C’era una volta il Dream Team

Era l’8 agosto 1992, esattamente 20 anni fa. Con la vittoria 117-85 in finale sulla Croazia – lo scarto minore di tutto il torneo olimpico – si concludeva l’avventura del Dream Team. Il Dream Team, quello del basket americano, quello dei mostri sacri NBA, quello di Magic, Bird e Jordan, per intenderci. Una squadra che oggi, vent’anni dopo (mentre Kobe, LeBron e soci cercano di rinverdirne i fasti a Londra), riceve la sua giusta collocazione nella storia dello sport anche tramite uno splendido documentario per ora andato in onda solo oltreoceano.

La prima piacevole sorpresa nell’accomodarsi a vedere The Dream Team arriva già dai titoli di testa, e non c’entra nulla col basket. La voce narrante è di Ed Burns, regista – nonché protagonista – di un paio di indie movie davvero godibili come I Fratelli McMullen e I Marciapiedi di New York (se non ve li ricordate fa testo l’autodescrizione che si legge sull’account Twitter del regista newyorchese: “Faccio piccoli film infarciti di dialoghi su alcuni tizi irlandesi di Long Island”). Voce a parte, però, sono le immagini (parecchie inedite) e le storie raccontate nei 65 minuti del documentario la parte ovviamente più interessante.

La punta emersa dell’iceberg è nota a tutti, a metà tra sport e folklore: le otto vittorie su otto
incontri, l’incredibile margine medio (43.8 punti di scarto) di questi successi, le fotografie scattate in campo da avversari che tornavano tifosi, tra incredulità e ammirazione. Altri dettagli ancora sono invece perfetti per ingigantirne il mito: Chuck Daly, l’allenatore di quello squadrone, non chiamò mai un time-out durante tutto il torneo olimpico. Il bello comunque è indagare dietro e dentro quella cartolina perfetta spedita da Barcellona al mondo intero la bellezza di 20 anni fa, per scoprirne le sfumature più interessanti. Per esempio tra le prime immagini che scorrono sullo schermo ci sono quelle di tre celebri spot che vedono protagonisti Michael Jordan (“Like Mike”, e tutti a bere la bevanda che rigenera, e “It’s gonna be the shoes” con un giovane Spike Lee partner in crime) e Charles Barkley (“I am not a role model”). Come a segnalare un primo indizio interessante: quella squadra, quell’avventura, è stata unica – e destinata a rimanere tale – anche perché avvenuta in un particolare momento storico, in cui lo sport marketing (e la comunicazione) ha contribuito alla creazione di vere e proprie icone globali.

Seconda sfumatura: in quella squadra di fenomeni, tre lo erano più degli altri, attirando l’immediata venerazione popolare (me li ricordo sulla copertina di 7, supplemento del Corriere della Sera, tanto per dire). Si parla di Magic Johnson, di Larry Bird e di Michael Jordan, ovviamente. Ma non era tutto qui, ci dice The Dream Team. I primi due, Magic e Larry, erano il simbolo della NBA anni ’80, dominata in lungo e in largo (5 titoli per i Lakers di Magic, 3 per i Celtics di Bird). L’altro, Michael Jordan, era la faccia del nuovo che avanzava: MJ e i suoi Bulls (che nel roster di quella squadra contavano anche Scottie Pippen) avevano già vinto due campionati NBA e prima della fine degli anni ’90 sarebbero arrivati a quota sei. Nelle dinamiche interne di quello spogliatoio, nelle accese sfide in allenamento (la squadra di Magic sempre contro la squadra di Michael) si consumava un vero e proprio passaggio di consegne, per niente pacifico, assolutamente non scontato. Con Bird vessato da grossi problemi alla schiena e vicino al ritiro, ci pensava un gasatissimo Magic Johnson (da un anno lontano dai parquet dopo l’annuncio della sua sieropositività il 7 novembre 1991) a far di tutto per non lasciar strada libera al giovane Jordan, in rampa di lancio per diventare il miglior giocatore al mondo. La superstar dei Lakers si autodefiniva “the big dog”; a quella dei Bulls lasciava il ruolo di “the young puppy”. Un cucciolo capace sì di rinunciare al ruolo di co-capitano destinatogli da coach Daly (“Io avevo già avuto il mio oro a Los Angeles, nel 1984: volevo che queste fossero le Olimpiadi di Magic e Larry”) ma tutt’altro che disposto a ritardare la sua ascesa al trono, con le buone e con le cattive. E ancora: se Magic cercava di respingere l’assalto di Jordan, Pippen era intenzionato a fare lo stesso con quello di un certo Toni Kukoc, giovane stellina croata di cui si era follemente innamorato Jerry Krause, il general manager dei Bulls, decisissimo a portarlo a Chicago.

Occorre tornare al 27 luglio 1992, quando il Dream Team incontrò la Croazia nel girone iniziale, prima della sfida per l’oro. Pippen si ricorda bene quella partita: “Avrei marcato Kukoc anche in panchina”, dice oggi. Fu sufficiente in campo: l’Airone di Spalato chiuse con 2/11 al tiro, segnò solo 4 punti e perse 7 palloni. Un’umiliazione, figlia dell’orgoglio (ferito) di campioni veri, impegnati a mandare messaggi più importanti di una singola partita: “Non giocavamo contro Kukoc, giocavamo contro Jerry Krause”, le parole di Jordan. Tanto è vero che poi Kukoc a Chicago ci approdò – e diventò compagno di squadra e di vittorie di Pippen e MJ, negli ultimi tre titoli NBA conquistati dai Bulls dal 1996 al 1998.

Perché è proprio questa, forse, l’eredità più importante lasciata dal Dream Team targato Barcellona ’92: “È lì che è nata – uso le parole che ho sentito pronunciare da Kobe Bryant appena prima del via dei Giochi olimpici, proprio a Barcellona – la globalizzazione del nostro sport. È lì che è tutto cominciato”. Quella globalizzazione che ha visto Drazen Petrovic sfortunato pioniere su sentieri NBA al tempo ancora inesplorati, prima di Sabonis e poi di Kukoc, sfondando porte da cui poi sono passati i Dirk Nowitzki e i Tony Parker fino ai nostri italiani. “Global Game” si è rivelato essere molto più di un fortunato slogan coniato dai geni del marketing NBA e per questo si deve dire grazie a quella unica e irripetibile squadra composta – parole di un certo Michael Jordan – “da 11 Hall of Famers. Non credo che una cosa possibile possa mai essere replicata”. Amen.