Internet spiegata a Umberto Eco

È da oltre un decennio, fin da quando la parola Internet era un termine esoterico noto solo a sperimentatori e informatici, che Umberto Eco ripete più o meno la stessa frase. Con piccole varianti il concetto è quello che ha espresso a El País in un’intervista di qualche giorno fa:

Inoltre, non si sa mai se una notizia data su Internet sia vera o falsa. Non è così per i giornali o i libri, perché più o meno si sa che El Pais è una cosa e la ABC un’altra, che Le Figaro è ben distinto da Libèration. A seconda di quale giornale si acquista, si conosce quale sia la sua posizione, della quale ci si fida oppure no.

Stendendo un velo sulla autorevolezza a priori dei giornali, la questione secondo la quale Internet, per propria intrinseca debolezza, non consenta alle persone di distinguere le notizie vere da quelle false è un punto di vista certamente sostenibile, ma anche vecchio, leggermente antipatico e perfino un po’ trombone. Perché mai dovrebbe essere così? Si tratta di una idea che era ragionevole in epoca pre-Google, ai tempi dell’information overload, quando i criteri di orientamento fra le informazioni in rete erano aleatori e diversissimi, drogati magari dai link a pagamento dei motori di ricerca, o indirizzati dai metatag, bandierine che chiunque poteva piantare su qualunque pagina web per segnalare agli spider dei motori di ricerca tutto e il suo contrario.

Dal Pagerank in avanti, dai blog fino ai legami fittissimi e continui creati dalle reti sociali, i criteri di emersione dei contenuti in rete, la loro reputazione e autorevolezza, hanno iniziato a seguire una dinamica molto diversa da quella che Umberto Eco racconta. Questo certamente non elimina dalla circolazione le bufale – le quali hanno del resto una discreta tendenza a migrare dalla rete ai fogli dei quotidiani – e Internet stessa crea talvolta fenomeni di rapidissima amplificazione di notizie false: ma è lo stesso ambiente di rete che consente ai cittadini di smascherarle, confutarle, ridicolizzarle.

Tutto sta nel decidere se si accetta l’idea di Internet come centro del proprio universo informativo oppure no. Senza citare teorie e dinamiche sociali ormai da molti riconosciute (da molti evidentemente ma non dall’autore del Pendolo), la grande differenza fra oggi e ieri è che oggi in rete chiunque (e non solo gli uomini di cultura che Eco cita sempre con un misto di personale distinzione e snobismo sabaudo) abbia curiosità e voglia può seguire le traiettorie di notizie che fino a ieri avrebbe accettato, inchiostrate su una pagina di giornale, come verità rivelate.

I libri e i giornali, esattamente come Internet, sono pieni di stupidaggini. Su Internet ce ne sono parecchie in più ma in rete le persone curiose possono educare se stesse a riconoscerle ed evitarle, e possono aiutare gli altri a fare altrettanto. Altrove c’è invece bisogno di un Professor Eco che faccia il lavoro per loro. Se invece il problema è che ci sono poche persone curiose, oppure poche persone colte, Internet è in grado di aiutarle a diventarlo, esattamente come i libri o i quotidiani o il Professor Eco. Dal che si deduce che sparare sul pianista è, in questo caso, opera certamente insistita ma non meritoria.

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