La coda lunga a fumetti

Sul finire del 1991, all’uscita del secondo tomo del suo Maus – entrato in classifica dei bestseller – Art Spiegelman scrisse una memorabile lettera al New York Times. Quel breve intervento, che gli esperti ricorderanno (o almeno così spero) come una delle polemiche culturali più influenti della storia dei comics, aprì gli occhi ai lettori e al mondo dell’informazione sulla formula del graphic novel, allora fenomeno nascente. La polemica di Spiegelman nasceva dalla collocazione di Maus II: il NYT lo aveva inserito in classifica nella categoria dedicata alle opere di fiction. Una scelta che l’autore contestò con sarcasmo, perché sottovalutava la sostanza fattuale del suo progetto.

Il risultato fu non solo che il giornale rispose, ma che diede ragione a Spiegelman: dalla settimana successiva il NYT spostò Maus II nella categoria nonfiction. Per la formula editoriale – allora emergente – del graphic novel, fu una straordinaria occasione per dimostrare sia la propria forza (un bestseller al NYT) che credibilità culturale (costringendo alla ritrattazione il quotidiano newyorkese). E contribuì a sottolineare un nuovo spazio di legittimità del fumetto: l’editoria di nonfiction. Per i comics, baluardo storico – quasi per antonomasia – della fantasia e della libera immaginazione, un bel salto simbolico.
A 20 anni dalla storica lettera di Spiegelman, il graphic novel di nonfiction è diventato a sua volta un fertile genere. E ne abbiamo viste di ogni genere: biografie e resoconti di viaggio, manuali e testi divulgativi para-scientifici, autobiografie e diari intimi, cronache e ricostruzioni. Sono persino nati termini per definire nuovi sotto-generi, come il comics journalism: Joe Sacco e Marjane Satrapi (quelli che stravendono), Ted Rall e Etienne Davodeau (quelli che vincono premi e fanno parlare i media). Solo nell’ultimo anno in Italia abbiamo visto autori nostrani cimentarsi con biografie di musicisti, giornalisti, calciatori e personaggi storici (su tutti, il Garibaldi di Tuono Pettinato, Rizzoli), ricostruzioni di eventi del passato recente come il sequestro Moro, travelogue dalla Russia, memorie dai campi di concentramento friulani. E quindi?

E quindi succede che poi uno guarda agli USA, avamposto di frontiera del nonfiction graphic novel, e capisce che siamo proprio in piena moda. Multipiattaforma, peraltro. Il prossimo 1 aprile debutta infatti con un pre-lancio digitale una nuova collana di graphic novel (‘Smarter Comics’, per Round Table Companies), tutti realizzati come adattamento di alcuni tra i titoli di nonfiction statunitense più venduti degli ultimi anni: il classico L’arte della guerra di Sun Tzu, ma soprattutto libri recenti come il bestseller del venditore immobiliare Tom Hopkins, un libro del “pitbull della Crescita Personale” Larry Winget, o uno dello “psicologo dell’overachievement” John Eliot. E poi ci trovo pure quel libro lì. Quel cult che noi tutti internauti conosciamo a menadito (anche chi non l’ha mai letto): La coda lunga di Chris Anderson. Naturalmente Wired è entusiasta, e ne ospiterà alcune pagine in anteprima.

Il booktrailer permette di vedere qualche pagina. Le guardo, le riguardo, e capisco che non avrò voglia di leggerlo. Ma a qualcosa è servito: a raccontare la storia di una parabola culturale – quella della nonfiction fumettistica – che in 20 anni ha condotto da un capolavoro come Maus a un mediocre prodotto industriale. E a rendersi conto di un gustoso corollario: che Chris Anderson ha un debito verso l’innovazione di Art Spiegelman.