Noi

Quando muore qualcuno, tanti giustamente raccontano di averlo conosciuto. Io Antonio Megalizzi non l’avevo mai incontrato, ed è strano. Ci occupavamo tutti e due di Europa nella stessa città di provincia, lavoravamo tutti e due per promuovere delle reti di testate europee, abitavamo a 500 metri di distanza. Uno pensa che quella degli appassionati dell’Europa sia una bolla di persone molto piccola, in cui un po’ tutti si conoscono a vicenda – e invece forse così piccola non è.

Alla notizia di quest’ultima uccisione ho continuato a stupirmi di quanti siamo. Negli ultimi dieci anni, gli islamisti fanatici hanno ucciso dodici italiani in Europa. Tra loro c’erano giovani e anziani, donne e uomini, lavoratori e turisti. Però ben uno su quattro era un laureato intorno ai trent’anni, in giro per l’Europa per lavoro. Pur nelle loro differenze, il lavoro di Valeria Solesin, Fabrizia Di Lorenzo e Antonio Megalizzi era rendere l’Europa un posto più giusto, interconnesso e aperto.

Simon Kuper dice che le persone come loro sono la nuova maggioranza silenziosa, “la generazione meglio istruita, più cosmopolita e più globale della storia”. Sono quelli che la mamma di Giulio Regeni chiama “ragazzi contemporanei”: preparati, curiosi di scoprire e di ascoltare. Non credo che siamo la maggioranza – ma anche quest’ultima storia suggerisce che siamo molti di più di quanto siamo abituati a pensare.

Alcune delle ragioni per cui questi “ragazzi contemporanei” non sono così visibili le conosciamo: certi li perdiamo di vista perché si trasferiscono altrove in Europa, altri restano in Italia ma faticano a conquistarsi uno spazio degno nel mercato del lavoro. (Quale che sia la ragione, non è però possibile che la società si accorga di loro e del loro lavoro nel momento in cui muoiono.)

Esiste anche un problema di rappresentanza politica di questo pezzo di popolazione italiana, che certo ha opinioni molto diverse, ma che sembra condividere alcuni valori di base, che ruotano intorno all’apertura, a un’etica del lavoro e al rifiuto del provincialismo. Per la prima volta la generazione nata negli anni Ottanta si ritrova un governo e un Parlamento con molti coetanei in posizioni chiave: ma quei coetanei sembrano venire da un’altra epoca o forse da un altro paese, tanto appaiono lontani il loro linguaggio e il loro orizzonte.

Non è solo una questione di lontananza politica. All’inizio Matteo Renzi aveva suscitato simpatia in una parte di questi ragazzi contemporanei, ma poi s’è rivelato di un provincialismo disarmante. Nella situazione in cui stiamo, credo che potrei facilmente votare chiunque sia in grado sostenere una conversazione in un paio di lingue straniere e abbia vissuto qualche mese fuori dall’Italia: sulle questioni specifiche poi potremo discutere, ma almeno condivideremmo orizzonti simili.

Se i trentenni che lavorano e si muovono sono poco rappresentati nella politica italiana, è anche perché una parte di loro ha trovato altri sbocchi più praticabili o congeniali per il suo impegno. Ci sono cose preziose e urgenti da fare anche in campi della vita sociale diversi dalla politica, soprattutto se si vuole dare un contributo per rendere l’Europa un posto migliore.

Uno dei principali ostacoli per cui il progetto di integrazione europea si è incartato nell’ultimo decennio è la debolezza della sfera pubblica europea: finché il progetto di integrazione era un progetto elitario non era un problema; ora che finalmente coinvolge e interroga le persone questo è un problema enorme. Perché se i dibattiti rimangono confinati a livello nazionale “l’Europa” diventa il capro espiatorio perfetto, e perché le idee e le posizioni degli altri attori europei ci arrivano filtrate e stereotipate, quando ci arrivano.

In questo panorama, appaiono particolarmente preziose le intuizioni che avevano avuto Antonio Megalizzi e i suoi amici, che sarebbe stato bello conoscere in altri modi. Costruire una rete di testate, cercando di promuovere la sfera pubblica europea dal basso e spesso a partire da una dimensione locale. Dare voce a quei ragazzi contemporanei d’Europa che faticano a ritrovarsi in molta della loro stampa e politica nazionale. E soprattutto farlo attraverso la radio – un mezzo antico che costringe al dialogo e all’ascolto: le virtù più contemporanee che ci siano.