A cosa serve un processo

Con la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, diversi titolisti di giornali e commentatori da corsivo hanno recuperato il rituale formulario dedicato a “non è stata ottenuta giustizia”, “riscritta la verità su quella notte”, “nessun colpevole per”, “una sconfitta per la giustizia”, “ancora nessuna verità sull’omicidio”, eccetera.

Ed è strano che professionalità che dovrebbero essere esperte di principi civili e meccanismi giuridici li trascurino invece così sbrigativamente pur di aizzare il risentimento dei lettori nei confronti di qualcos’altro, in assenza di condannati.

In un processo non si cerca la verità su un caso; né un processo serve a scoprire chi possa essere il responsabile di un reato. Non è il reato, al centro delle scelte del processo: è un imputato accusato per quel reato, e c’è una bella differenza. Il processo è il luogo dove si conferma o smentisce un’ipotesi fatta prima del processo, con le indagini e il rinvio a giudizio. Che assolva o condanni, quindi, un processo avrà fatto comunque giustizia – formalmente, chiaro – rispetto a quello che era il suo compito. Compito che non è capire chi abbia compiuto un reato, ma decidere se chi ne è accusato lo abbia compiuto o no.

Quello che quindi una sentenza di assoluzione annulla non è il senso del processo, ma l’ipotesi dell’accusa e le sue eventuali conferme nelle sentenze precedenti. E naturalmente, per la difesa della convivenza civile e di elementari tutele per tutti, una sentenza non può essere emessa sotto il ricatto pubblico della necessità di trovare un colpevole. Non è una questione che può essere attribuita alle corti e alle giurie, e farlo è piuttosto pericoloso.