Acqua passata
Una newsletter di
Acqua passata
Michele Serra
Martedì 18 luglio 2023

Acqua passata

(EPA/MASSIMO PERCOSSI)
(EPA/MASSIMO PERCOSSI)

Davanti a una grigliata di tutto rispetto, al secondo bicchiere di rosso, ma forse era il terzo, il mio amico M, ammalato di politica quasi dall’infanzia, ex valoroso sindaco di un piccolo borgo, assume un tono grave. “Io so qual è stato il momento esatto”, dice.
Il momento esatto di che cosa?
“Il momento in cui la sinistra italiana ha perso il suo ultimo treno”.
Si fa silenzio. Anche le zanzare sospendono le attività. Forchette e bicchieri rimangono a mezz’aria. La tavolata intera aspetta di sapere.
“È stato il referendum sull’acqua pubblica. Giugno 2011. Dodici anni fa. Quello era il treno giusto da non perdere. Perché era l’ultimo treno”.
Ma se non ricordo male – gli dico – il PD era schierato per il sì: abrogare le norme che consentono di fare profitto sui servizi idrici.
Scuote la testa: “E dopo? Che cosa è successo, dopo? Non è cambiato niente. E su quel ‘niente’, il Movimento Cinque Stelle ha costruito la sua fortuna”.

La mattina dopo ci ripenso. Vado a rileggere un po’ di cose. Molto in breve, la storia è questa. Il 12 e 13 giugno del 2011 gli italiani possono votare per quattro referendum abrogativi. I primi due quesiti (proposti dal Forum italiano dei Movimenti per l’acqua, coacervo di comitati ambientalisti di vario genere, e appoggiati dalle forze politiche di sinistra) sono sull’acqua pubblica, o meglio sulle modalità e gli scopi della sua distribuzione; il terzo è sul nucleare (un remake…) e il quarto su uno dei tanti motivi di attrito tra magistratura e politica, il “legittimo impedimento”: questi ultimi due proposti da Italia dei Valori.
Il famoso quorum viene raggiunto: vanno ai seggi più di 26 milioni di italiani, si supera la soglia del 54 per cento e tutti e quattro i quesiti proposti vengono approvati a larghissima maggioranza. Da allora nessun referendum ha mai più ottenuto il quorum. Fu, quello, il canto del cigno dell’istituto referendario in Italia. Fu anche l’ultima volta che una “cosa di sinistra” (tale mi sento di definire, al netto di ogni possibile distinguo, il concetto di “acqua pubblica”) ottenne un consenso popolare così ampio ed eloquente.

Tecnicamente i promotori chiedevano di abolire una norma di legge che consentiva “adeguata remunerazione del capitale investito” per le società, municipalizzate o semi-pubbliche o altro, che gestiscono il servizio idrico. Politicamente la sostanza era molto rilevante: si trattava di stabilire se alcuni servizi possono e devono essere garantiti, e ben gestiti, senza mirare al profitto, e nello specifico se era giusto lucrare su un servizio così essenziale come l’acqua. O viceversa se il mercato – come in molti, anche a sinistra, sostenevano – fosse il solo vero motore virtuoso dell’economia e della società; e delle sue regole non si potesse fare a meno neppure nella gestione dell’acqua.
La discussione fu molto accesa. Allora (oggi un po’ meno, specie dopo il Covid e i successivi, giganteschi interventi statali per rinsanguare l’economia) il vento delle privatizzazioni era ancora impetuoso. Chi andò a votare sapeva che quel referendum aveva un grande significato ideologico. Votare “sì” voleva dire: io penso che alcuni servizi vadano garantiti anche se non sono remunerativi per chi li effettua. Non possiamo essere sempre e soltanto clienti. Siamo prima di tutto cittadini.
A proposito di cittadini, proprio in quegli anni ebbi un faticoso contenzioso con Iren, la società per azioni (a capitale pubblico/privato) che si occupa di distribuire l’acqua in Emilia-Romagna. Posso dire, senza margine di errore, che venni trattato con gentilezza ma come un cliente e non come un cittadino, e con me le altre nove famiglie che chiedevano l’allacciamento all’acquedotto. Quell’allacciamento mi costò molte migliaia di euro e non abito sul Cervino, ma a un chilometro dall’acquedotto stesso. La prima risposta della società per azioni Iren in sostanza fu: a noi il suo allacciamento non conviene. Dunque o se lo paga o non se ne fa niente – e proprio così andò.
Iren aveva ragione. Era ed è una società per azioni: e dal momento che sei una società per azioni, devi rispondere ai tuoi azionisti. I quali hanno il diritto di chiedere: ma portare l’acqua in casa di Serra e dei suoi vicini, a noi rende qualcosa? E se non ci rende un quattrino, perché diavolo perdere tempo con Serra e i suoi vicini? Se abbiamo investito sulla distribuzione dell’acqua è per guadagnarci, non per fare della beneficenza…

