunque politico, e ascesa irresistibile di oligarchi megalomani o lucidamente fascisti.

Come se i soli a restare sulla scena, in prospettiva, fossero masse spaventate e incolte e una casta di miliardari senza freni inibitori, senza regole: in mezzo più niente, o comunque molto poco. A proposito di “crisi dei corpi intermedi”, a pensarci bene, il corpaccione intermedio per eccellenza era appunto il ceto medio, pieno di buon senso e di prudenze, aurea mediocrità fatta classe sociale. (Quella mediocrità che da ragazzo disprezzavo, ma che è poi la stessa mediocrità della democrazia: levata quella, si spalancano le porte a qualunque prepotenza, arbitrio, ferocia).

Impoverito quello, mutato quello in trascurabili scarti del nuovo sistema economico, rimangono da soli, l’uno di fronte all’altro, il Capo e il Popolo. Il titolo del nuovo libro di Naomi Klein e Astra Taylor, Il fascismo della fine dei tempi, mi sembra una legittima sintesi del momento.

E poi: il capitalismo del controllo, il traffico capillare e inarrestabile dei dati personali, l’accelerazione del riscaldamento del pianeta, la pandemia, l’intelligenza artificiale della quale oramai anche alcuni degli artefici parlano come di una belva scappata dal circo (il domatore si scusa con le vittime)… Riempite liberamente i puntini, il materiale non manca.

Non per convinzione, ma perché ho occhi per vedere e orecchie per sentire, a questo punto mi sento un poco più apocalittico pure io, in contrasto con la mia indole, che è operosamente e forse ingenuamente ottimista. Confido nel fatto che l’anagrafe è tipicamente ispiratrice di stati d’animo: a vent’anni è più facile trovare energie per non soccombere allo stato delle cose, a settanta più difficile. Ma i ventenni sono pochi e dunque sono diminuite, socialmente parlando, anche le energie, e temo proprio che una società invecchiata (per esempio: la nostra) sia più predisposta a esprimere umori esiziali.

Non sappiamo (almeno: non lo so io) se nelle culture diverse da quella americana ed europea esista una percezione distopica paragonabile alla nostra; oppure se sia tipica – come tendo a pensare – di società che si sentono a fine corsa, perdono vigore politico e culturale, e di conseguenza sono indotte a vedere non solo il futuro, anche il presente, come un luogo “storto”, e impossibilitato a raddrizzarsi. Sarei disposto a giurare che asiatici e africani non abbiano la nostra stessa idea terminale della storia umana. E anzi.

Quanto a noi bisogna farci i conti, con questo umore tra il malinconico e il cupo, questi presagi di fine della democrazia e di nuove tirannidi, nuovi razzismi, nuovi furori confessionali. Ogni tanto, anche come antidoto psicologico a questa morsa di ansia, dovremmo fare la conta anche delle forme sane e vitali di socievolezza, delle nuove prodigiose facoltà a disposizione (AI compresa), della politica sana e intelligente che ancora lavora attorno a noi, e non è scontato che lo faccia.

Nel caso arrivi l’Apocalisse, non diamole la soddisfazione di trovarci già in ginocchio. Che ci trovi in piedi, e ancora in grado di farne la parodia. E di opporci.

*****

Se il despota è l’attore indiscusso della società distopica (dispotica e distopica sono un anagramma!), è sulla sua figura al tempo stesso tirannica e ridicola, fallocratica e impotente che si esercita, e non da oggi, lo spirito critico delle persone libere. E anche l’ilarità democratica, se vi piace questa definizione. L’Adenoid Hynkel (Adolf Hitler) del Grande dittatore di Chaplin, Lord Dark Helmet di Balle spaziali (ca-po-la-vo-ro!!) di Mel Brooks sono figure mitiche della satira antiautoritaria.

Parliamo di un film del 1940 e di un film del 1987, e vi sto dando, a pensarci bene, una buona notizia: vuol dire che la distopia non è un fenomeno che riguarda solo noi qui presenti. Ci precede di gran lunga. Non abbiamo il privilegio di essere alla Prima mondiale dell’Apocalisse. Ben prima di noi i nostri padri e madri, nonni e nonne, e via via all’indietro nelle generazioni, hanno visto mostri e mostruosità, tirannidi e stragi, carneficine e sterminio, almeno quanto noi, se non di più. Dunque diamoci una calmata.

Dopo aver citato Chaplin e Mel Brooks, quasi mi vergogno a proporvi questa mia vecchia satira uscita sull’Espresso nel novembre del 2007. Ma è talmente nel tema che non riesco a farne a meno.

“La figura del despota, ingiustamente denigrata dalla sciocca moda del politically correct, è in fase di rivalutazione in tutto il mondo. In apparenza spocchioso, ridicolo e intollerante, il dittatore è in realtà un problem solver che pone rimedio alle noiose lungaggini della democrazia. Nuove leve del dispotismo bussano alle porte della Storia in cerca di un ruolo. Ecco i più promettenti.

