Per una Repubblica digitale

Ho scritto molto di divario digitale negli ultimi vent’anni.  Per un po’ di tempo ho creduto – stupidamente – che la distanza fra noi e gli altri Paesi europei sulle competenze digitali dipendesse dall’infrastruttura; poi quando un po’ alla volta l’infrastruttura di rete e i suoi costi sono diventati alla portata di tutti, anche a un cieco come me è risultato chiaro che le ragioni della nostra distanza nell’utilizzo di Internet (mediamente 20 punti percentuali stabili da almeno un decennio, secondo le stime Eurostat) dipendeva da altro. Così sono un po’ di anni, almeno una decina, che ripeto una cosa banale che per molto tempo quasi tutti hanno considerato poco più di una boutade. E cioè che l’unica possibilità che abbiamo per ridurre la distanza con gli altri Paesi è provare a cambiare la testa degli italiani sul digitale. Non ci riusciremo, ne sono abbastanza convinto, ma alternative non mi pare ne esistano.

Questo brevissimo riassunto serve a introdurvi quello che penso di Repubblica digitale, l’ultima iniziativa dello Stato italiano per ridurre il divario digitale. È un’iniziativa che forse per la prima volta riconosce l’esistenza di un problema: contemporaneamente è la solita maniera italiana di affrontare i problemi complessi.

Quando qualche anno fa durante un incontro a Roma feci presente a Diego Piacentini quello che avete letto nel primo paragrafo, Piacentini che è un uomo pragmatico ed intelligente di formazione anglosassone, mi disse due cose:

1) Il divario culturale non è fra le finalità del team digitale (un gruppo di nerd al servizio della digitalizzazione del Paese, una delle idee migliori di Matteo Renzi n.d.a.)
2) Il divario digitale si riduce (anche) con l’usabilità delle app (guarda Amazon, mi disse: funziona e la gente la usa)

Ora vedo che le cose sono cambiate e che il Team digitale per la trasformazione digitale, ha deciso di farsi carico della principale questione che riguarda la testa degli italiani. Su Repubblica digitale scrivono:

È tuttavia noto che il nostro Paese, più di altri, soffre di un divario digitale di matrice culturale determinato da un diffuso e preoccupante fenomeno di analfabetismo digitale e, più in generale, da una scarsa educazione civica digitale.

Benissimo.
La soluzione immaginata va tuttavia nella direzione sbagliata, quella più semplice e confortevole, che potrebbe essere così riassunta: si noleggia un autobus, si caricano gli amici, gli amici degli amici e anche qualche antipatico concorrente così se ne sta buono, e si chiede loro di intestarsi il problema del divario culturale immaginando iniziative di inclusione digitale. Come sempre accade in questi casi i partner dell’iniziativa comprendono l’universo mondo: da TIM a Telefono Azzurro, da Facebook a Google, dalla Camera di Commercio di Roma a qualche oscuro progetto web che nessuno ha mai sentito nominare gestito però da amici degli amici tanto bravi e simpatici. Ovviamente il non detto è che esistono fondi europei (l’ultima volta che ho controllato qualche anno fa si trattava di 350 milioni di euro mai spesi) ai quali poter accedere per simili iniziative.

Stendendo un velo pietoso sulla qualità del Manifesto, un ottimo esempio della vacuità dei testi che questo Paese di azzeccagarbugli è in grado di produrre quando non ha nulla da dire, il punto di fondo secondo me è che lo Stato dovrebbe fare l’esatto contrario. Non spargere denaro a chi capita per risolvere un problema che lui stesso fatica a comprendere ma dimostrare che ne ha inteso la centralità intestandoselo direttamente, con scelte politiche chiare e univoche. Magari piantandola di focalizzarsi sui progetti di formazione demandati a terzi, che sono economicamente ad alto rischio, servono a pochissimo e non cambiano le teste delle persone.

Per uscire da questa gigantesca e fuffosa nebbia di parole, cosa potrebbe fare allora lo Stato per provare a ridurre il digital divide culturale italiano? Pochissime cose purtroppo e tutte dall’esito incerto e a lungo termine. Nulla insomma di utilizzabile politicamente, nulla che consenta di distribuire denaro a nuovi improvvisati testimoni di Geova digitali che verranno domani a bussare alle vostre porte.

Le cose che si potrebbe tentare sono, secondo me, solo tre. Due di queste riguardano la scuola ed erano state in parte immaginate a suo tempo dal Piano Digitale naufragato fra mille incertezze. La prima è incentivare le pratiche digitali da parte dei docenti. Invece che versare denari a Telefono azzurro si potrebbe immaginare di pagare meglio gli insegnanti che alzano la qualità della didattica utilizzando gli strumenti digitali in classe. Soldi per la qualità digitale, insomma, coding compreso. La seconda è convertire le ore di educazione civica proposte dall’ultimo governo in ore di educazione civica digitale: perché la grammatica di rete è un linguaggio complesso dentro il quale sarà facilissimo perdersi e quello che serve ai nostri ragazzi sono gli strumenti per orientarsi. Chi possa/debba occuparsi di una simile didattica è oggi forse il problema più difficile da risolvere.

Il terzo punto riguarda il team digitale e la PA in generale. Scrivere applicazioni che funzionino, intanto, e offrirle ai cittadini. Copiare il concetto di digital by default immaginato in UK qualche anno fa, secondo il quale qualsiasi relazione fra il cittadino e l’amministrazione deve essere prevista prima attraverso interfacce digitali e poi, solo dopo, mediante l’accesso a sportelli fisici.
Infine, poiché in Paesi con grossi problemi culturali servono scosse culturali forti, applicare quando è necessario e senza troppi scrupoli la cosiddetta “innovazione spintanea”, che è una battuta per dire: imporre per decisione politica scelte digitali in discontinuità con i tempi precedenti. Un po’ quello che è stato fatto con la fatturazione elettronica.

Altro, temo, non potremo fare.

AGGIORNAMENTO 2/10: Dal Team per la Trasformazione Digitale mi fanno gentilmente sapere che “Repubblica Digitale” non prevede alcun riconoscimento economico agli aderenti all’iniziativa.

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