Quel mese di giugno di dodici anni fa, comunque, il concetto “sull’acqua non si lucra” prevalse largamente. Due mesi dopo, il 13 agosto, il governo Berlusconi approvò in grande fretta un decreto-legge che tentava di reintrodurre sotto diversa forma le norme abrogate; ma la Corte costituzionale, l’anno successivo, giudicò incostituzionale quel provvedimento perché “viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare”.
A parte la Corte, che è garante della forma (almeno quella), nella sostanza quel referendum rimase comunque lettera morta. Fu trattato come una presa di posizione “di principio” che impicciava troppo il lavoro degli addetti – riassunto mio di una situazione sicuramente più sfumata e complicata. Un management che si rispetti non può perdere il suo tempo dando retta alle famose “anime belle”, anche se le anime belle sono in maggioranza. Se cercate in rete, nei dodici anni successivi sono molti gli articoli e le prese di posizione che fanno notare quanto quell’indicazione referendaria sia rimasta disattesa. Molto esauriente mi sembra il lungo intervento del marzo 2019 di Duccio Facchini su Altreconomia.

Ma al di là di questa triste constatazione di inutilità – che riguarda, per altro, anche altri referendum – vale la pena tornare alla frase di M sulla sinistra che perde il suo ultimo treno. Penso che M stesse dicendo questo: quella mobilitazione, quei comitati, quelle persone erano interlocutori naturali dei partiti di sinistra. Erano una massa attiva e pensante, forse venata di radicalismo e di idealismo, difetti comunque compensativi del cinismo e dell’impotenza. Erano “società civile” nell’accezione più tipica e vitale. Ascoltarli, confrontarsi, cercare forme attive di discussione e di rapporto con un movimento – si badi bene – vittorioso, l’ultimo fin qui capace di portare alle urne una maggioranza importante, avrebbe forse cambiato il corso delle cose, per la sinistra italiana e per il PD in particolare.
Il Movimento Cinque Stelle era nato due anni prima (la prima delle cinque stelle è: acqua pubblica). Si ingrossò a dismisura, nelle politiche del 2013, anche perché funzionò da serbatoio di raccolta dei voti, tanti, dei delusi della sinistra. Quale uso ne fece (secondo me pessimo) è l’argomento di un’altra discussione. Qui la domanda è: quanti furono, di quei milioni di ex voti di sinistra, quelli dei comitati per l’acqua pubblica e dei loro elettori referendari, frustrati dall’inutilità del loro voto? Il PD di Bersani “pareggiò” quelle elezioni per poche decine di migliaia di voti. Perse l’occasione di governare anche per avere omesso di dare peso e significato a quel referendum così “di sinistra”, e così ignorato? Formulo sotto forma di domanda un’ipotesi che mi sembra molto verosimile. E sono sicuro che Pier Luigi Bersani, ripensandoci adesso, questa domanda se la fa. L’acqua pubblica non è un argomento da Leopolda; ma è sicuramente un argomento da Bersani.
Ora posso appoggiare sul tavolo il mio bicchiere di rosso, che era rimasto sospeso a mezz’aria, e dire a M: penso proprio che tu abbia ragione. Quel treno era da prendere.

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La storia della settimana scorsa, Leone che “salva” una vecchia casa di montagna svuotandola, senza farsi eccessivi scrupoli sui vincoli sentimentali con il passato, è piaciuta a molti lettori e soprattutto a molte lettrici. Il tema “butto o tengo” è di quelli che toccano nel profondo un po’ tutto: la vita personale e pure la politica. Ecco la solita lenzuolata delle vostre mail, e scampoli di mail.

“Il racconto di quella casa e del gran lavoro di recupero del cugino è tutt’altro che una piccola cosa. È fondamentale capire quando passato e tradizioni finiscono per bloccare e imprigionare sotto un malefico incantesimo le cose, e noi con loro: succede un po’ a tutti in certi momenti della vita e col passare degli anni. E succede alle società, purtroppo. L’incantesimo a quel punto paralizza, porta alla sindrome da ‘bella addormentata’ e non siamo più in grado né di andare avanti, né di valorizzare come meriterebbe questo fantomatico passato, ormai imbalsamato. Lo vediamo soprattutto coi governi di destra: i valori antichi, le tradizioni in famiglia e in cucina, il non si cambia nulla perché questo è già il massimo anzi, cerchiamo di tornare indietro più che si può, ‘blut und boden’, ecc. L’ho imparato dallo studio degli antichi caratteri e alfabeti latini: si studiano e ci si esercita un sacco finché la mano viaggia da sola, ma ad un certo punto questi segni vengono reinventati e reinterpretati con nuovi attrezzi e strumenti, con nuovi gesti, sino a renderli quasi illeggibili, ma dando loro nuova linfa e creando così dei grafismi che vanno a comporre disegni e grafiche nuove, prima ancora che testi (pur partendo da testi scritti). È così con le arti figurative, con la musica, con l’architettura, tutte le arti in genere; è la naturale evoluzione, la curiosità, la voglia di scoprire, proporre e fare qualcosa di nostro, dare nuovo significato a ciò che lo ha perso”
Laura Beltramino