Ivan Rasputin
Discendente diretto del famoso monaco, è anche lui un paranoico dalle dita ossute, dal colorito spettrale e dallo sguardo allucinato, che cade spesso in deliquio lanciando oscure profezie. È dunque in perfetta sintonia con il cuore profondo della Russia. In più, è amministratore delegato del cartello mafioso che controlla gas, petrolio, metano, butano, propano e perfino la diavolina per accendere il fuoco a legna. Si dice che già adesso tenga in pugno Putin, suggestionandolo con i suoi folli consigli, tra i quali considerare Berlusconi un ospite di riguardo. Prenderà il potere entro un paio d’anni restaurando lo zarismo e acquistando il Chelsea.

Al Bishari
Ex braccio destro di Osama bin Laden, ha rotto i rapporti con lui dopo l’attentato alle Due Torri. Al Bishari giudica l’11 settembre un cedimento riformista rispetto al suo piano, che prevedeva l’affondamento dell’intero continente americano praticando dei fori lungo le coste. Sceicco di una regione montuosa dello Yemen, sostiene di essere discendente diretto di Maometto ed ex marito di Liz Taylor: entrambe le cose sono troppo difficili da verificare. Estremista in materia religiosa (impone il burqa anche agli uomini e ai cammelli), il suo programma politico è in due punti: conquistare la Terra all’arma bianca sterminando l’intero genere umano e diventare conduttore di MTV, realizzando un suo sogno d’infanzia.

Le gemelle Kaczynski
Sono le sorelle dei gemelli Kaczynski, caduti in disgrazia per essersi annessi la Germania senza convocare l’ambasciatore tedesco. Le gemelle Kaczynski si apprestano a sostituirli nel cuore della Polonia profonda con un programma più radicale: oltre a essere antisemite, xenofobe, omofobe e sessuofobe, odiano anche i calvi, il cinema e la cucina francese. Devotissime, hanno l’appoggio di Radio Maria e un corpo di difesa personale composto da suore amazzoni. Difendono le tradizioni della Polonia popolare e contadina: la verginità prematrimoniale, il pogrom con forconi e torce e l’allevamento delle oche, anche in appartamento.

Ildemaro Pachango
È il capo storico della rivolta dei ‘sugaleros’, gli indios che da molte generazioni cercano il sughero nel Rio delle Amazzoni, poverissimi anche perché il sughero non ha niente a che fare con il Rio delle Amazzoni. Vicino al cuore profondo del subcontinente, Pachango si considera il riassunto vivente degli eroi popolari latinoamericani. Va a cavallo come Pancho Villa, è incappucciato come il comandante Marcos, fuma il sigaro come il Che e usa lo stesso rossetto di Evita Perón. In uscita la sua autobiografia, ‘Provate voi a fumare il sigaro sotto il cappuccio’, con prefazione di Gianni Minà. Vuole la presidenza a vita di Bolivia, Colombia e Perù, puntando sul fatto che la sua intensa attività di guerriglia nella sperduta provincia andina di Cochabamba porti in breve tempo al crollo del capitalismo mondiale e alla resa incondizionata degli Stati Uniti.

Ahn Ghin Gong
Colonnello laotiano, spietato torturatore, nevropatico già rinchiuso nei principali manicomi criminali del mondo, è a capo di una feroce giunta militare. Ha il record mondiale di mozioni di condanna dell’Onu: ne ha ricevute più di duecento, con le quali ha tappezzato la sua residenza avendole scambiate per lettere di ammiratori. Il suo paese è monopolista mondiale dei bastoncini per gelato. L’economia mondiale non può permettersi una crisi nel delicatissimo settore dei bastoncini per gelato, e per questo Ahn Ghin Gong viene ricevuto con tutti gli onori da tutti i capi di Stato del mondo.

Silvio Berlusconi
Gli piacerebbe, ma è troppo vecchio per provarci”.

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Alcuni lettori non hanno apprezzato, nello scorso Ok Boomer!, un mio breve riferimento ai campi infestati dalla chimica. In loro rappresentanza, ecco uno stralcio della lunga mail di Franco:

“Leggendo le sue riflessioni sulla visione del mondo di Wendell Berry ed Enzo Bianchi le è sfuggito il ritornello ‘i campi infestati dalla chimica’. Non la colloco tra gli ambientalisti da salotto, però questa demonizzazione della chimica in agricoltura mi turba, avendo io sperimentato cosa vuol dire vivere con agricoltura senza chimica, o quasi, negli anni Cinquanta e Sessanta. I campi di grano pieni di papaveri, fiordalisi e veccia fiorita erano belli, ma se non venivano ripuliti manualmente con giornate di duro lavoro sotto il sole, il raccolto era grandemente ridotto.

Chi deve sopravvivere con il ricavato del campo di grano ha benedetto chi ha inventato il diserbo chimico, che ha risparmiato quel duro lavoro, ed oggi non troveremmo neppure persone disponibili a farlo. I concimi chimici hanno consentito di ridare al terreno le sostanze asportate dalle produzioni, consentendo di evitare il depauperamento dei terreni.

