Normalità

Durante la pandemia uno dei concetti con il quale ci siamo dovuti misurare più spesso è stato quello di normalità. Una normalità quasi sempre diminuita, ridotta dalla potenza degli eventi, amputata di una parte di sé. Non era normale stare chiusi in casa per settimane. Non lo era indossare la mascherina, non avvicinarsi troppo agli altri, controllare la propria temperatura corporea. Non lo era lavorare o studiare da casa, non prendere treni e aerei, non andare al cinema, a teatro, oppure in vacanza, anche solo per un weekend. Non era normale, eppure lo è diventato, in fretta, con una velocità che mai avremmo immaginato.

Ora che l’emergenza si è attenuata eccola di nuovo di fronte a noi l’idea della normalità. Non più la normalità ridotta e condizionata dal coronavirus, ma quella aumentata, baldanzosa, quella che prova a superare la pandemia di slancio.

Così oggi si scontrano, spesso con grande violenza, due idee per il prossimo futuro. Da un lato una normalità che aspira a una tranquillizzante restitutio ad integrum. I mille pezzi del lampadario in vetro delle nostre vite fracassato dal coronavirus e pazientemente reincollati da mano esperta. Dall’altro l’idea di una nuova normalità, che nasce e cresce come inedita occasione. Una normalità dai tratti rivoluzionari: diventare migliori grazie al coronavirus, controbatterne gli effetti distruttivi trasformando quello che ci è capitato in una possibilità.

La collisione di questi due sistemi di pensiero ha già dato segno di sé.

“Tornare a lavorare” come dice il sindaco di Milano riferendosi allo smart working o provare a ripensare i luoghi e le modalità del lavoro e con essi un numero molto ampio di altre architetture sociali limitrofe: dai trasporti, agli alloggi, alla ristorazione?

Riguadagnare l’accesso agli istituti scolastici, unico luogo ritenuto possibile per la didattica dei nostri figli o approfittare della pandemia per immaginare nuove modalità di insegnamento a prova di futuro, indipendentemente dalla forma dei banchi utilizzati?

Il distanziamento sociale come pratica vessatoria da superare al più presto (un cavallo di battaglia della politica reazionaria in tutto il mondo) o il laboratorio per nuove pratiche di convivenza sociale meno asfissianti e caotiche?

E si potrebbe continuare.

Nella diatriba in corso la politica ovviamente prova a tenere i piedi su ogni staffa. Green economy certo, ma anche incentivi all’acquisto di auto nuove, ispirarsi a Greta Thunberg ma sbloccare al più presto i cantieri, riunire e potenziare l’infrastruttura digitale e tutelare strenuamente gli aventi diritto del mainstream. La normalità – insomma – come ritorno esatto a com’eravamo prima “ma anche” occhiolino strizzato ad un mondo digitale dove tutto improvvisamente cambia e il nostro divario con il resto dell’Europa si annulla come per miracolo. Come se gli altri Paesi, che sono dieci anni davanti a noi da mille punti di vista, non fossero oggi di fronte alle medesime scelte, con più soldi, più abitudine e complessivamente maggior talento organizzativo di noi.

Tutto ci sembra a portata di mano in questo momento di incertezza fra conservazione e rinnovamento, fra la normalità insoddisfacente della pandemia e quella allettante che ci attenderà domani. Nulla realmente lo è.

Eppure lo scenario del Paese è chiaro come non mai. Stanno per arrivare duecento miliardi per far ripartire l’Italia: il Paese con il più basso numero di laureati a parte il Messico, il Paese dove laurearsi non serve a trovare lavoro, dove gli stipendi dei giovani sono miserabili, dove la ricerca è sottofinanziata da sempre, dove l’analfabetismo funzionale è alle stelle, dove, giusto nei giorni scorsi, il numero di pensionati ha superato quello di quanti sono al lavoro.

La scenario è chiaro come non mai ma per renderlo più chiaro ancora saranno utili le parole dei sindaci preoccupati per la chiusura della panineria in centro o degli ex presidenti del consiglio che urlano di sbloccare i cantieri, della CDP che salverà Alitalia, salverà TIM e sarà pronta a nazionalizzare con i nostri soldi qualsiasi altra azienda decotta, ma anche la discussione pubblica sui banchi con le ruote o quella strappalacrime sul diritto a Internet come bene comune.

Così sembra piuttosto evidente che la nostra nuova normalità, anche con duecento miliardi piovuti dal cielo, sarà molto simile a quella vecchia, e per i giovani di questo Paese la soluzione migliore continuerà ad essere quella di andarsene. Per provare a salvarsi in qualche modo. Per garantirsi una vita finalmente normale.