“La nostra, di casa in montagna, è appena sopra Trento. Dentro c’era lo stesso accumulo di passato, a metà tra memoria e dovere che schiaccia. Io di anni ne ho 45, e la scorsa primavera ero sull’orlo di un esaurimento nervoso (anzi no, niente orlo, ci ero proprio finita dentro). Noi siamo in tre fratelli, più mia madre a sua volta con un fratello e un cugino. In quella casa avevo passato le estati da bambina e poi, per quei dissidi familiari di cui nessuno sa spiegare la ragione, non ci ero più tornata per 25 anni. Fino all’estate 2019, quando sono salita per il funerale di mia nonna, e la montagna mi ha ritrovata. E così, giusto dodici mesi fa, è stato naturale: ho aperto ogni cassetto e buttato senza dubbi o domande, perché fare spazio rende leggeri e liberi. Ho ridipinto tutti gli infissi, io che non ero mai stata in un negozio di fai da te. Ho pulito le piastrelle da mezzo secolo di fuliggine della cucina economica. Come sempre la fatica mi ha riportato al corpo, che a Milano troppo spesso dimentico per vivere solo nella testa. Stavolta la fatica mi ha salvata: ero a pezzi, avevo bisogno di costruire”.
Laura

“Mi è piaciuta molto l’ultima newsletter, forse perché l’ho sentita vicina, familiare. Mi ha fatto tornare a qualche anno fa, quando decisi di sistemare la casa che era di mia nonna per andare ad abitarci. In quel caso l’appartamento era tenuto in modo impeccabile e volendo ci si poteva entrare subito. Da questo è nato il senso di colpa per voler fare dei cambiamenti e svecchiarlo come piaceva a me; mi domandavo se sarebbe stato necessario e soprattutto rispettoso verso la mia cara nonna, ma… era perfetto per lei tanto quanto non riusciva ad esserlo per me. Temevo che modificando e svecchiando mi sarei allontanata da un porto sicuro che mi aveva insegnato e dato tanto, mentre il distacco è una parte naturale della crescita, non per forza significa perdere quel che ci è stato lasciato. Alla fine ho trovato la spinta necessaria per rendere la casa mia, ho tenuto alcuni oggetti ancora funzionanti, ho regalato molti mobili e ne ho modificati altri, ho conservato quello che sentivo mi appartenesse. Il risultato è stato molto soddisfacente, forse perché mentre davo forma alla casa, davo forma finalmente anche a me”.
Valentina

“Un giorno di agosto, a Torino, attira la nostra attenzione l’insegna TIPOGRAFIA in foglia oro e il cartello “Vendesi” appeso alla saracinesca. Un colpo di fulmine. Riusciamo ad acquistarlo, un grande cambiamento è alle porte. Il confronto con architetti e geometri ci porta in una direzione che non ci convince, quel locale non deve essere snaturato per diventare uguale a tanti altri locali moderni, ha qualcosa che deve essere portato alla luce. Arriva il primo e poi il secondo lockdown, la nostra passione si accende e iniziamo a vedere con occhi nuovi i muri e i soffitti scrostati, l’armadio ricoperto con vecchia tappezzeria ormai sporca e impolverata, il lavandino incrostato, la porta sul cortile che non si apre e qualche vetro rotto. C’è molto lavoro da fare ma l’energia che respiriamo ci aiuterà a trasformare quelle stanze. Mentre fuori si respira una realtà complicata fatta di paure e incognite, dentro stiamo bene. Siamo soli, noi e lei, la vecchia tipografia. Un percorso lungo di scoperta, lavoro e consapevolezza, sia interiore sia dello spazio fisico intorno a noi. Pennelli, cera, pittura, martelletto, bisturi, tanta pazienza, unione e gioia sono stati ingredienti indispensabili. La vecchia insegna a caratteri con foglia oro, anziché finire in qualche brocante, è tornata a risplendere grazie a sapienti mani”.
“Questo locale storico è diventato ‘Il piccolo museo della scrittura manuale’. Adesso può raccontare la bellezza del passato, è diventato il contenitore in cui sono esposti oggetti da scrittura che provengono da tutto il mondo, prevalentemente da viaggio, un piccolo bookshop e un atelier. La nostra esperienza ci porta a considerare che conoscere il passato può permettere di vivere con più chiarezza il presente, senza dimenticare uno sguardo verso il futuro”.
Patrizia Cianci

