Artisti, creativi e lavori normali

Il talento dei lavoratori creativi genera campagne di comunicazione molto efficaci. Così efficaci da far sembrare che qua il problema sia remunerare di giusta mercede le professioni creative.

Da come rimbalza #coglioneno da una bacheca Facebook all’altra, e dalle bacheche sui blog, e dai blog sui giornali, e dai giornali sui telegiornali, i disoccupati o i precari sembrano tutti fotografi, giornalisti, scrittori, free lance di questo e quello, grafici, disegnatori, designer.

Ma veramente è così?

E se pure lo fosse: quando mai, in quale epoca storica recente, un “creativo” (creativo è in pratica il termine che ha sostituito “artista”) ha vissuto delle proprie creazioni riscuotendo regolari parcelle?

Chi voleva vivere delle proprie creazioni un tempo accettava di fare la bohème: soffitte mal riscaldate in cui bene che ti andasse la tua fidanzata si buscava la tisi. Quello era l’artista: uno che si chiamava fuori dal sistema, si precarizzava da solo e decideva che a qualunque costo avrebbe vissuto delle proprie passioni. In caso di buona sorte, sarebbe stato riconosciuto dalla società intera come un artista e ne avrebbe tratto fama, onori, denari. In caso di mala sorte, nessuno si sarebbe accorto del suo valore e sarebbe morto in povertà.

La scommessa era alta, ci voleva coraggio: ma il patto era questo, e Rodolfo non si lamentava perché non gli pagavano le poesie.

I creativi di #coglioneno hanno conservato il look bohémien: scapigliati, barbette incolte, qualche buco nei jeans, e al posto della vecchia zimarra, vecchie All Star ai piedi. Però ambiscono all’open space e allo stipendio mensile.

Vabbè, i tempi cambiano, Mimì prende gli antibiotici e Rodolfo ha aperto una partita IVA.

Bene. Allora perché non risolvere il problema della retribuzione ragionando da professionista a partita IVA?

Le tue creazioni producono ricchezza? Chi pubblica una tua foto, un tuo articolo, un tuo disegno, una tua traduzione, trae profitto dal tuo lavoro? In tal caso devi partecipare dei guadagni.

Se invece le tue creazioni (io ho idea che si tratti della maggioranza dei casi) non smuovono di una virgola il fatturato di chi te le commissiona (sempre che esista qualcuno che te le commissioni: io se mi guardo intorno vedo molti creativi che si auto-propongono per questo o quel lavoro, e pochi che ricevono incarichi), per quale motivo ti si dovrebbe pagare?

Perché lo fai con passione?

Io gioco a pallone con molta passione, ma nessuno paga per vedere i miei dribbling: pur di giocare affitto un campo di calcetto. Cioè a dire: sono addirittura io a pagare affinché mi si lasci giocare.

Oppure no: sono bravino, solo che non se n’è ancora accorto nessuno. Allora accetto di giocare gratis in un campionato di bassa o alta categoria : magari qualcuno mi nota e comincia a pagarmi.

Per vedere i dribbling di Messi invece sono disposti a pagare in molti: chi vuole Messi in squadra, lo pagherà una cifra conseguente ai guadagni che Messi gli farà ricavare.

La questione dei creativi potrebbe chiudersi qua.

Però ci sono delle eccezioni: creativi di un livello talmente eccelso, capaci di dire cose talmente importanti per la società, per la comunità in cui vivono, che indipendente dagli introiti che potrebbero o non potrebbero derivare dalla loro opera vale comunque la pena di ascoltare. In tal caso, noi comunità ci tasseremo un po’ di più apposta per loro: affinché non abbiano altra preoccupazione al di fuori di quella di creare, daremo loro tutto il sostegno economico di cui bisognano per vivere una vita agiata e confortevole, così da poter beneficiare di ciò che essi hanno da offrirci.

Ecco, ora la questione dei creativi è praticamente chiusa, e la campagna #coglioneno è quindi tutta fuori fuoco.

Perché in realtà avrebbe dovuto occuparsi della la dignità dei lavori “non creativi”.

Qua il problema è che non puoi più fare i mestieri normali: a camerieri, commesse, baristi, addetti alle pulizie, garzoni, lavapiatti non è più consentito di poter vivere del proprio lavoro. Non ti assumono. Ti tengono a nero. Ti pagano una miseria e non hai garanzie di nessun tipo. Eppure di lavori normali c’è sempre richiesta. Com’è?

In parte è anche colpa dei creativi.

Se l’obiettivo della mia vita è fare il fotografo professionista, accetterò di lavare piatti per qualche mese a un prezzo stracciato, perché individuerò tutte le categorie professionali simili a quelle elencate qui sopra come transeunti, momentanee. Sarò io stesso, dunque, a renderli mestieri precari. Ed essendo il mercato saturo di offerta di lavoratori creativi, automaticamente si saturerà anche di offerta di lavapiatti: andato via tu, il ristorante assumerà il prossimo aspirante fotografo.

Ci vorrebbe una campagna, magari effettuata da un creativo bravo, di quelli che vale la pena pagare, per spiegare che per “creare” occupazione (ormai anche la politica parla di “creare” posti di lavoro, come se si potesse farlo con la fantasia o la bacchetta magica o il photoshop: non sarà che i creativi trovano lavoro facilmente in politica?) è necessario che i lavori normali tornino a essere lavori retribuiti: si deve poter vivere facendo il cameriere, il barista, la commessa, il facchino in albergo, il contabile in una piccola ditta.

Questo segnerebbe una netta ripresa dell’occupazione. Questo consentirebbe di poter prendere in esame per il proprio futuro tutta una serie di lavori che al momento siamo costretti a scartare perché non ci darebbero da vivere.

E questo offrirebbe  ai creativi una terza possibilità: quella di poter lavorare e, terminato l’orario di lavoro, fare i creativi.

Le loro creazioni se ne avvantaggerebbero molto: dalla vita viene l’arte, e non viceversa.

Se siete dei creativi, fatevi venire in mente cinque artisti (creativi) che avete sempre stimato molto, e ripercorrete la loro biografia.

Vedrete che facevano tutti un lavoro normale.

E forse è per questo che vi sono venuti in mente proprio loro.

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