Contro il concorsone, difendendolo (o viceversa)

Gira parecchio – soprattutto tra chi ha partecipato (o come me sta ancora partecipando) al concorsone per insegnanti – una lettera, scritta da Christian Raimo e pubblicata su Linkiesta (poi ripresa anche da Repubblica.it).

Per me, che pure detesto l’idea alla base del concorso (largo ai giovani: e perché mai, quando c’è una fetta enorme di non più giovani che aspetta da una vita di poter lavorare come insegnante?) e che ritengo l’averlo bandito un ulteriore aggiungersi di nuovi criteri scriteriati a quelli già scriteriatamente in uso per l’arruolamento del personale docente, è una lettera piena di omissis e inesattezze, saldati tra loro in modo da produrre vere e proprie (per quanto involontarie, ne sono sicuro) falsità.

Punto per punto, allora, i passi della lettera che ritengo capziosi:

Partiamo dalla prova preselettiva: moltissimi miei colleghi si sono preparati per mesi sui test di logica e logica matematica, anche su quei libri da 45 euro che le case editrici di test avevano tirato fuori per l’occasione; io no. Persone con una capacità didattica innegabile e una professionalità indiscutibile non sono passate, io sì. Da bambino ero un nerd appassionato di Settimana Enigmistica che faceva i quiz del Mensa Test; molti miei colleghi no. Anche persone che conosco e che insegnano da vent’anni, giustamente amatissime dai loro studenti, o che hanno un contratto all’università per insegnare Storia della filosofia – insegnanti migliori di me, anche solo per l’esperienza accumulata. I quiz erano di una elementarità disarmante per certi versi, ma lo erano soprattutto per chi è abituato a ragionare in quel modo. Ho proposto quei quiz ai miei studenti, la percentuale di quelli che l’hanno passato è stata superiore alla percentuale (35%) dei docenti che hanno superato le preselezioni: cosa dovrei concludere? Che ragazzi adolescenti di uno scientifico siano dei potenziali insegnanti, migliori di coloro che magari hanno alle spalle vent’anni di pratica e che magari sono proprio i loro insegnanti?

1) Come è noto a chiunque abbia partecipato al concorso, il ministero ha predisposto da subito una piattaforma on line: nessuno doveva comprare nessun costoso manuale da 45 euro per le preselezioni, e meno che mai c’era bisogno di ricorrere addirittura a testi di matematica. Si trattava solo di registrarsi (e si era obbligati a farlo per poter accedere al concorso stesso) ed esercitarsi sui test. I test non erano “simili” a quelli che il candidato avrebbe poi dovuto affrontare in sede di prova: erano “i” test stessi che il candidato si sarebbe trovato di fronte in sede di prova. Ovviamente, solo entrando nella logica dei test potevi superare la pre-selezione: ma avevi tutti gli strumenti per entrarci, forniti gratuitamente, e nello stesso esatto formato (on line) su cui si sarebbe svolta la prova preselettiva. In questo punto, quindi la lettera di Raimo non è solo imprecisa: è falsa o quantomeno totalmente disinformata (se, come dice, ha partecipato e addirittura vinto il concorso, è strano che ignori la batteria di test predisposta sul sito del MIUR).

2) Test da settimana enigmistica? Non credo: si trattava dello stesso tipo di test con cui ormai si svolge qualunque preselezione a un concorso pubblico. Non vedo perché gli insegnanti avrebbero dovuto averne uno di altro tipo. Questo tipo di test di sicuro non dice molto sulle qualità didattiche di un insegnante, ma al momento è l’unico strumento messo a punto dai selezionatori per riuscire a scremare gli aspiranti su un pre-requisito: non posso cioè testare i candidati in maniera preventiva sulle discipline oggetto del concorso, perché per testare quelle ci sarà appunto il concorso. Posso invece testare la capacità del candidato di svolgere ragionamenti inferenziali o deduttivi, comprendere delle sequenze, e insomma dimostrare le capacità logiche e di comprensione linguistica che, queste sì, sono il pre-requisito per poter accedere a qualunque professione, dal magistrato all’insegnante. Non è un metodo perfetto, non credo neanche sia il migliore, ma è uno standard adottato in moltissimi concorsi e selezioni: a lagnarsene sono solo gli insegnanti (in particolare gli umanisti: io ho una laurea umanistica, e per di più non faccio la settimana enigmistica nemmeno sotto l’ombrellone e non sono un nerd,  e infatti ho provato forte inadeguatezza e repulsione durante i miei primi giorni di esercitazione davanti alla piattaforma del ministero. Poi, proprio come dice Raimo, sono entrato nella logica dei quiz, che ne hanno certamente una tutta loro, interna, – come del resto ne ha una tutta sua, interna, anche la Fenomenologia dello spirito di Hegel- e ho superato la preselezione. Chi non l’ha superata, mi permetto di dire, non si è esercitato abbastanza. Oppure ha lasciato che a prevalere fosse il rifiuto per una logica cui non è aduso: e questo – forse e sottolineo molto il forse- è già un criterio  per stabilire chi non è adatto a fare l’insegnante: se ti rifiuti di entrare in questa logica da quiz, saprai fare entrare i tuoi studenti in quella della Fenomenologia dello spirito, quando, con ogni probabilità, d’istinto si scoraggeranno e si rifiuteranno di entrarci? Me lo chiedo nient’affatto retoricamente).