“Il tempo dei cugini conservatori, come lei racconta, è finalmente terminato. Le opzioni di questo nostro tempo sono due: il ripristino (restauro conservativo) e il rinnovo (o cambio di destinazione d’uso). La prima è una diretta evoluzione dell’accumulo, un retaggio di conservatorismo più duttile, un rinnovamento che vorrebbe guardare al futuro, ma non dimentica del tutto il passato. É il caso degli attrezzi contadini divenuti museo, uccisi, ma conservati sopra i divani, dimenticati, ma riscoperti in quanto oggetti estetici. Pronti ad essere studiati e capiti, ma ormai abbandonati al loro destino di arredi. Questa è la sinistra di oggi. Una museale ideologia estetica in attesa di qualcuno che ne ritrovi l’uso (il sol d’un avvenire che difficilmente albeggia). Poi c’é il rinnovo atavico, che smaltisce, ripulisce in toto, modifica e, non lasciando trasparire nostalgia, si propone come nuovo che avanza proprio perché cancella il passato. Non è il caso della sua baita: oggi sarebbe diventata un supermercato o un parcheggio per motoslitte da turismo, per intenderci. Questa è ovviamente la destra che di fronte alla minima accusa nostalgica si smentisce, cancella le tracce, distrugge e rinnova per confondere. È una destra decisamente più forte perché aiutata dal fatto che l’Europa intera soffre da tempo di un precoce Alzheimer culturale. Se in quella baita si trasferisse una giovane coppia di pastori in smart working forse avremmo fatto la nostra dose di evoluzione superando quella nostalgica pratica di guardare avanti e indietro senza mai guardarci allo specchio”.
Ian Bertolini

“Sono una boomer di 77 anni, insegnante di diritto ed economia in pensione. Vivo in Veneto, a Bassano del Grappa dove di grappa se ne beve sempre troppa e di prosecco e di spritz… che lo dico a fare? Sono nata a Treviso ma non sono considerata veneta perché non parlo il dialetto, visto che la mia famiglia d’origine era della Campania, e nelle famiglie meridionali della media borghesia (mio padre era ufficiale di carriera, mia madre nelle sua vita fece 24 traslochi, io nella mia 11) si parla da sempre l’italiano. Non mi considero veneta ma amo la bellezza di questi posti, sia pure deturpati dalla fame di soldi. Sembra di essere in un quadro del Giorgione, a tratti, e se sei a Castelfranco Veneto ci sei, in un quadro del Giorgione. Volevo dirti che Leone ha fatto ciò che vorrei sapessero fare le mie figlie, un domani. Conservare un paio di cose che abbiano un significato forte per loro stesse e disfarsi del resto. Comincerei già io ma ho un marito che non me lo consente. Ma il vero motivo per cui ti ho scritto è per dire che, avendo libri di Gramsci sullo scaffale, condivido in pieno l’argomentazione del tuo lettore Giuseppe. Trovo che si sposi bene con l’agire di Leone: teniamoci questo passato di sinistra, ma fino a un certo punto. Troviamo il modo, mi ci metto anch’io, di far entrare in una casa ripulita e luminosa delle idee piccole ma in grado di crescere adeguatamente ai tempi che verranno. Ci basti questo, senza inseguire fantasmi”.
Maria Letizia Di Biase

“Sono una boomer del ’56, di mio sono poco nostalgica e la storia del cugino Leone mi ha incantato. Sì, penso proprio che gli avi siano stati felici nel vedere la casa rimessa a nuovo e rinata. Perché crogiolarsi nel passato è confortante ma, almeno per me, è ancora più bello guardare avanti, pur con tutte le incertezze del caso, insomma le vecchie foto sono belle ma mi piacciono di più quelle che verranno. Unica eccezione la musica, lo ammetto”.
Cristina Magnani

“I miei nonni, originari di un ridente paesino nell’alto canavese quasi ai confini con la Valle d’Aosta, ci hanno lasciato una casa. Negli anni abbiamo fatto quello che ha fatto Leone. Con tanto lavoro, tanta pazienza e anche un certo impegno economico. Le mie passeggiate nel borgo vecchio però mi riempiono sempre di malinconia. Ci sono case in pietra stupende con viste sulla valle mozzafiato, lasciate implodere su se stesse proprio per le ragioni che hai evidenziato. Eredi sparsi chissà dove (la maggior parte in Francia o Svizzera) che tornavano al paese durante la mia adolescenza e mai più visti. Lasciar morire una casa è un delitto. Meglio sarebbe regalarla a qualcuno che ne ha bisogno, come hanno fatto in tanti borghi che rischiavano la scomparsa. Ma il semi-montanaro di questi luoghi è gretto, geloso e invidioso, e così il paese muore”.
Maria Cristina