Crimini e misfatti online

Volevo usare un giro di parole. Ho aspettato qualche giorno per provare ad organizzarne uno ma alla fine non ci sono riuscito. Così ora lo scrivo direttamente, anche se capisco bene che non lo si dovrebbe fare: il glossario cybercrime presentato dal Ministro Andrea Orlando e pubblicato sul sito del Ministero della Giustizia è un’iniziativa molto più che inutile e deprimente ma è una vera e propria schifezza.

Ora io so bene che simili toni andrebbero riservati a cause più importanti, il Glossario è un progetto marginale (del quale, per altro, sarebbe interessante conoscere i costi) e fortunatamente ignoto ai più, ma davvero non ho maniera di descrivere altrimenti la grande delusione che provo ogni volta questo Paese decide di dimostrare con così grande nettezza e nei suoi luoghi istituzionali la propria arretratezza culturale.

Questo elenco, opera prima di un variegato gruppo di esperti del settore (insegnanti, psicologi, giuristi, avvocati, educatori) raccoglie in sé quasi tutti i difetti possibili: mette in fila una lunga lista di termini in lingua inglese del mondo digitale che quasi nessuno conosce pretendendo di interpretarne il significato, affianca intenzionalmente reati previsti dal codice penale a comportamenti limitrofi che reati però non sono, soprattutto invade nel profondo la dignità e la capacità di giudizio dei cittadini in un numero rilevantissimo di voci, ammonendo a colpi di punti esclamativi comportamenti del tutto normali definendoli “Comportamento a rischio!”.
Se da un lato è perfettamente inutile elencare gli articoli del codice penale che è possibile violare on line (esattamente come nella nostra vita reale), l’intento del glossario sembra quello di mantenere ben netta la distanza fra due mondi che oggi sono diventati il medesimo per quasi tutti tranne che per gli autori del dizionarietto.

Bannare (banning), per esempio, secondo gli esperti del Ministero è definito come comportamento a rischio (col punto esclamativo) ed è strano visto che le opzioni di blocco sono comprese in gran parte delle piattaforme di rete che utilizziamo ogni giorno. A dispetto dei santi “bannare” è un comportamente non solo del tutto lecito ma talvolta perfino sacrosanto, dentro un’etica della comunicazione in cui tutti possono partecipare agli spazi sociali di tutti: un meccanismo di autoregolamentazione piuttosto brusco ma del tutto sano, lasciato per una volta nelle mani dei singoli utenti.

Secondo il Ministero della Giustizia anche il click baiting sarebbe un comportamento a rischio (col punto esclamativo), ne potremmo dedurre che un buon 70% dei siti web informativi di questo Paese, dal blog di Beppe Grillo al sito del Corriere della Sera sono soggetti eticamente disdicevoli: che poi tali pratiche possano essere collegate ad alcuni reati del nostro Codice Penale come la truffa o l’accesso abusivo ad un sistema informatico è una affermazione piuttosto divertente che – riferita al click baiting – si commenta da sola.

Questa ambigua vicinanza etica è del resto il meccanismo logico di tutta l’opera in 55 punti del glossario: le foto erotiche che i fidanzati o gli amanti si scambiano attraverso Internet non sono forme contemporanee di relazioni amorose ma reati potenziali, articoli del codice che sarà possibile violare dopo un numero nemmeno troppo lungo di “se”. È questa distanza fra comportamenti legali e il punto di vista del moralista il vero aspetto disonorevole di un simile progetto. Chi siete? Cosa volete? Perché mai io che leggo il vostro prontuario dovrei darvi ascolto? A ben vedere il punto di partenza è quello solito della legislazione italiana, l’idea secondo la quale i cittadini necessitino di un educatore colto, che spieghi loro con esattezza, passo passo, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Più che cybercrime siamo fermi al Codice Rocco.

Molti dei reati citati del glossario sono reati comuni la cui messa in opera necessita di frequentazioni reali e non ha alcuna relazione con Internet: come avviene nel racconto del bullismo ormai convertito da tutti i media nel più moderno cyberbullismo (esattamente come con la piaga della pedofilia, reato concretissimo che necessita di vicinanza fisica, banalizzata dai media per anni nel legame fra Internet e pedopornografia), la stragrande maggioranza dei comportamenti perseguibili avvengono nel mondo fisico ma il loro racconto diventa interessante solo quando simili gesta vengono trasferite dai colpevoli su Youtube o su Facebook: come se gli aspetti voyeristici fossero prevalenti rispetto a quelli reali, assai più seri ma che, sfortunatamente, con Internet non hanno alcuna relazione. Dai e dai va a finire che nel nostro immaginario finiscono per diventarlo e oggi il cyberbullismo (che riguarda forse il 15-20% dei casi di bullismo fra gli adolescenti) è il nuovo mostro da combattere, tanto che un nutrito numero di parlamentari ha recentemente presentato un disegno di legge al riguardo nella cui premessa sono citati i falsi numeri che lo riguardano, diffusi ad arte in questi anni nel nostro Paese. Quindici anni fa avevamo le battaglie etiche antipedoporno su Internet di Don Fortunato di Noto consulente del Ministro Gasparri, oggi abbiamo meccanismi di allarme analoghi sulle relazioni sociali online dei nostri figli indotti da cifre inventate sul bullismo in rete.

Tutto è reato o potenziale reato su Internet nella testa di questi signori, il flaming diventa reato quando la mente del moralista lo sovrappone all’ingiuria (ovviamente il flaming non è sinonimo di ingiuria esattamente come una discussione dai toni accesi non è una rissa). Il cybersquatting (una pratica di registrazione dei domini che deriva ancora oggi dal vecchio adagio “first come first served”) si trasforma in pirateria informatica, lo schiaffo del soldato (rivisitato nel più moderno knockout game) diventa rilevante non quando prendi un pugno e dici AHI ma quando il filmato viene messo on line; il sexting è una “condotta deviante”, il typosquatting, che secondo gli estensori sarebbe “l’occupazione abusiva di spazi virtuali tramite errore di battitura” è un reato penale (chissà se gli esperti del glossario conoscono la storia libertaria di whitehouse.com); essere un troll è, infine, un comportamento a “rischio” per via delle sue strette relazioni con i reati di ingiuria, diffamazione molestie ecc. ecc.

C’ è qualcosa di penoso nel dover sottolineare la distanza fra il mondo in cui viviamo e la testa degli “esperti” che hanno redatto un simile vademecum: ci unisce a loro la preoccupazioni perché le nostre esperienze di relazione in rete siano informate, piene e libere da oscure minacce, ci tiene lontanissimi, un fossato proprio, la presunzione di colpevolezza che da sempre molti educatori associano all’uso di Internet ma, soprattutto, l’invasione cosciente e ripetuta della sfera privata dei cittadini digitali con consigli e raccomandazioni etiche non richiesti: la morale del buon padre di famiglia applicata ad altri adulti che loro figli non sono. Un peccato di superbia inescusabile ma anche, purtroppo, una lesione, piccola quanto lo può essere una iniziativa del genere, ma ugualmente grave della nostra dignità di cittadini. Cose che su un sito web istituzionale non avremmo mai voluto vedere ma che, se non altro, raccontano piuttosto bene con chi abbiamo a che fare e quanto sia ancora lunga la strada da fare.