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  • Giovedì 30 aprile 2026

Il prezzo del petrolio è al massimo dall’inizio della guerra

Dopo che Axios ha scritto che Trump avrebbe rifiutato il piano di cessate il fuoco iraniano, e starebbe valutando nuovi attacchi militari

Uno stabilimento petrolifero in Iraq (AP Photo/Leo Correa, File)
Uno stabilimento petrolifero in Iraq (AP Photo/Leo Correa, File)

È il sessantaduesimo giorno di guerra in Medio Oriente e i negoziati sono fermi. Il prezzo del petrolio Brent, la quotazione di riferimento per i mercati europeo e mediorientale, è arrivato al massimo dall’inizio della guerra dopo l’uscita di articoli secondo cui Trump starebbe valutando di interrompere i negoziati per una «breve e potente» nuova azione militare, ma non avrebbe ancora preso una decisione.

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Le merci dirette in Iran potranno passare dal Pakistan, anziché usare lo stretto di Hormuz

Lo ha deciso il ministero del Commercio con un decreto che è stato adottato il 25 aprile, ma di cui è stata data notizia solo oggi.

Il decreto prevede che le merci di altri paesi e che sono destinate in Iran possano essere trasportate via terra attraverso il Pakistan, usando le strade che collegano le due principali città portuali del Pakistan (Karachi e Gwadar) con due valichi di confine con l’Iran, Gabd e Taftan.

L’ordine non si applicherà alle merci provenienti dall’India, che il Pakistan considera un paese ostile.

Migliaia di container con prodotti destinati all’Iran sono bloccati al porto di Karachi, per effetto del blocco navale che gli Stati Uniti hanno imposto alle navi dirette verso l’Iran, o provenienti dall’Iran, e che per farlo devono attraversare lo stretto di Hormuz.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi era stato in Pakistan alla fine della scorsa settimana: il decreto del governo pakistano sembrerebbe essere un risultato diretto di quei colloqui.

È iniziata una nuova fase

Ha a che vedere meno con i bombardamenti, e più con strategie di logoramento economico.

In Libano e in Iran sono in vigore accordi di cessate il fuoco. In Iran i bombardamenti sono cessati. In Libano invece l’esercito israeliano sta continuando a fare operazioni militari e a demolire infrastrutture civili. Ci sono stati attacchi anche di Hezbollah, seppure più sporadici.

Le trattative per accordi di pace più duraturi, tra Libano e Israele da una parte e Iran e Stati Uniti dall’altra, non hanno ancora dato risultati. Iran e Stati Uniti mantengono i propri blocchi sullo stretto di Hormuz, ed entrambi puntano sul fatto che le perdite economiche spingeranno l’altro ad accettare un compromesso.

Lo raccontiamo più in dettaglio in questo articolo:

 

C’è un nuovo comunicato di Khamenei

In un messaggio pubblicato giovedì mattina, la Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha detto che l’Iran difenderà le «sue capacità nucleari e missilistiche» come risorse nazionali, nonostante gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ottenere un accordo che includa la rinuncia dell’Iran al nucleare.

Ha poi minacciato nuovamente gli Stati Uniti, dicendo che l’unico posto a cui gli americani appartengono è «nel profondo delle acque» del Golfo Persico.

La dichiarazione di Khamenei arriva dopo che alcuni giorni fa fonti a conoscenza dei fatti avevano detto al New York Times che Khamenei sarebbe gravemente ferito e che starebbe affrontando una lunga fase di recupero fisico, e che comunicherebbe con l’esterno attraverso biglietti scritti a mano che passano per molti intermediari.

Per quanto tempo Trump può continuare la guerra?

Almeno in teoria fino al primo maggio, quando scadranno i 60 giorni concessi a un presidente statunitense di avviare un’azione militare senza passare da un voto del Congresso. E quindi poi che succede se non c’è un voto? Lo abbiamo spiegato qui:

Intanto Trump se l’è presa di nuovo con Merz

Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato sul suo social Truth di ridurre la presenza di soldati statunitensi in Germania «entro poco tempo».

Mercoledì il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, aveva detto che l’Europa era «in sofferenza» a causa del blocco dello stretto di Hormuz. In precedenza, aveva detto che gli Stati Uniti si stavano facendo umiliare dall’Iran nelle trattative per negoziare la fine della guerra. Trump aveva risposto dicendo che Merz «non ha idea di che cosa parla» e che evidentemente per il cancelliere tedesco va bene se «l’Iran si dota di una bomba nucleare».

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz nello Studio Ovale della Casa Bianca col presidente statunitense Donald Trump, nel corso di una visita di stato il 3 marzo 2026 a Washington, DC, Stati Uniti (Samuel Corum/Sipa/Bloomberg via Getty Images)

In Germania ci sono più di 35mila soldati statunitensi (le stime più recenti parlano di quasi 50mila persone), negli ambiti degli accordi legati alla NATO e alla presenza delle basi statunitensi in vari paesi europei.

«Sarà un fallimento»

Lo ha detto il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, commentando le notizie secondo cui gli Stati Uniti lavorano a un prolungamento del blocco dello stretto di Hormuz.

Secondo Pezeshkian «qualsiasi tentativo di imporre un blocco marittimo è contrario al diritto internazionale ed è destinato al fallimento». L’Iran ha però portato avanti un proprio blocco dello stretto di Hormuz dall’inizio della guerra due mesi fa, impedendo di attraversarlo alla maggior parte delle navi non legate agli interessi commerciali iraniani.

Trump e Putin hanno discusso di Medio Oriente

Si sono sentiti al telefono per circa un’ora e mezza, secondo Yuri Ushakov, uno degli assistenti di Vladimir Putin che ha definito la conversazione «serena e professionale».

