Sostenere i giornali

Il sistema dell’informazione non può reggersi solo sugli acquisti dei lettori e sugli investimenti pubblicitari. Alcuni progetti giornalistici potranno continuare a farci affidamento per sopravvivere, ma per molti non è una strada sostenibile. Se è vero che per una democrazia in buona salute bisogna poter contare su un giornalismo plurale, incisivo e di qualità ma i soldi che arrivano dai singoli cittadini e dalle aziende non bastano più per garantirlo, è evidente che serve prevedere un sostegno pubblico sostanzioso ai giornali, come peraltro già si fa in altri settori ritenuti strategici.

Quando si parla di sostegno pubblico all’editoria si pensa quasi invariabilmente ai contributi diretti che lo Stato versa ad alcune testate (e in misura minore alla pubblicazione degli avvisi relativi a concorsi e aste pubbliche). Anche se non vengono quasi mai chiamati in causa, in realtà pure altri soggetti pubblici potrebbero svolgere un ruolo importante – come le istituzioni locali e l’Unione europea.

A fronte delle difficoltà di molti giornali locali, non sarebbe impensabile che un’amministrazione regionale o comunale decidesse di intervenire a sostegno delle testate basate sui loro territori. Parliamo di cifre ed esigenze spesso limitate: nel caso di piccole testate, già mettere a disposizione qualche stanza in comodato d’uso con una buona connessione potrebbe aiutare. Su scala più ambiziosa, a Parigi si discute ad esempio da anni della creazione di una “Maison des médias libres”: anche grazie a una generosa donazione privata, il comune dovrebbe mettere un intero edificio a disposizione di tutta una serie di redazioni indipendenti.

Nel 2020 lo Stato italiano ha sostenuto un centinaio di testate con 62 milioni di euro di contributi pubblici diretti, a cui si aggiungono alcune risorse per testate radiofoniche e per quelle rivolte alle minoranze linguistiche o agli italiani all’estero. Da qui al 2027 l’Unione europea avrà invece a disposizione 2,2 miliardi di euro per il settore culturale (il 36% in più rispetto al passato), da cui sarà possibile ritagliare qualche decina di milioni di euro per il settore dell’informazione; a questi si aggiungeranno alcuni fondi messi a disposizione direttamente dal Parlamento europeo.

Le risorse europee a sostegno del giornalismo sono ancora relativamente limitate, ma iniziano a essere significative e ci si può aspettare che aumenteranno ancora in futuro. Per usare in modo efficace questi fondi, l’UE evita di distribuirli a pioggia e li concentra invece su un numero limitato di obiettivi: promuovere le collaborazioni transnazionali; proteggere la libertà di stampa e contrastare la disinformazione; sostenere il giornalismo investigativo, il giornalismo di dati e le testate che si rivolgono ai giovani (per completezza, sono coinvolto in uno di questi progetti).

Oltre a cittadini, aziende ed enti pubblici di varia natura, ci sarebbe un’altra possibile fonte di finanziamento per il giornalismo. In paesi come la Germania, i Paesi Bassi e la Gran Bretagna esistono soggetti privati – soprattutto fondazioni – che intervengono con donazioni anche cospicue a favore di progetti giornalistici. Non si tratta delle donazioni ben più ambigue che vengono fatte da Google o Facebook, ma di risorse che in alcuni casi permettono la nascita o la sopravvivenza di testate indipendenti particolarmente promettenti.

In Italia si parla poco del ruolo che potrebbero svolgere i grandi donatori privati – se non in negativo, per attaccare i programmi portati avanti dalla rete delle Open Society Foundations (giornalisti “pagati da Soros!”). Eppure, così come fondazioni e sponsor sostengono il restauro di un monumento, le attività di un’associazione o un festival culturale, potrebbero sostenere anche il giornalismo. Ad esempio, non sarebbe strano se la fondazione bancaria che opera su un determinato territorio intervenisse per sostenere le testate locali che quel territorio lo raccontano.

È chiaro che dipendere almeno in parte da contributi pubblici o da donazioni di grandi soggetti privati può essere rischioso per l’autonomia e la credibilità di una testata. Anche se ridurre lo stress finanziario e diversificare le entrate aiuta di per sé a difendere l’indipendenza dei mezzi di informazione, c’è il pericolo reale di esporsi a ricatti, di cedere a forme di autocensura, di alimentare il clientelismo e altri scambi opachi, di essere percepiti come meno autorevoli.

Delle soluzioni che consentono di ridurre questi pericoli però esistono, a volerle cercare. Per quanto riguarda i contributi pubblici, l’Unione europea propone ad esempio un modello tutto basato su competizioni aperte, criteri rigorosi e procedure impersonali. Una serie di garanzie fa sì che le risorse siano distribuite con imparzialità e spese in modo efficiente e trasparente, assicurando la piena autonomia delle testate. Per quanto riguarda le grandi donazioni private, un modello interessante è quello di Journalismfund.eu o dello European Journalism Centre: organizzazioni no profit che si occupano di raccogliere fondi a favore del giornalismo (non di singole testate) e che li ridistribuiscono poi liberamente a varie realtà editoriali, facendo così da filtro tra donatori e beneficiari.

C’è la percezione che i contributi pubblici alla stampa siano molto impopolari, e in parte è vero. Ma dipende anche dalla forma di sostegno che si ha in mente, e dal tipo di giornalismo a cui si pensa. È senz’altro facile criticare l’arbitrarietà dei criteri utilizzati per assegnare i contributi statali all’editoria (su cui però sarebbe possibile intervenire, se lo si volesse), mentre è difficile intravedere l’interesse pubblico nel sostenere il giornalismo più becero e fazioso, oppure un certo giornalismo novecentesco interessato soprattutto a dialogare con ristretti circoli politici ed economici.

Il mondo dell’informazione però è ricco e vario: ormai anche in Italia esiste un buon numero di testate online di qualità, e si sono aperti nuovi mondi per un giornalismo fatto coi podcast o su Instagram. I contributi pubblici potrebbero aiutare a far fiorire progetti freschi e preziosi – e queste forme di sostegno non sarebbero di per sé impopolari. D’altra parte, le difficoltà oggettive con cui si scontrano molte testate e l’importanza di un’informazione di qualità stanno forse finalmente diventando più evidenti.

È però difficile che gli enti locali, l’Unione europea e i grandi soggetti privati decidano da soli di spendersi di più a favore dell’informazione. Servirebbe che qualcuno glielo domandasse – ma le divergenze di interessi e gli squilibri di potere all’interno del settore dell’informazione purtroppo non aiutano a far emergere una voce coerente.