Cyberbulli in Parlamento

Il disegno di legge sul cyberbullismo presentato dalla senatrice PD Elena Ferrara e cofirmato da una sessantina di altri senatori del PD nasceva già a inizio 2014 dentro una bugia palese. Questo è il secondo paragrafo del ddl:

Dalla ricerca realizzata da Ipsos per l’organizzazione Save the Children si evince che i 2/3 dei minori italiani riconoscono nel cyberbullismo la principale minaccia che aleggia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, nel campo di calcio, di giorno come di notte.

Un simile esordio avrebbe dovuto fin da subito mettere in guardia sull’accuratezza, se non sulla buona fede, del legislatore, che basa la propria proposta di legge su evidenze a dir poco inesatte. Quale fiducia sarà possibile affidare a chi, per una legge dello Stato, si basa su un comunicato stampa ambiguo (il comunicato nel frattempo è stato rimosso) senza andare a guardarsi i dati della ricerca, dati che dicono tutt’altro?

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Da quel 27 gennaio 2014 la senatrice Ferrara e i 60 senatori del PD hanno avuto modo di leggere alcuni articoli di stampa come quello di Wired che spiegavano estesamente come quei numeri fossero “inesatti”, perché il 69% degli intervistati si riferiva a fatti di bullismo e non di cyberbullismo, parlava delle minacce subite fra i banchi di scuola più che di quelle online, ma non hanno ritenuto di modificare la formulazione del progetto di legge.

Le ragioni di una simile incuria legislativa sono note: il parlamentare da tempo parla alla pancia del Paese, la pancia del Paese è il suo primo referente politico, i dati scientifici, i pareri degli esperti, l’accuratezza e la cura del particolare contano infinitamente meno. Quando non contano per nulla.

Partita con simili premesse la legge sul cyberbullismo ha subito, durante il proprio cammino in Commissione, il trattamento che era lecito attendersi: da una inutile legge che andava a sovrapporsi a una legislazione vigente già sufficiente per i temi presi in esame, si è trasformata, passo dopo passo, adulterazione dopo adulterazione, nell’ennesimo serio problema di democrazia e libertà per il Paese.

Ecco la formulazione finale della definizione di cyberbullismo che la grande maggioranza dei Senatori di destra e di sinistra presenti in commissione (sostanzialmente tutti da FI al PD, con l’eccezione di alcuni senatori del M5S) ha rimandato all’altra Camera:

“Per cyberbullismo si intendono, inoltre, la realizzazione, la pubblicazione e la diffusione on line attraverso la rete internet, chat-room, blog o forum, di immagini, registrazioni audio o video o altri contenuti multimediali effettuate allo scopo di offendere l’onore, il decoro e la reputazione di una o più vittime, nonché il furto di identità e la sostituzione di persona operate mediante mezzi informatici e rete telematica al fine di acquisire e manipolare dati personali, nonché pubblicare informazioni lesive dell’onore, del decoro e della reputazione della vittima.”.

Per le considerazioni tecniche a margine del progetto di legge (la cui sostanziale inattuabilità e collisione con altre norme dello Stato saranno conseguenze più che prevedibili) rimando a quanto scritto da Guido Scorza, a noi invece ora interessano due questioni.

La prima è che per volontà del legislatore la tutela dei bambini online si è allargata a dismisura fino a interessare tutti noi, qualsiasi sia il reato che si decida di compiere online. Perché – si saranno chiesti la senatrice Ferrara e gli altri senatori – dobbiamo limitarci a salvare solo i bambini se possiamo salvare l’intero mondo? Si tratta, in definitiva, di un vasto programma o anche di un piccolo delirio di onnipotenza, nel quale la propria pancia e la pancia del Paese diventano un unico gigantesco apparato digerente che tutto assimila.

La seconda questione è che – come avviene puntualmente da oltre dieci anni a questa parte – tutte le volte che il Parlamento italiano decide di legiferare sui temi della rete genera mostri. Non c’è buona fede dei singoli o Intergruppo Innovazione che tengano: i risultati del pensiero dei nostri rappresentati applicato alle cose digitali è inadeguato per definizione, censorio e rischioso per la democrazia per processo automatico. Non contano lo schieramento politico o le peculiarità dei singoli: di fronte alla possibilità di “dare finalmente una regolata a Internet” i parlamentari di ogni casacca ritrovano un’unità di intenti che è tanto ammirevole quanto paradossale.

Dentro un ecumenismo di facciata che dovrebbe allargare gli orizzonti del legislatore e invece puntualmente fa solo perdere tempo (perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire) qualche mese fa Giovanni Boccia Artieri, professore a Urbino ed uno dei maggiori esperti di relazioni fra minori e reti digitali in Italia, fu audito in Commissione a proposito della legge in questione. Disse cose sacrosante in quell’occasione Boccia Artieri: disse che c’era una pressione sociale e mediatica molto forte a rischio di panico morale, disse che non credeva a soluzioni per minori mediate tecnologicamente (un’altra idea balzana della senatrice Ferrara riguardava la creazione di smartphone dedicati ai più piccoli). Disse infine che una legge sul cyberbullismo non serviva ma che invece andava aumentata la digital literacy dei ragazzi e degli adolescenti.

Nulla di tutto questo è stato minimamente ascoltato e anzi il campo di azione della norma è stato ampliato e la pancia del Paese (oltre che quelle del legislatore), la parte ignara e incolta di quel 50% di italiani che non hanno mai usato Internet, verosimilmente soddisfatta.

Come è già accaduto numerose volte in passato occorrerà constatare che il nostro attuale Parlamento rappresenta adeguatamente la demografia digitale dell’Italia e come tale è inadatto a maneggiare temi tanto importanti: per propria costituzionale incultura, per sciatteria e superficialità, ma anche per quel desiderio punitivo nei confronti di non si sa bene chi che rende ogni legge italiana sul digitale un completo disastro.

La soluzione parlamentare per un simile problema è tanto semplice quanto inattuabile. Aspettare un paio di generazioni. Nel frattempo non fare nulla, non dire nulla sulle cose di Internet, starsene in silenzio, non farsi riconoscere. Non avere la pretesta di capire cose che non si capiscono. E possibilmente, per noi, cambiare i nostri rappresentanti. In toto e senza appello, iniziando da subito.