Veniamo allo scritto. Per la mia classe si trattava di un compito di Filosofia e uno di Storia con quattro risposte aperte a materia, per rispondere alle quali si avevano venti righe a domanda e cinque ore in tutto. Forse la parte meno insensata della selezione, anche se con alcuni elementi di grande ambiguità. Non si capiva come dovevamo effettivamente prepararci. Dovevamo farci un’ammazzata modello Trivial Pursuit su tutto lo scibile umano (comprese parti che mai abbiamo insegnato e non insegneremo mai, tipo Storia romana e Storia greca), oppure prepararci sulla didattica delle nostre materie? Dovevamo studiare solo le discipline oppure anche tutta la parte di Amministrazione della scuola, Storia della scuola, Diritto complementare – che molti miei colleghi avevano anche schematizzato generosamente, a partire dai comodi manuali comprati anche questi a 45 euro l’uno? Io non mi sono preparato. Ho svolto bene la parte di filosofia – perché mi sono capitati argomenti che sapevo, che tratto in classe e su cui ho presente riferimenti bibliografici –, mentre ho scritto banalità o errori su domande di Storia che non ho mai fatto né farò mai a lezione (la Grecia del V secolo a.C. e l’Islam dell’VIII secolo). Ma soprattutto credo “di aver imbastito bene”, come si dice tra noi giovani docenti di 40 anni. Ossia ho utilizzato al massimo la mia capacità di articolare discorsi anche su argomenti che magari non padroneggio tanto. A differenza di molti miei colleghi, che avevano passato mesi a studiare filosofi minori, a ripetersi date di storia, a citare articoli a memoria sulla formazione degli organi collegiali, sono stato premiato. Non c’è stata nessuna domanda sulla giurisdizione scolastica: i mesi che i miei colleghi avevano impegnato a studiarsela sono stati inutili.

1) Come Raimo stesso sostiene, forse è la parte meno insensata del concorso: quattro domande a risposta aperta, su quattro argomenti inerenti la propria (o le proprie) disciplina/e di insegnamento. Il programma d’esame era vago? Sì, eccome! Ma il programma d’esame è il medesimo (il bando stesso vi fa riferimento) del concorso del’99  e di quelli della fu selezione per l’accesso alla Siss. Con l’aggiunta di qualcos’altro, cioè le parti che altri poveri disgraziati già inseriti in graduatoria hanno studiato durante i due anni di Siss: le integrazioni su legislazione scolastica, unità didattiche, docimologia etc. erano quindi uno strumento per far sì che a fine concorso non ci fossero in graduatoria insegnanti abilitati con più competenze e altri con meno competenze. Chi vincerà il concorso potrà cioè essere ritenuto pari in preparazione a chi ha frequentato con profitto due anni di Siss.

2) Concordo in pieno sul fatto che non era specificato nel programma se queste integrazioni sarebbero state oggetto della prova scritta o di quella orale, il che ha creato panico e perplessità anche in me, come in tutti i candidati (solo dopo gli scritti si è scoperto che sarebbero stati richiesti in sede di orale).

3) I Comodi manuali a 45 euro etc. Che ci sia chi lucra sul panico di un esaminando è nelle cose, sin dai tempi del riverito Bignami. Ma nulla vietava, come Raimo stesso dice di aver fatto, di studiare sui propri manuali (universitari, scolastici, etc.) e di limitarsi ad acquistare solo quelli relativi alle parti integrative (legislazione scolastica, esempi di lezioni e unità didattiche, etc): Raimo ha questa tendenza a dire che gli altri hanno sborsato 45 euro a volume e solo lui invece si è preparato giocando con la Settimana Enigmistica e ha studiato sui libri che aveva già.

4) Imbastire bene (mi sa che imbastire si dice a Roma, qua non lo sento mai dire, ma credo di avere lo stesso ben compreso il senso): chiunque sostenga un esame deve saper presentare al meglio quello che sa, valorizzandolo, e cercare al contempo di far apparire come minime le proprie (inevitabili) lacune di preparazione. Cosa c’è di machiavellico o disonesto in questo? Si dovevano dotare le commissioni di una macchina della verità  e chiedere ai candidati: sei veramente preparato o stai solo vendendo fumo? La modalità delle quattro risposte aperte (un miglioramento rispetto ai concorsi con un unico tema estratto a sorte), comunque, dava la possibilità di dimostrare che se su alcuni argomenti si era poco preparati, su altri lo si era di più.

