One Shining Moment

Ora che tutto è finito, che gli ultimi 40 minuti di college basket 2010-11 sono andati in archivio, che l’ultima finale NCAA rischia di essere ricordata come una delle più brutte di sempre (quelli di Butler hanno tirato 64 volte, sbagliando 52, col doppio risultato di stabilire un record – negativo – per una finalissima e di incoronare Connecticut campione) quello che rimane sono questi 200 secondi scarsi di immagini e musica che ormai da 25 anni sono la sintesi più azzeccata della pazzia collettiva che va sotto il nome di March Madness, oltre che – a sentire il Wall Street Journal – “la canzone più famosa nel mondo dello sport”.

La vittoria nel torneo NCAA, infatti, porta con sé due riti irrinunciabili: prima i neo campioni si issano sul canestro armati di forbice per tagliare la retina; poi si dispongono a centro campo e alzano gli sguardi al megaschermo sopra le loro teste. E lì parte “One Shining Moment”. Si dice che David Barrett la scrisse nel 1986 al bancone di un bar, alle due di notte, mentre – parlandole di Larry Bird – cercava di sedurre un’avvenente cameriera. Gli andò male, ma fu lì che associò la frase “one shining moment” alla sorprendente cavalcata nel torneo NCAA 1979 della Indiana State guidata dal biondo che sarebbe poi diventato una leggenda dei Boston Celtics.

Da quel titolo – e dal classico tovagliolo di carta su cui, come sempre in questi casi, venne vergato il testo – nacque una canzone che Barrett registrò in studio per poi farla ascoltare a un amico, un reporter della CBS. Da qui arrivò al direttore creativo del network televisivo americano, alla ricerca di un inno da associare a qualche evento sportivo. E visto che venne bocciata per il Superbowl, dall’anno successivo finì per essere associata al torneo NCAA di basket.

Esordì nel 1987 (celebrando così la vittoria della Indiana allenata da Bobby Knight), e fino al 1993 (campione la North Carolina di Dean Smith), la voce dell’inno non ufficiale della March Madness fu proprio quella di Barrett. Dal 1994 al 1999, invece, toccò a Teddy Pendergrass, ma le vette di successo e di popolarità più alte furono raggiunte dalle versioni di Luther Vandross, che associò la sua voce alla canzone dal 2003 al 2009. L’anno scorso toccò a Jennifer Hudson, ma si rischiò la sommossa popolare: il pubblico un filo integralista dei canestri universitari non apprezzò la versione al femminile e tanto meno l’inserimento di immagini della stessa Hudson al posto dei classici highlight di gioco. Per questo la versione 2011 è tornata alla formula classica e, soprattutto, ha riacquistato la voce di Luther Vandross, tornata in tempo per celebrare le gesta di Kemba Walker e dei nuovi eroi di Connecticut.