Io scrivo perché

Il tema della lettura, il chiedersi come mai gli italiani non leggono, è uno di quegli argomenti che sarebbe il caso di non affrontare. Perché nel momento in cui decidi di farlo è impossibile schivare il grande tema del nostro essere noi. Non sono sicuro di voler sapere con troppa esattezza le ragioni per cui noi leggiamo mezzo libro all’anno. Non vorrei trovarmi a fare paragoni fra le abitudini nostre e quelle di altri Paesi.

Anzi la chiuderei qui, direi sì, ok, gli altri sono meglio di noi, le metropolitane di Londra e Parigi sono piene di gente che va a lavorare con kindle in mano, il nostro sistema culturale è deprimente ed autoriferito, pieno di gente a cui brillano gli occhi quando ti spiegano le ragioni profonde per le quali da noi si legge così poco. Forse per colpa di questo sentimento di impotenza che l’argomento stesso scatena mi dichiaro sconfitto in partenza e disposto ad aderire a qualsiasi punto di vista.

Detto questo l’occasione odierna della iniziativa della AIE #ioleggoperché che rimbalza ovunque col suo hashtag d’ordinanza nella celebrazione annuale della Giornata del libro e del diritto d’autore spero mi autorizzi ugualmente ad esprimere due pareri su temi collaterali all’iniziativa.

Il primo riguarda il marketing culturale: perché io, come con i nazisti dell’Illinois, mi sono scoperto a destestare con sempre maggior forza le iniziative di marketing culturale come quella dell’AIE in onda oggi. Sopporto con leggerezza il marketing dei wurstel e quello dei pannolini, la giornata della detartrasi e lo spot delle automobili che ti trasformano in uno splendido quarantenne, ma la pubblicità progresso su quanto potremmo essere colti ed intelligenti se solo lo volessimo, quella mi manda ai matti.

Esattamente come è accaduto con la precedente iniziativa sul “libro che è un libro”, anch’essa dotata di hashtag, del medesimo finanziatore semiocculto e di ripetizione virale sui social media oltre che sui giornali, simili iniziative di comunicazione hanno facile accesso ai palazzi della politica, dove l’Associazione degli editori qualche mese fa ha convinto Dario Franceschini ad andare a schiantare l’Italia contro un sicuro procedimento di infrazione sull’Iva sugli ebook in nome di principi generali (del tutto condivisibili) che riguardano la natura stessa dei libri digitali. Come se la politica si facesse a colpi di buonsenso su Twitter. Come se lo scopo di una simile campagna non fosse lobbistico e tangenziale rispetto alle nostre necessità di lettori.

L’altro aspetto rilevante riguarda paradossalmente la scrittura, che qualcuno curiosamente in Italia immagina tema diametralmente opposto alla nostra attitudine a leggere. In un Paese senza lettori ma con molti (si dice) scrittori amatoriali, molti vedono una correlazione diretta fra le due attività. Chi scrive non legge: ecco spiegato con grande facilità almeno in parte uno dei nostri abissi culturali. Per una volta non si tratta di un portato della comunicazione digitale: lo si diceva anche prima di Internet. La scrittura insomma avrebbe un ruolo nella nostra scarsa attitudine a leggere, come “scrive” fra i tanti anche Beppe Severgnini nel pezzo che ha dedicato alla questione sul Corriere di oggi:

Molti non leggono libri perché ne vogliono scrivere. La pubblicazione è diventata un’ossessione. Una persona che legge bene, invece, è più affascinante di una persona che scrive male. Ma vaglielo a spiegare.

Io trovo che semplicemente non sia vero, esattamente come non era vero un decennio fa, quando iniziarono a circolare i blog, che tutti gli adolescenti desiderassero fare i giornalisti, come scrivevano a quei tempi pressoché tutti i giornalisti che si occupavano del tema.
Trovo che fra tutte le motivazioni che cerchiamo per giustificare la nostra allergia alla lettura questa sia la più debole ed ingiusta. Scrivere è una forma di rappresentazione di sé che non andrebbe troppo biasimata. Scrivere fa di noi persone migliori.

Forse scrivere non ci rende più intelligenti (cosa che invece la lettura in molti casi fa) ma certamente ci aiuta ad osservare noi stessi. C’è insomma di peggio: per esempio oggi il sito della Treccani è rimasto teatralmente chiuso per invitare i suoi visitatori ad andare a leggere un libro.

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È marketing culturale anche questo in fondo, con un che di autoritario adattissimo alla nostra vasta incultura, anche se forse ci saremmo sentiti già abbastanza colpevoli senza il suggerimento della più prestigiosa enciclopedia italiana.

Si parlerà di loro in rete oggi, di questa pregevole provocazione (peccato per l’assenza dell’hashtag) in cui un sito di parole invita ad andare a cercare le parole altrove rifiutando le proprie. Una sciocchezza da social media come tante altre. Eppure è anche questo un segno dei tempi: in un Paese che non legge anche i presidi culturali si affannano a sgomitare per urlare le proprie parole ovunque. Non si capisce bene chi li leggerà.