Tornare all’Africa e alla sua architettura

Makoko era un piccolo villaggio di pescatori nato in Nigeria circa 150 anni fa a qualche decina di chilometri di distanza da Lagos. La maggior parte del pesce e del legno che servivano alla capitale arrivava da questa terra.
Negli ultimi due decenni Lagos è diventata una delle nuove megalopoli africane con due decine di milioni di abitanti e Makoko è stato assorbito lentamente dalla marea di case, capannoni e baracche che rappresenta la periferia contemporanea.
Lo spazio disponibile per crescere oggi è finito e Makoko ha potuto espandersi solo sull’acqua, con centinaia di baracche galleggianti su una riva sempre più inquinata dove, però, si continua a pescare per il centro della capitale sempre più affamato. Ogni anno le inondazioni fanno salire il livello del mare di almeno un metro e mezzo, e migliaia di persone rimangono senza casa.

Immaginate adesso che, nel mezzo di quelle acque dense e abitate di vita, ci sia qualcosa di inaspettato che attira l’attenzione. Un grande edificio galleggiante dalla forma triangolare su tre piani; tetti blu di metallo, una base galleggiante composta da 256 elementi di plastica riciclati, e struttura a vista in legno. Intorno tante barche vanno e vengono: portano bambini con i loro zaini e i quaderni per i compiti. Quello strano edificio è la nuova scuola e “public centre” di Makoko progettata dal giovane architetto nigeriano Kunlé Adeyemi fondatore di NLE’ NLE’ con studi a Lagos e Amsterdam, e uno degli esempi più riusciti di una nouvelle vogue di progettisti e nuovi committenti che, lentamente, cambieranno parte del paesaggio africano.

Questo sorprendente edificio è solo uno delle tante belle storie raccontate in “Afritecture”, una mostra da poco inaugurata presso l’Architekturmuseum der TU Munchen della Pinakothec der Modern di Monaco di Baviera, che rappresenta una delle prime, importanti esposizioni sulle nuove architetture e gli autori dell’Africa contemporanea, aprendo scenari del tutto inaspettati alla maggior parte del pubblico occidentale.
Affrontando questo tema ci si trova inevitabilmente corrotti da una serie di luoghi comuni che per decenni hanno costituito il nostro immaginario africano: le bidonville infernali dove migliaia di persone vivono ammassate, i resort più esclusivi, veri paradisi artificiali recintati e protetti dal resto del mondo, i villaggi di capanne realizzate in fango e paglia, le case in lamiera destinate a vivere per una stagione, qualche architettura dalla qualità dignitosa realizzata da una ONG occidentale, oppure architetture moderniste figlie della stagione coloniale passata che invecchiano lentamente dimostrando sempre una certa, attempata dignità.

Eppure l’Africa è molto altro da tutto questo. Negli ultimi due decenni alcune delle nuove, grandi, megalopoli mondiali sono africane. Oltre al Sudafrica, altri stati sub-sahariani stanno cominciando ad attirare l’attenzione di importanti fondi d’investimento che vedono in questo immenso continente un luogo di grandi opportunità economiche e di crescita esponenziale per i prossimi anni, soprattutto in corrispondenza di una classe media che, molto lentamente, sta emergendo nella maggior parte di queste nuove conurbazioni producendo desideri e necessità materiali crescenti. L’Africa è anche il continente di un’inedita, prepotente, forma di neo-colonialismo territoriale ed economico: alcune grandi potenze come Cina, Arabia Saudita, Qatar, Corea e Stati Uniti stanno comprando attraverso le loro multinazionali migliaia di ettari di territorio vergine pensando a un futuro a breve in cui mancheranno progressivamente risorse idriche e alimentari.
Una lenta ma inesorabile stabilizzazione politica della maggior parte degli stati dell’Africa del centro-sud sta provocando, malgrado la cronica presenza di corruzione e di squilibri sociali ed economici ancora drammatici, una crescita sociale di queste realtà e la possibilità di pensarle anche in termini di normalità e non solo di emergenza.

“Afritecture” e la pubblicazione che l’accompagna a cura di Andres Lepik hanno il pregio di indagare sia il nuovo professionismo legato al mondo del volontariato e delle grandi istituzioni internazionali umanitarie sia il lavoro di una emergente, nuova classe di progettisti africani, che si sono formati per lo più in Europa e Stati Uniti, ma poi tornati ad aprire le loro attività nei Paesi d’origine.
La maggior parte di questa nuova architettura africana nasce con un doppio obiettivo: fornire a realtà in forte emergenza quelle strutture pubbliche ed educative che risultano sempre molto carenti e, insieme, formare una classe di artigiani e lavoratori che imparano il mestiere direttamente in cantiere con l’utilizzo di tecniche e materiali tradizionali a bassa manutenzione.

