Dalla e De Gregori, memorie

Il concerto di Dalla e De Gregori si chiama Work in Progress Tour, ci sono in scena un mucchio di musicisti, un corista ed una corista. Il corista legge il testo di un brano di Dalla prima che questo venga cantato e poi una poesia. La corista m’è parsa bellissima, ma sono miope ed ero seduto lontano. Dalla e De Gregori indossano ambedue dei buffi cappellini. De Gregori se lo toglie una volta per salutare il pubblico, Dalla mai.

Il prossimo appuntamento è dal 5 maggio a Milano, Teatro degli Arcimboldi. Io vorrei lanciare qui sul Post una raccolta di pensieri autobiografici spuntati nella mente di quelli che lo vanno a vedere. Se Sofri è d’accordo poi ne facciamo un libro di successo. Com’è profondo il mare.

Pensiero numero uno, Ma come fanno i marinai
Fine degli anni settanta. Insieme a Brunella Mastrocesare, compagna di studi e d’appartamento all’università di Padova, facciamo l’autostop davanti a un casello autostradale. Credo dalle parti di Novara. Non mi viene proprio in mente cosa facessimo a Novara; né da dove venissimo e/o dove si cercasse di andare. Però in quegli anni si andava in autostop. Era normale. Più veloce del treno, più economico, più pratico. Io andavo da Prato a Udine in meno di cinque ore. Perché avevo una fidanzata là a Udine, non per cercare il record a tutti i costi. Non mi ricordo come partissi da casa (abitavamo in aperta campagna) se direttamente in autostop da quella stradina o se mi facevo accompagnare in macchina da mio padre fino al casello. Non c’era percezione di esporsi ad un pericolo – come credo ci sia adesso che viviamo nell’epoca del pericolo costante – anche se tra gli autostoppisti circolavano tremende leggende metropolitane. Una riferiva di incauti che erano rimasti intrappolati per il collo nel vetro del finestrino sollevato a mo’ di garrota da automobilisti criminali. E poi fatti oggetto di attenzioni sessuali.

Quindi si chiedeva un passaggio, cercando di stabilire un rapporto con l’automobilista – si giocava tutto in quei pochi secondi – ma senza mettere la testa dentro al finestrino. Alcuni preferivano esporre il cartello con la destinazione finale dopo essersi posizionati davanti all’imbocco della tangenziale. Altri – io fra questi – preferivano un approccio diretto all’automobilista, abbordandolo all’uscita del bar all’autogrill, quando si dirige verso l’auto appagato dalla sosta e meglio disposto verso il mondo. L’autostop era tutto sommato un lavorare sulla disposizione dell’uno verso l’altro. Eravamo abituati alla dimensione dell’autostop, lo facevamo per tornare a casa già dal liceo, al posto dell’autobus sempre lento.

E ricordo camion lentissimi in un viaggio d‘estate verso la costiera Amalfitana e un signore con un’Alfa che mi prende su a Mestre e mi dice solo: “Devo essere tra un’ora massimo a Bologna. Sennò perdo un affare da 30 milioni”. “Vende armi?”, chiedo io che son giovane ma ho già la tendenza a fare lo spiritoso. “Lo spiritoso lo puoi fare in treno con quelli del tuo scompartimento – dice lui che sta già tirando la terza a 110 all’ora – io commercio in mangimi”. Poi tace per sempre e decolla a 400 chilometri all’ora di media. Mi lascia a un’area di servizio appena fuori Bologna senza neanche entrarci dentro. Riparte in uno stridore di gomme dicendo “Posso farcela”.

Non ce la facciamo io e il Bettarini quando chiediamo un passaggio per ore a Marradi, sull’Appennino, per tornare a Firenze. Passano macchine e macchine, tutte targate Ravenna. Sono migliaia ma non se ne ferma una. Sconfitti, alla fine andiamo a prendere il treno. Ancora adesso ho un rapporto un po’ urticato con Ravenna. Perché sono cose che rimangono dentro.

Non so quanto aspettiamo invece in quel casello di Novara con Brunella. Ma a un certo punto compaiono due marinai. Sono in divisa bianca, quella con il drappo sulle spalle. Immacolata. Chiaramente trovano un passaggio prima di noi. Dev’essere il fascino rassicurante della divisa. Brunella ed io facciamo in tempo a giocarci la battuta e gli chiediamo “Ma come fanno i marinai?”. È il tormentone di quel periodo, tutta colpa di Dalla e De Gregori, chissà quante volte se lo saranno sentiti domandare. Ma ci rispondono lo stesso, laconicamente: “Fanno, fanno”.

PS: Ma come fanno i marinai non l’hanno cantata. L’ho presa come un’offesa personale e ci ho fatto un pensiero lo stesso.