I selfie nella società delle notifiche

Qualche settimana fa un ragazzo, sulla banchina di una stazione ferroviaria, si è scattato un selfie avendo cura di comprendere nell’inquadratura una donna gravemente ferita che era caduta sui binari. La foto, pubblicata da un giornale e poi finita in rete, ha scatenato tempeste di commenti indignati.

Un discreto numero di persone ogni anno muoiono di morte violenta mentre si stanno scattando una foto. Scivolano in un burrone, cadono da una scogliera, cose così. Sono alla ricerca del momento perfetto, in grado di stupire i propri contatti on line. Nel frattempo i loro amici di rete non si stupiscono più di nulla, diluviati come sono da foto incredibili, stranissime, curiose, affascinanti e pericolose. Foto appena scattate e appena condivise, a ciclo continuo.

Qualche sera fa in una strada del sud d’Italia un ragazzino è morto investito dal motorino dell’amico. Era steso sul selciato per produrre un video tanto spettacolare da scatenare reazioni complimenti e invidie in chi lo avrebbe poi visto in rete: l’amico che era alla guida della moto lo ha colpito per sbaglio.

 

Durante il funerale di alcune vittime della tragedia del ponte di Genova, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, una ragazza mora ne ha approfittato per scattarsi un selfie con Matteo Salvini: così, al volo, accanto alle bare. Nella foto Salvini non sorride: la ragazza increspa appena un po’ le labbra. Forse vorrebbe sorridere, forse capisce che non è il caso. Un famoso cantante (non solo lui) ha commentato quello scatto e ne è nata l’ennesima furibonda polemica.

Così a questo punto forse sui selfie, sul loro ingresso nel nostro orizzonte morale qualcosa forse sarà il caso di dire.

Michele Smargiassi, per esempio su Repubblica qualche giorno fa sosteneva che un selfie è ormai “un gigantesco contenitore di significati”:

La sua potenza è la sua camaleontica virtù di riempire vuoti. Se i selfie hanno qualcosa in comune, è di essere la risorsa compulsiva per ogni momento di eccitazione. Gioia, imbarazzo, ammirazione, disagio, entusiasmo, perfino rabbia. Il selfie mette la firma, con la nostra faccia, a momenti che non riusciamo ad affrontare a viso scoperto. Il selfie alla festa dice “sono qui e sto bene”, il selfie davanti alla catastrofe dice “sono qui e sono impressionato”, comunque trasferisco le mie sensazioni su un oggetto visuale che posso allontanare da me, gettandolo nella nuvola del Web.

Difficile non essere d’accordo, aggiungerei che ormai i selfie non sono collegabili solo ai momenti di eccitazione ma anche a quelli di calma piatta. Servono anche a riempiere il vuoto. Nel momento in cui la colonna di aggiornamento dei social network è un flusso continuo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, una foto qualsiasi o una storia su Instagram sono messaggi di esistenza in vita, rassicurazioni rivolte agli altri ma che riguardano soprattutto noi stessi. Affermano che ci siamo, che facciamo parte di quel flusso, con la continuità che la società delle notifiche ci chiede.
Non è un caso che scomparire, anche solo per qualche giorno, non aggiornare i propri profili, scegliere di non partecipare al feed, sia oggi una delle forme di maggior perturbazione sociale fra quelle immaginabili. Non è un caso che giornalisti si allontanino da Facebook per una settimana o per un anno per poi raccontare come si sta: per compilare un esotico diario di viaggio dal mondo fuori.

E fra gli errori nei quali forse potremo incorrere c’è quello di concentrarci sui selfie, colpiti come siamo ogni volta dal loro gigantesco portato narcisistico. I selfie sono solo la parte più fragorosa di un fenomeno molto più ampio che riguarda il documento fotografico nei tempi digitali. La nostra dichiarazione di esistenza in vita, per immagini, là dove le cose sul serio accadono.

Ai funerali di Genova ha avuto grande rilievo e raccolto unanimi critiche la foto del selfie della ragazza con Salvini, pochissimi hanno commentato un altro scatto in cui molte persone, in gran parte sorridenti, stanno documentando l’arrivo del politico al funerale.

(fonte: repubblica.it)

Non troverete tracce di cordoglio, nemmeno di quello formale che ci è stato insegnato da piccoli, in quell’immagine, ma solo la percezione, compiaciuta, di essere finalmente al centro della notizia, nel luogo in cui le cose importanti, quelle che domani tutti guarderanno e commenteranno, accadono.

Lo stesso vale per quest’altra foto, pubblicata dal sito web Genovaquotidiana, anche questa pura documentalità da affidare al proprio flusso digitale sui social, senza l’impiccio moralmente discutibile del narciso che comprende sé stesso nell’inquadratura: la foto del luogo del disastro, un “io sono qui” che, ne siamo certi, interesserà i nostri contatti. Esiste una forte componente di focus geografico in tutto questo: conta il luogo in cui fisicamente sei (e nel quale i tuoi contatti non sono), la tua vicinanza al punto in cui tutto è accaduto. Qualche giorno fa sono passato in auto a Bologna nel luogo dell’immensa esplosione di fuoco di qualche settimana fa: il punto in cui sono in corso i lavori di ricostruzione del viadotto è celato da tele rossi che riducono il rischio che gli automobilisti rallentino, magari per fotografare il luogo del disastro. Se poi – tornando alla foto di Genova di prima – ingrandirete l’immagine, ma quasi nessuno se ne darà pena, vedrete che le cose non sono esattamente come sembrano: anche questa è una caratteristica usuale della società delle notifiche.

Nella società delle notifiche il nostro essere nell’epicentro assume un valore inedito. Siamo lì e possiamo dirlo a tutti. Tutti, per una volta, ci presteranno l’attenzione che meritiamo. Sottratto al tema narcisistico del comprendere noi stessi nel documento, fotografare il ponte crollato non è troppo differente dal tenere traccia altri eventi “interessati” della nostra vita: la foto di un tramonto, le immagini di un concerto, le vacanze in un luogo incantevole. Essere a Genova oggi, scattare una foto di fronte al disastro di cui tutti parlano, non potrà più essere percepito come qualcosa di censurabile, a maggior ragione visto che non esiste la minima remora etica in nessuno accanto a noi. Non se ne trova traccia nei media (protetti esilmente dal dovere di cronaca) non la riconosciamo nelle dichiarazioni dei politici e nemmeno negli atteggiamenti degli altri accanto a noi. Se il funerale diventa (e lo è diventato a tutti gli effetti) un luogo inscritto nel flusso comunicativo dedicato a tutti, perché anch’io non dovrei farne parte?

Forse, semplicemente, l’indignazione e il biasimo morale che proviamo di fronte a simili immagini è un’abitudine, un residuo di un tempo passato. Un’epoca silenziosa e rarefatta nella quale l’informazione era scarsa e mai nella nostra disponibilità. Ci piace l’idea di ritornare com’eravamo prima? Forse sì, a me un po’ piacerebbe in effetti. Per recuperare un mondo di sentimenti più silenziosi e meno ostentati non dovremo fare altro che sradicare gli smartphone dalle mani di qualche miliardo di abitanti del pianeta terra.

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