L’orale è stata una replica in peggio dello scritto: non era chiaro per nulla su che cosa potevamo essere interrogati, né come. In base alle nostre competenze, come si dice, avremmo dovuto essere dei super-esperti di valutazione, eppure avevamo nostro malgrado un’idea confusissima di come saremmo stati valutati. L’esame si è svolto in questo modo: il giorno X si è estratta una traccia tematica su cui approntare in 24 ore un’unità didattica da esporre il giorno successivo davanti alla commissione.

Questo passaggio della lettera, per me che devo ancora sostenere l’orale, era quello più interessante. Mi ci sono precipitato con gli occhi perché volevo saperne di più, essere preparato il più possibile a cosa mi aspetta. Per ciò lo trovo particolarmente insensato: si smentisce da solo, e in appena tre righe. Se non era chiaro in nulla su cosa si è interrogati com’è che sappiamo tutti in cosa consisterà l’orale? Raimo stesso dice subito che si tratterà di approntare un’unità didattica su un argomento estratto a sorte 24 ore prima dell’orale stesso (quindi non è un giorno X: è il giorno precedente al tuo orale, stabilito per calendario). Dunque l’orale è forse la parte del concorso in cui è più chiaro sia su cosa si verrà esaminati, sia le modalità tramite cui si svolgerà l’esame: devi studiare come approntare un un’unità didattica in generale e poi, il giorno prima, devi approntarla su un tema particolare. Effettivamente c’è confusione sul potrò o dovrò usare il power point? e altre questioni non poco rilevanti. E a farne le spese sono stati soprattutto i primi candidati a essere interrogati. Ma la lettera batte parecchio sulla “dignità” degli aspiranti insegnanti, che si presume lesa da questa modalità  concorsuale:

Regrediti, vergognosi, un po’ umiliati ma non umili. E la colpa non era nemmeno degli esaminatori, che a quanto pareva avevano accettato l’incarico con ancora meno indicazioni di noi (Che tipo di preparazione ad hoc gli è stata richiesta? Quanto sono stati retribuiti?).

Io qui ci vedo sentimenti del tutto personali: umiliati ma non umili. Io per la verità, no, non mi sento umiliato da un concorso o dai miei esaminatori (come dice lui: che colpa ne hanno?), e invece mi sento umile. Il tono della lettera di Raimo invece sì, nel suo complesso, mi sembra quello di uno che non è umile e si sente umiliato. Come già in quello appena riportato, anche nel paragrafo precedente l’autore si chiede infatti:

E chi sono queste persone che mi valutano? Da chi è composta questa commissione che in aule scalcinate, con dei proiettori che a mala pena riescono a illuminare i muri, ci stanno esaminando?

Un atteggiamento che ho riscontrato in molti dei partecipanti al concorso specie tra chi – come leggo valga per Raimo – già insegna da qualche tempo: come osano costoro pensare di poter giudicare me, che sono un loro pari, se non addirittura un loro superiore? È una domanda superba, cui non si può rispondere: le commissioni vengono composte appositamente per giudicare, l’incarico gli viene dato per questo, e a quel punto può toccargli anche di dover giudicare individui in possesso di una cultura e di una preparazione assai superiori alla propria. Basta che l’esaminatore abbia il buon senso di capire chi ha di fronte: Raimo – scrittore colto e raffinato intellettuale, infatti è stato molto ben giudicato e ha giustamente superato il concorso (io sarei orgoglioso che mio figlio potesse studiare filosofia con un professore come lui, e in questo il concorso a quanto pare si è dimostrato efficace: ha selezionato uno dei migliori candidati in circolazione per quel posto). Si può contestare, certo, il come, cioè sulla base di quali criteri siano state formate queste commissioni: ma di questo la lettera di Raimo non parla. Credo che questi criteri lui non li conosca, come del resto non li conosco io e non li conoscono molti altri candidati: bisognava studiare e c’era poco tempo per fare le inchieste.  Perché allora non indagare nel merito di questo punto, anziché suggerire un’indignazione senza indirizzo?

Detto ciò: nella mia modesta opinione di partecipante, questo concorso non è comunque niente di buono. È l’ennesimo atto folle e insensato in una selva oramai inestricabile, e mette ancora più i poveri (gli insegnanti precari, chi è in graduatoria da una vita in attesa di una cattedra) contro degli altri poveri (chi aspetta a sua volta da una vita di potersi abilitare e accedere ala graduatoria). E ha un’altra, enorme, folle, assurda tara di cui non si parla mai: è l’unico concorso pubblico d’Italia a non essere abilitante. Di questo, e di come questo contravvenga ogni disciplina e ogni buon senso, mi piacerebbe che si parlasse nel merito. Come ho cercato, malamente ma volenterosamente, di fare qui io.

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