Una pietra sopra

Luca Sofri

Giornalista e direttore del Post. Ha scritto per Vanity Fair, Wired, La Gazzetta dello Sport, Internazionale. Ha condotto Otto e mezzo su La7 e Condor su Radio Due. Per Rizzoli ha pubblicato Playlist (2008), Un grande paese (2011) e Notizie che non lo erano (2016).

C’è una cosa che è cresciuta nelll’ultimo anno nelle teste di molti sostenitori del Partito Democratico: ed è che quel progetto sia fallito. Sia senza speranza. Non abbia più possibilità di riuscita. Che il Partito Democratico non possa più essere lo strumento del cambiamento politico dell’Italia, che se mai arriverà non passerà da lì (e quindi forse mai arriverà).

Questo pensiero, mi accorgo a parlarne in giro, ha declinazioni e sviluppi diverse nelle teste di ognuno, ma due forme principali che si sovrappongono. Una è quella per la quale il progetto originario del Partito Democratico, le ambizioni e pianificazioni di cambiamento radicale che avevano portato alla sua nascita, siano morte con la gestione Bersani-D’Alema. Che la loro lettura dei destini e del senso del partito discenda senza soluzione di continuità da quelle imposte a PCI e DS, e quindi che il PD si ritrovi a essere solo un nuovo nome dello stesso partito, guidato dalle stesse persone con i modi che lo hanno visto perdere praticamente sempre: modi che possono essere anche condivisi e sensati per alcuni, ma sono appunto storicamente sconfitti. E quindi per quanto si possa apprezzare questo PD, il cambiamento e la vittoria non verranno da lì.

L’altra forma della riflessione è quella che dice che anche il PD come era stato immaginato, e come era stato guidato in una bella campagna elettorale, un buon risultato elettorale e un catastrofico e inane declino da Walter Veltroni, non avesse chances, col senno di poi. Che quel progetto nascesse morto a causa della sua inevitabile necessità di nascere su radici troppo diverse e rigide: che costruire il nuovo sul vecchio non poteva che portare o a una vittoria del vecchio (come è stato) e al fallimento del progetto PD, o a una vittoria del nuovo al prezzo di perdere pezzi, voti, potere, per molti anni. Se mai poteva funzionare, il PD poteva funzionare solo ripartendo da zero, ricostruendosi davvero e non facendo concessioni ai ricatti di chi non lo voleva: e a questo prezzo avrebbe funzionato soltanto dopo anni, decenni forse.

L’Italia è piuttosto spacciata. Non rinasce di certo domani, non rinasce dopodomani, non rinasce da sola o per mano delle attuali leadership e forze politiche: se mai rinasce, sarà tra molti anni e cominciando a lavorare da subito in quell’ottica e non travolti dall’immediato o dalle elezioni di aprile. È così da molti anni ma la sinistra ha sempre lavorato solo sulle elezioni di aprile, pensando prima a vincere in qualche modo e poi a rimettere in sesto se stessa. Così ha sempre perso, e così sta facendo ancora. L’unica eccezione è stato il primigenio, articolato, lungimirante e disposto al sacrificio, progetto del PD: ed è stato un fallimento anche quello.

Probabilmente non c’è niente da fare e l’unica soluzione è probabilmente perdente anche quella, e irrealistica di certo: ma l’unica soluzione è che i pochi bravi e lungimiranti rifacciano un partito da zero senza compromessi e mirino a vincere le elezioni nel 2031. Ma ci vuole voglia e coraggio, e siamo tutti stanchi. Ci arrabatteremo.


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