nascondere mostrando

S. ha portato alla mia attenzione questa notizia ANSA, che riporta un rapporto della UIL sui contratti di lavoro attivati tra l’inizio del 2008 e la metà del 2010. La cosa più interessante di questa notizia è che è scritta in modo assolutamente corretto, eppure se la si legge in fretta dà l’impressione opposta. Niente male, vero?


Come potete leggere, circa i tre quarti dei contratti attivati in questi due anni e mezzo sono precari. Cosa significa? Che in Italia i tre quarti dei lavoratori sono precari? No, non significa assolutamente nulla. Questo per due ragioni: innanzitutto che qui si sta parlando di contratti nuovi, e quindi chi come me non ha cambiato lavoro in questi due anni e mezzo non entra nella casistica. Ma soprattutto perché si parla appunto di contratti, e non di contraenti. L’articolo spiega esplicitamente che «il numero dei contratti attivati è così alto perché tiene conto del fatto che una persona può avere nel tempo più contratti (ad esempio 4-5 contratti a termine in un anno) ma anche più rapporti di lavoro contemporaneamente (come nel caso delle collaborazioni a progetto)»; quindi un precario ha con ogni probabilità fatto più contratti, ma resta pur sempre una persona singola. Insomma, da questi numeri non si può dire assolutamente nulla sulla percentuale di posti precari, né assoluta né relativa a quei due anni e mezzo. Lo stesso per la differenza tra contratti attivati (27,4 milioni) e cessati (25,4 milioni); in questo caso si può al limite inferire che – visto che in questo periodo l’occupazione non è certo aumentata – che la durata oppure il numero di ore dei contratti si sono ridotte.

Morale della storia? State sempre attenti a quando vi propinano troppi numeri, spesso servono solo per nascondere la realtà!