Being Giannino

Ci sono due buchi palesi a chiunque lo ascolti, nelle spiegazioni di Oscar Giannino sull’incidente del master millantato. E sono entrambi inevitabili e figli dello stesso comprensibile imbarazzo e della stessa verità inammissibile: una vanità infantile (che non dovrebbe stupire chi prende in giro da sempre i suoi abiti).
Un buco è il ripetere formule che attribuiscono la responsabilità della nascita della fandonia a “internet”: Giannino continua ad alludervi, come se internet fosse una persona o un ente che crea master inventati, da sola. Su chi sia stato l’iniziale propalatore della storia, su internet o fuori, non dice niente e fa come se non fosse una domanda ovvia.
Il secondo buco è l’elusione della fonte principale della balla: se stesso. Quello che colpisce – colpisce, non indigna: un po’ di misura – della storia è il candore con cui Giannino è andato dicendo di avere preso un master a Chicago, e ce ne sono i video e le prove palesi. L’unica risposta che dovrebbe davvero dare è alle domande: ma come accidenti ti è venuto di vantare un master che non avevi preso? Che ti girava in testa? Bisogna essere scemi, no?
Il problema – temo – è che la risposta dovrebbe essere “per fare la figura di uno che ha preso un master a Chicago, e sì, sono stato scemo”. Che non è una cosa facile da dire, e lo capisco.


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