Infine la difesa chimica delle colture ha evitato che le produzioni venissero perdute o abbondantemente ridotte. Capisco che a volte si danno trattamenti chimici inutili o in dosi eccessive. Questo è dovuto alle prescrizioni ministeriali delle dosi riportate nelle etichette che accompagnano i prodotti, redatte su indicazione dei produttori di fitofarmaci che ovviamente si tengono alti nelle dosi per motivi economici. C’è poi una componente di ignoranza di alcuni produttori che pensano che raddoppiando le dosi la produzione sia migliore, così come alcuni pazienti pensano che raddoppiando le compresse si guarisce prima”.
Francesco

Più o meno sullo stesso argomento ebbi, qualche anno fa, una vivace polemica con la senatrice Elena Cattaneo (poi ugualmente presente alla manifestazione europeista del marzo 2025 a Roma: gliene sono ancora grato). Non sono “contro la chimica” (sarebbe come essere contro la fisica o contro la medicina…) e ammetto che il riferimento in oggetto era un poco sbrigativo – si va di fretta, a volte, quando si scrive.

Sono però contro il suo abuso, che in agricoltura è stato grave e clamoroso soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, quando gli aerei spargevano prodotti chimici sulle vigne, e su altre colture, con una dispersione scellerata, e in quantità micidiali. È scienza anche la rilevazione dell’aumento dei tumori nelle zone ad alto tasso di diserbanti e pesticidi.

Sono un coltivatore biologico per scelta e anche per logica, perché le piante officinali che coltivo (lavanda, elicriso, salvia sclarea, iris) possono essere coltivate anche senza chimica, e senza che la differenza di costi sia così determinante. La salute dei campi e anche la loro redditività vanno viste nel lungo periodo, e il lungo periodo non è il punto di forza di chi cerca di spremere dai campi tutto e subito. La natura ha tempi ed equilibri che non sono quelli del profitto economico: o l’uomo lo capisce, o va tutto a ramengo.

Detto questo, non sono integralista. So bene che la chimica, laddove utilizzata con intelligenza, serve, aiuta, integra. Ma difendo dalle accuse di “snobismo” l’agricoltura biologica e perfino quei parenti “strani” che sono i biodinamici. Il loro punto di vista è la cura della terra, la salute dei suoli, il rispetto di cicli naturali che non possono essere compressi oltre il consentito. Si tratta, in questo come in altri casi, di capirsi e sopportarsi anche tra “diversi”.

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Le elezioni in Svezia sono andate meno peggio del previsto, i “rurali” di estrema destra hanno perso qualcosa, gli “urbani” di centrosinistra hanno retto discretamente e forse riusciranno a formare un governo di coalizione. L’assedio della provincia riottosa a Stoccolma segna un punto a suo sfavore.

Su questa faccenda “città progressista/campagna reazionaria” mi rompo il capo da anni, forse la cosa più ragionata l’ho scritta proprio per il Post in Storie/Idee poco più di un anno fa. Credo che sia il problema politico numero uno in mezzo mondo e forse nel mondo intero.

Fare il tifo politico per le città vivendo quasi sempre sul mio cocuzzolo mi fa sentire un poco schizofrenico, ma me la sono voluta e quando scendo giù al bar so già come la pensano più della metà dei miei amici di valle. Però il banchetto di Vannacci in piazza, domenica mattina, è stato quasi ignorato, e i casi sono due: o moltissimi non lo voteranno pur essendo di destra, perché si considerano moderati (anche se votano Meloni o Lega); o lo voteranno ma si vergognano di farlo capire.

Il sole splende ma è un sole settembrino, amichevole. Il caldo tremendo è finito mercoledì scorso e non tornerà più fino alla prossima estate. Manca acqua, manca la pioggia ma mi sono stufato di dirlo, è come quando guardi la moka e il caffè non esce mai. Appena ti distrai e ti occupi d’altro, ecco che il caffè sbocca.

Forse se non parlo più di quanto sia attesa, la benedetta pioggia, lei arriverà. Un minimo di scaramanzia – cultura magica – aiuta a ridurre la pretesa di poter controllare tutto, minuto per minuto, e dunque devo smetterla di frequentare i siti meteo alla ricerca di nuvole all’orizzonte.

La nuova cagna, proveniente dal canile, è una meraviglia. Meticcio misterioso, forse terrier forse lagotto forse barbone nel cocktail genetico che la compone. Giovane e casinista, ladra e famelica. Nera come il carbone, riccia senza esagerare, come l’astrakan. Subito in sintonia con il nuovo branco, due cani, un gatto, sei umani. Siamo ancora in sospeso per il nome. Verrà da solo, un giorno di questi, guardandola correre, o dormire. In alto i cuori. A lei non c’è nemmeno bisogno di dirlo.