Sotto questo punto di vista sono ormai tante le esperienze a cui guardare e sui cui fare un primo, importante bilancio. Dagli interventi in Mali e Burkina Faso dello studio milanese di Emilio e Matteo Caravatti, agli ospedali progettati dai veneziani Tamassociati per Emergency in Sudan e Darfur, passando dalla bellissima serie di edifici pubblici costruiti in più di 10 anni di attività da Diebédo Francis Kéré nel suo villaggio natale di Gando in Burkina Faso fino all’attività di diverse facoltà di architettura tedesche negli Stati centro africani in cui la formazione degli studenti all’ultimo anno si combinava con la costruzione in sito di architetture sperimentali con materiali e tecniche locali.

La mostra si sofferma inevitabilmente sul Sudafrica che ha ormai una tradizione di architettura contemporanea, autori e scuole locali riconosciute e per cui basterebbe solamente citare il lavoro di Noero Wolff Architects nella periferia di New Brighton e nella periferia di Port Elisabeth, uno dei luoghi dove l’apartheid colpì più duramente e dove gli architetti hanno dato vita a un sorprendente complesso pubblico composto da un museo, scuole e da una biblioteca a bassissimo budget ma di grande dignità civile.

C’è, infine, un’altra realtà africana su cui concentrare l’attenzione, il Rwanda, fino pochi anni fa martoriato da una sanguinosa guerra civile e oggi patria di una rinascita che passa anche attraverso l’architettura. Tomà Berlanda, un giovane architetto torinese che da alcuni anni insegna nella locale Facoltà di Architettura, mi spiega che nuovi investimenti stranieri arrivano perché il Paese ha uno dei tassi più bassi di corruzione in Africa e perché le sue città stanno crescendo molto rapidamente. Le opere pubbliche proposte sono molto semplici, eleganti nelle loro geometrie essenziali, costruite con intelligenza sfruttando materiali locali, gioiose nei loro colori primari e capaci di costruire una relazione inedita con il paesaggio, verde e lussureggiante, fatto di foreste, montagne e città. Luoghi civili che ci raccontano, ancora una volta, che il ruolo dell’architettura è quello di servire le comunità e i territori che chiedono qualità e dignità dell’abitare. Afritecture ha il pregio di far sorgere un sospetto (o una speranza?): che proprio dall’Africa arriveranno stimoli inaspettati per costruire un futuro differente.

PS
Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa alcune settimane fa ma ho creduto fosse importante lanciarlo in rete per mantenere l’attenzione su questo fenomeno da guardare con attenzione e curiosità. Dopo alcuni giorni dalla pubblicazione Emilio Caravatti, uno dei progettisti citati nel mio pezzo, mi ha scritto segnalandomi una delle conseguenze interessanti di quella mostra, l’incontro da alcuni degli architetti che lavorano in Africa per confrontarsi e dare forma a un “manifesto in progress” che linko con grande piacere:

NLE', scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

NLE’, scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

NLE', scuola galleggiante a Makoko (Nigeria), diagramma generale

NLE’, scuola galleggiante a Makoko (Nigeria), diagramma generale

NLE', scuola galleggiante a Makoko (Nigeria), sezione

NLE’, scuola galleggiante a Makoko (Nigeria), sezione

NLE', scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

NLE’, scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

NLE', scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

NLE’, scuola galleggiante a Makoko (Nigeria)

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

Centro pediatrico, Nyala, Tamassociati

Centro pediatrico, Nyala, Tamassociati

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

Complesso ospedaliero, Khartoum, Tamassociati

scuola, Gando, Burkina Faso, Kèrè architecture

scuola, Gando, Burkina Faso, Kèrè architecture

Biblioteca pubblica, Gando, Burkina Faso, Kèrè architects

Biblioteca pubblica, Gando, Burkina Faso, Kèrè architects

Biblioteca pubblica, Gando, Burkina Faso, Kèrè architects

Biblioteca pubblica, Gando, Burkina Faso, Kèrè architects

Edificio pubblico, Mali, Caravatti architetti

Edificio pubblico, Mali, Caravatti architetti

edificio pubblico, Mali, Caravatti architetti

edificio pubblico, Mali, Caravatti architetti

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Port Elisabeth

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Port Elisabeth

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Museum of Struggle, Port Elisabeth, sezione

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Museum of Struggle, Port Elisabeth, sezione

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Museum of Struggle, Port Elisabeth

Noero Wolff arch., Red Location Cultural Precinct, Museum of Struggle, Port Elisabeth

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Le parole lanciate da questa piattaforma credo siano facilmente condivisibili indipendentemente dalla regione del mondo in cui gli autori si stanno spendendo e spero possa diventare uno di quegli elementi di discussione sul senso e i destini dell’architettura su cui tutti noi stiamo provando a lavorare.
Buon 2014 a tutti!!