I libri della famiglia Cataluccio

Luca Sofri

Giornalista e direttore del Post. Ha scritto per Vanity Fair, Wired, La Gazzetta dello Sport, Internazionale. Ha condotto Otto e mezzo su La7 e Condor su Radio Due. Per Rizzoli ha pubblicato Playlist (2008), Un grande paese (2011) e Notizie che non lo erano (2016).

Mio padre amava molto i libri. Una passione ereditata da suo padre: un baffuto commerciante e piccolo proprietario terriero di Floridia (vicino a Siracusa), che sapeva la Divina Commedia a memoria e declamava, durante i pranzi della sua numerosa famiglia, brani dell’Orlando furioso e di altri poemi cavallereschi. Quando si trasferí a Firenze per terminare gli studi liceali e fare poi l’università, mio padre spendeva gran parte dei soldi che gli venivano inviati dalla Sicilia in libri. Alla metà degli anni trenta – aveva venticinque anni – la sua biblioteca era talmente ricca e grande che fu costretto a cercarsi un’altra camera in affitto perché i volumi non c’entravano piú. Era diventato amico dei principali librai di Firenze, soprattutto degli antiquari e dei rivenditori di volumi usati, e trascorreva con loro molto del suo tempo libero. La cosa che mi ha sempre colpito è la grande varietà di interessi che dimostravano le sue scelte. Oltre ai libri di storia (e di legge, perché, per ragioni ereditarie, dovette prendersi anche una laurea in Giurisprudenza) possedeva molti volumi d’arte, architettura, filosofia, economia. Ma soprattutto i romanzi e la poesia erano le sue grandi passioni (tanto da far sospettare che, se avesse potuto – cioè: se il suo burbero padre non si fosse opposto –, avrebbe studiato volentieri la letteratura, o si sarebbe dedicato a essa).
Dalla Germania – dove era andato con una borsa di studio e tornato alla vigilia dell’avvento del nazismo – riportò cinque bauli colmi di libri rari. Quasi tutti questi volumi (soprattutto quelli in lingua straniera) andarono perduti durante la guerra. In parte furono bruciati dalla moglie di suo fratello (timorosa che tra di essi potesse esserci qualcosa di compromettente), e un buon numero fu sequestrato dalla polizia fascista nella sua camera in affitto, durante una perquisizione, dopo l’8 settembre 1943.

Francesco Cataluccio – scrittore, storico, direttore editoriale, appassionato di libri – ha scritto un agile manualetto intitolato “Che fine faranno i libri?” (Nottetempo, 6 euro), che in appendice ospita il racconto autobiografico di cui ho incollato qui sopra l’inizio. Quelle che seguono invece sono le sue previsioni su quel che succederà ai giornali.

“Su internet si trovano, per lo piú gratuitamente, le notizie e i commenti che si desiderano. Addirittura in sovrabbondanza rispetto alle necessità e possibilità di fruizione. Se poi la strada è sbarrata da richieste di pagamento, ci sono mille modi per aggirarle. Primo fra tutti: cercare l’articolo desiderato su Google. E I tentativi di porre un argine alla fruizione gratuita dei propri articoli e notizie (per esempio, attraverso un’alleanza tra il colosso dell’editoria di Robert Murdoch e la Microsoft di Bill Gates, che sottrarrebbe i materiali al motore di ricerca Google e imporrebbe pagamenti agli utenti della rete) sono difficili da attuare. L’accordo raggiunto agli inizi del dicembre 2009 tra Google e Murdoch prevede la limitazione di accesso a un massimo di cinque articoli leggibili gratuitamente attraverso Google. Con il metodo first click free, dopo cinque accessi all’editore sarà possibile richiedere un modesto pagamento. Per l’editore è comunque una considerevole perdita economica, e mille sono e saranno i modi per aggirarlo. Google con il suo servizio, che porta pochi guadagni immediati agli editori, regala però ai giornali 100.000 click al minuto. Se si dovesse arrivare a una rottura tra editori di contenuti e aggregatori (togliendo a questi ultimi, per esempio, la possibilità di utilizzare testi che non hanno prodotto), la sovrabbondanza di notizie che circola in rete permetterebbe agli aggregatori (Google in testa) di funzionare ugualmente e toglierebbe agli editori uno strumento di diffusione. È difficile andare contro la natura e la filosofia di internet: l’informazione gratuita. Chiunque tenti di far pagare ciò che passa in rete viene rifiutato o emarginato o violato. I giornali del futuro saranno gratuiti (come la free press) e completamente digitali. Oltre alla possibilità di leggerseli sul computer o sul telefono cellulare, si potranno scaricare su un supporto simile al quotidiano, arrotolabile e piegabile, collegato a una chiavetta che permetterà di leggere, scegliendo con il tocco di un dito, tutti i giornali del mondo, aggiornati continuamente. Il prototipo esiste già: è Skiff, del gruppo editoriale Hearst, un foglio d’acciaio avvolto in un guscio di vetro flessibile, grande come un A4 e di peso inferiore ai 500 grammi. E sarà possibile integrare, e approfondire, le notizie con finestre su immagini, filmati, materiali audiovisivi d’archivio, ancor meglio di come si fa già oggi col computer. Saranno gratuite le notizie, ma a pagamento (o su abbonamento) gli approfondimenti e i contenuti esclusivi (freemium). I giornalisti migliori dovranno fare squadra e associarsi in una sorta di agenzie di servizi che proporranno inchieste, ricerche, reportage. Per poterli realizzare dovranno richiedere finanziamenti ai propri lettori. Se, per esempio, per un’inchiesta sul funzionamento della sanità in una certa regione occorrono un tot di euro (comprensivi delle spese e del guadagno dei giornalisti impegnati), ai lettori interessati verrà richiesto di pagare tot centesimi a testa e avranno cosí la possibilità di leggere l’inchiesta con una settimana di anticipo, scaricandola con un’apposita password. Tutta l’informazione, al di là delle notizie flash, verrà pagata direttamente. Ma gli aggregatori, come si è visto, utilizzano contenuti prodotti da altri. Si diffonderanno quindi ancor di piú dei portali parassitari che metteranno a disposizione a poco prezzo (o anche gratuitamente, perché guadagneranno con la pubblicità) le inchieste a pagamento altrui. Non sarà facile contrastarli e la pubblicità non potrà garantire, salvo poche eccezioni, la produzione di contenuti, perché è molto frazionata e polverizzata. Il valore e il prezzo di queste inchieste si baserà, oltre che sui contenuti, sulla rapidità e l’esclusività che riusciranno ad avere. Negli Stati Uniti ci sono già inchieste finanziate dai cittadini, ma non è detto che in Europa la cosa funzioni: il giornalismo finanziato da una comunità potrebbe non essere sufficiente a tenere in vita dei giornali seppur drasticamente ridotti negli organici e nei costi di produzione. E questo non sarà un bene, non soltanto per gli addetti che ci lavorano, ma perché i giornali aiutano a tenere in vita la comunità: sono l’ossatura dell’opinione pubblica che è la base del controllo democratico sul potere politico. La rete dovrà sopperire, ancor piú di quanto accada oggi, a questa mancanza”