Per brevità detta dittatura

Il ministro del Lavoro Luigi di Maio si è compiaciuto che i giornali stiano morendo. Ricopio qui le sue parole che potrete eventualmente recitare con un leggero ghigno di soddisfazione:

“Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale e dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando tanti altri cittadini, tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del gruppo L’Espresso che mi dispiace per i lavoratori stanno addirittura mettendo – avviando dei processi di esuberi al loro interno, perché? Perché nessuno li legge più in quanto ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà. E anche sul tema del deficit e su tutto il resto avete visto benissimo come tutti gli altri Paesi avevano fatto deficit ma siccome lo fa questo governo per ripagare il popolo italiano e allora dobbiamo essere distrutti. Io non ci sto a subire questa distruzione siamo molti di più quelli che si informano in rete che attraverso i media convenzionali continueremo ad essere sempre di più ed è per questo che mi sentirete sempre di più non solo in rete ma anche nelle piazze…”

Di Maio dice di essersi vaccinato anni fa dalle fake news: è possibile che abbia bisogno di un piccolo richiamo perché, prima di iniziare a commentare il tema che ci interessa, siamo costretti a espellere alcune bufale e fake news contenute in queste sue poche frasi.

1 Il Gruppo Espresso non esiste più da due anni.

2 I quotidiani citati sono i più letti quotidiani italiani

3 La maggioranza dei cittadini si informa attraverso i vecchi media e non in rete

Liberata la frase di Di Maio dalle bugie fattuali che contiene andiamo alla parte interessante del discorso introdotto dal vice Premier e cioè l’idea che l’informazione possa essere disintermediata in maniera radicale. Non si tratta ovviamente di un’idea recente. È anzi uno dei capisaldi del racconto di Gianroberto Casaleggio sul futuro del mondo trasformato da Internet. La sostituzione di un sistema malato, quello dell’informazione asservita ai poteri più vari e incapace di descrivere il mondo con correttezza e onestà, è stato per anni uno dei capisaldi della retorica digitale di Casaleggio. I media sono un ostacolo al racconto della nuova politica (esattamente come dice qui sopra Di Maio) e come tali saranno “superati”. Non sfuggirà poi la centralità del verbo “morire” che è rimasto invariato negli ultimi dieci anni: dalle grida di Beppe Grillo sul suo blog e nei teatri alle più modeste performance di Luigi Di Maio in una scarna diretta Facebook, tutti si augurano che qualcuno muoia. Anche i toni fanno parte del messaggio e il fatto che il tema sia rapidamente scivolato dal blog di un comico di successo ai commenti delle più alte cariche dello Stato non ne ha ridotto la violenza.

Superare i media è del resto il fulcro di ogni progetto populista: non servirà una figura intermedia, chiunque potrà accedere direttamente alle informazioni. Ogni cittadino – e qui risiede ovviamente un giudizio di valore e una carezza interessata rivolta a tutti – saprà cosa è meglio per lui.

Il problema è che tutto questo non è vero. Non lo è mai stato in questi ultimi vent’anni di trasformazione digitale e verosimilmente non lo sarà in futuro. Quello che potrà accadere, quello che già oggi in parte accade, è che una quota residuale di cittadini sceglierà di modificare il mediatore informativo al quale si rivolge. La grande maggioranza di quanti, ovunque nel mondo, accedono alle informazioni continuerà invece ad utilizzare i media mainstream. E questo non perché li ritenga autorevoli in maniera particolare ma per semplice ubiquitaria pigrizia e disinteresse. Altrove avrei chiamato tutto questo Bassa risoluzione.

La narrazione anti-casta dei giornali che il Movimento Cinque Stelle sostiene da oltre un decennio è resa plausibile da una sottostante grave crisi del sistema informativo che ha indebolito moltissimo l’ambiente editoriale. Grillo e Casaleggio prima e Di Maio oggi semplicemente suggeriscono che i giornali perdano copie perché i cittadini si sono svegliati. Non è così: i giornali perdono copie perché il modello economico che li ha sostenuti nell’ultimo secolo è un modello declinante.

Ultima questione. Se anche fosse, se i cittadini improvvisamente e in massa decidessero di scegliersi altre fonti, altri mediatori informativi, costoro chi saranno? Per molti anni abbiamo immaginato la nascita e il proliferare di nuovi soggetti più agili e adatti ai contesti digitali. Al momento questa ipotesi non sembra aver avuto troppe conferme. Se osserviamo quello che accade nel mondo e anche un po’ in Italia i lettori sembrano premiare in misura più consistente l’offerta dei vecchi grandi giornali, mentre in un buon numero sembrano semplicemente non leggere più nulla, accontentandosi delle tracce informative indistinte e senza fonte, dei titoli ingannevoli e delle bufale del proprio feed sui social network. L’idea di Di Maio, la pericolosità che contiene in un contesto caotico come quello attuale, è che la politica utilizzi questo varco sostituendo la propria voce ad ogni forma di mediazione informativa. Quella forma verace e apparentemente autentica di rapporto diretto fra il popolo e i suoi rappresentanti che per brevità potremmo definire dittatura.

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