Un articolo del giornale online Semafor ricostruisce un processo mediatico peculiare di questa guerra: Trump ha fatto almeno una trentina interviste telefoniche con giornalisti di media disparati, che lo hanno chiamato direttamente al suo cellulare. Per esempio è riuscita a parlarci anche la corrispondente del Corriere della Sera, Viviana Mazza.
Prima di Trump riuscire a raggiungere con questa facilità il presidente degli Stati Uniti era una cosa impensabile, ma al suo staff non dispiace. Semafor fa notare che queste interviste sono accomunate da due cose: sono molto brevi, solitamente di pochi minuti, e quasi mai Trump dice qualcosa di eccezionale.
Cioè: quasi mai ne esce una notizia, e spesso la “notizia” è la chiamata in sé.

Donald Trump parla al telefono a bordo della sua limousine, il 6 marzo (AP Photo/Luis M. Alvarez)
Semafor spiega che ottenere il numero di Trump non è particolarmente difficile: ce l’hanno tutte le redazioni dei principali media statunitensi. Partendo da zero, il giornalista che ha scritto l’articolo, Max Tani, è riuscito a ottenere in 5 minuti, chiedendo a colleghi di altre testate.
Nel settore si sono diffuse anche delle tattiche specifiche per questo genere di interviste. Chi chiama Trump lo fa o la sera tardi, perché è noto che il presidente dorma poco, o subito dopo che ha postato su Truth, perché magari gli va di parlare. Di solito, quando gioca a golf è di buonumore e dunque più disposto a stare al telefono.
La disinvoltura nell’accettare chiamate porta Trump a metterle in viva voce, chiacchierando coi giornalisti mentre è in presenza di altre persone, oppure a interrompere le interviste dal vivo, per rispondere alle telefonate di altri giornalisti.
Semafor conclude che per Trump ha senso prestarsi a queste “esclusive”. Diventano un modo per far passare la sua visione senza un vero contraddittorio, in modo simile a quanto avveniva con i tweet, spesso ripresi acriticamente dai media, durante il suo primo mandato.