Cercare la discontinuità è riconoscere valore al lavoro

Rispondo ancora una volta a Peppe Provenzano, e poi per ora la smetto qua perché anche se il dialogo è appassionante, non si deve abusare della pazienza. Provenzano sostiene che nello sforzo di trovare «strumenti di lotta e affermazione collettiva per l’esercito dei precari più adeguati dello sciopero e del contratto nazionale» non bisogna «togliere armi ai metalmeccanici che non sono certo i “forti” del nostro sistema economico». Io non potrei essere più d’accordo, e rimandando a testi più lunghi una discussione approfondita, ci tengo tuttavia a non essere confuso con chi contrappone diverse debolezze, trappola esiziale.

Chi sostiene l’uguaglianza, quella dell’articolo 3, deve anche sostenere l’importanza delle diversità, che dell’uguaglianza sono il complemento. Tuttavia, nel riconoscere questo, è importante identificare gli obiettivi da raggiungere (non i baluardi da difendere, gli obiettivi da raggiungere!) e i segni veri della separazione tra civiltà e declino. Infatti, io credo che la contrapposizione tra persone e lavoratori diversamente deboli è alimentata dalla incapacità di mettere assieme i pezzi di un quadro complicato, ma non certo irrisolvibile, ed è alimentata dalla assenza di uno sforzo di distinzione senza il quale, appunto, il filo complessivo si perde – e si è perso infatti da un bel pezzo, dato che l’unica cosa che ormai tiene insieme persino il Pd (il Pd, non il centrosinistra!) è il rifiuto di Berlusconi, che se cadesse davvero chissà cosa succederebbe.

E allora distinguere significa, forse, sostenere che una battaglia per un salario maggiore o un orario meno gravoso, in un contesto in cui certamente la Fiat ha un interesse economico a restare con una forte presenza in Italia, è una cosa diversa dal dichiarare Pomigliano “la tomba della Costituzione” come ha fatto Vendola. Significa, forse, sostenere che l’accordo del comparto pubblico è sbagliato non perché ritarderà i nuovi contratti, ma perché continua a trattare tutti i dipendenti pubblici in maniera uguale, indipendentemente da qualunque considerazione di impegno, efficienza, risultati. Ovvero: indipendentemente da qualsiasi valore del loro lavoro. Dare importanza al lavoro in maniera retorica senza associare alcuna conseguenza concreta a questo principio significa negare alla radice il senso di ciò di cui stiamo, in fondo, discutendo: giustizia e uguaglianza.

Ho l’impressione che buona parte dei decisori pubblici non abbia una percezione reale dello stato di crisi economica e quindi civile e sociale, in cui siamo. Non sono tempi nei quali è utile rifugiarsi in vecchi stereotipi e soluzioni consumate dall’uso, secondo me. Sono tempi in cui rischiare un pensiero e cercare soluzioni di discontinuità: la continuità ci ha portato al punto in cui siamo.

(su l’Unità del 7 febbraio)

jjj

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