Roma e la Vespa necessaria

Per capire qualcosa di Roma basta andare in Vespa, come faccio io. Al semaforo, nella selva di moto, scooter e scooteroni che aspettano il verde, siamo tutti anziani, papà e mamme in ritardo, temo ormai qualche nonno. Quando ero ragazzino, il motorino era appunto una cosa da ragazzini, era il cinquantino agognato dai quattordicenni, con cui portare la ragazza a prendere il gelato, tutti senza casco ovviamente. I genitori – quelli dell’età che abbiamo noi ora – non avevano il motorino, avevano la macchina o andavano in autobus.

Poi con lo spirito di adattamento tipico dei romani, invece di dismettere il motorino si è aumentata la cilindrata e le gomme, per far fronte al terreno ormai accidentato – non ci sono buche, c’è un continuo dissesto – e alla schiena che non è più quella del giovane ghepardo. Ma questa scelta è stata obbligata: oggi a Roma se per lavoro devi fare due o tre spostamenti in città con certezza di orari, ogni altra soluzione è una chimera: ti serve lo scooter, scooterone, o la Vespa – per i nostalgici come me.

Non era così prima? No appunto, non era così. E questo perché negli ultimi dieci-quindici anni, almeno, tutte le infrastrutture si sono fermate. Ma Roma non è un paese, è una grande città in cui se si ferma il lavorìo del cantiere continuo, come avviene ovunque a Londra o Delhi, piano piano si accartoccia. E questo vale per le strade e vale per il trasporto pubblico: a Roma negli ultimi dieci anni gli autobus sono diminuiti – diminuiti! – di quasi un terzo! Per dire: nello stesso arco di tempo gli stranieri residenti – che verosimilmente non hanno mezzi propri – sono quasi raddoppiati, raggiungendo oltre il 13% della popolazione. Ma questo vivere alla giornata, che per una città significa indietreggiare, vale per le infrastrutture fisiche e anche per quelle soffici: questo articolo di Federico Tomassi che deve leggere chi vuole sapere qualcosa di Torre Maura, spiega come da almeno quindici anni le questioni sociali siano affrontate sempre come delle emergenze e mai con una programmazione in grado di affrontare i problemi, non solo tamponarli.

In questa drammatica sottovalutazione dell’importanza di costruire va letta anche la vicenda del licenziamento di Marino, tornata ieri a far discutere. Lasciamo stare il modo, una grottesca messinscena anni ’70 in cui una segreteria di partito si riunisce in dieci persone e decide di sovvertire nientemeno che un risultato elettorale usando una norma pensata per situazioni estreme, e infatti mai usata prima o altrove. Ma a parte questo, quella vicenda falcidiò come se non fosse un peccato mortale per una città così grande e complessa, una nuova generazione diffusa di amministratori locali che, come tutte le infrastrutture, non è una cosa che si improvvisa, ma si costruisce negli anni.

Vorrei chiudere con una nota positiva, con l’albero che se non l’hai piantato ieri puoi piantarlo oggi, e con gli esempi di grandi città nel passato che sembravano finite e invece ce l’hanno fatta, da New York a Londra degli anni ’70 e ‘80. E potrei continuare, notando che l’alleggerimento del debito comunale deciso recentemente dal Governo mi sembra una decisione saggia, perché la capitale è sicuramente una questione nazionale.
Ma in realtà mi piacerebbe solo mettere la Vespa in garage, conservarla per i diciotto anni di mio figlio, e andare a prendere il tram come dovrebbero fare tutte le persone di mezza età.