Putin ha invitato Trump a non bombardare più l’Iran, mentre Trump avrebbe chiesto a Putin di interrompere l’invasione dell’Ucraina iniziata quattro anni fa.

Secondo Ushakov la conversazione avrebbe riguardato soprattutto l’Iran e in particolare il blocco dello stretto di Hormuz. Durante la telefonata Putin ha confermato la disponibilità della Russia a partecipare alle trattative diplomatiche per risolvere la situazione.

Il presidente russo Vladimir Putin e quello statunitense Donald Trump durante il loro incontro ad Anchorage, Alaska (Stati Uniti), il 15 agosto 2025 (Getty Images)

Gli Stati Uniti starebbero riprovando a creare una coalizione internazionale per Hormuz

Secondo un messaggio diplomatico a cui ha avuto accesso il Wall Street Journal, gli Stati Uniti starebbero riprovando a creare una coalizione internazionale di paesi per garantire la sicurezza della navigazione dello stretto di Hormuz.

La coalizione si chiamerebbe Marittime Freedom Construct ed è descritta in un messaggio diplomatico che il dipartimento di Stato americano ha inviato alle ambasciate statunitensi all’estero. Il compito degli ambasciatori, chiede il dipartimento, è di convincere i governi stranieri ad aderire a questo nuovo organismo, tramite il quale i paesi membri possono condividere informazioni, coordinarsi diplomaticamente e imporre sanzioni.

Il messaggio dice, tra le altre cose: «L’azione collettiva è essenziale per dimostrare un’intenzione risoluta e imporre costi significativi all’ostruzione iraniana del transito attraverso lo stretto».

Nessun membro dell’amministrazione Trump ha finora parlato apertamente di questa nuova coalizione. Tra marzo e aprile gli Stati Uniti avevano tentato con molta insistenza di creare una coalizione per proteggere la navigazione nello stretto, ma il progetto era fallito perché nessun paese aveva voluto partecipare a una missione che avrebbe potuto essere estremamente rischiosa.

Imbarcazioni nello stretto di Hormuz, 18 aprile 2026 (AP Photo/Asghar Besharati, File)

Imbarcazioni nello stretto di Hormuz, 18 aprile 2026 (AP Photo/Asghar Besharati, File)

In Iran la situazione dell’economia sta diventando sempre più complicata

In Iran l’inflazione sta aumentando a ritmi molto elevati, e l’economia sta cominciando a mostrare segni di cedimento. Da quando gli Stati Uniti hanno cominciato a bloccare le navi e le petroliere iraniane nello stretto di Hormuz, i prezzi hanno cominciato ad aumentare in maniera più rapida. Secondo il Financial Times un pezzo di formaggio a Teheran è passato da costare 5,2 milioni di rial la settimana scorsa a 6,7 milioni questa settimana.

Anche il prezzo di riso, uova, pollo e altri generi alimentari comuni si è molto alzato.

Donne sedute davanti a un bazaar a Teheran, 29 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi, File)

Donne sedute davanti a un bazar a Teheran, 29 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi, File)

Secondo i dati del governo, che però risalgono alla fine di aprile, l’inflazione è passata dal 40 per cento all’inizio della guerra al 50 per cento, cioè mediamente le cose costano una volta e mezzo quello che costavano un anno fa.

Il rial, la valuta iraniana, era rimasto stabile per buona parte della guerra, ma negli ultimi giorni ha cominciato a perdere valore nei confronti del dollaro.

Trump ha rifiutato il piano di cessate il fuoco dell’Iran e starebbe valutando nuovi attacchi, scrive Axios

Giovedì mattina il prezzo del petrolio Brent, la quotazione di riferimento per i mercati europeo e mediorientale, è arrivato a 124 dollari al barile: è il massimo dall’inizio della guerra e il livello più alto dal giugno del 2022.

Le quotazioni si sono molto alzate per il timore che il blocco navale sullo stretto di Hormuz continui a lungo, e che anzi gli Stati Uniti starebbero valutando una ripresa degli attacchi militari.

Secondo Axios, Trump avrebbe rifiutato il piano di cessate il fuoco proposto dall’Iran qualche giorno fa, che prevede una riapertura immediata di Hormuz e di rimandare altre questioni – come il programma nucleare iraniano – a negoziati successivi.

Trump ha detto ad Axios che gli Stati Uniti intendono mantenere il blocco di Hormuz finché l’Iran non cederà alle loro richieste sulla rimozione del suo programma nucleare.

Il presidente inoltre starebbe valutando anche la possibilità di un nuovo attacco militare «breve e potente», forse indirizzato alle infrastrutture civili iraniane, che avrebbe l’obiettivo di aumentare la pressione sul regime. L’attacco però è ancora in fase di valutazione e non è detto che avvenga.

Mercoledì Trump ha postato sul social Truth un’immagine di sé stesso generata con l’intelligenza artificiale, in cui si vede un paesaggio presumibilmente iraniano colpito da esplosioni. Sull’immagine c’è scritto: «Basta fare il bravo ragazzo!».

Il post su Truth

Il post su Truth

Cos’è successo nel sessantunesimo giorno di guerra

• Non ci sono stati grandi sviluppi sui negoziati. Il presidente russo Vladimir Putin, che non è coinvolto nelle trattative ma che è vicino sia all’Iran che agli Stati Uniti, ha parlato al telefono con Donald Trump: si è offerto di nuovo di conservare l’uranio iraniano per sbloccare la situazione, ma non è chiaro se la proposta sia stata presa in considerazione.

• Intanto, secondo ricostruzioni giornalistiche, Trump avrebbe deciso di prepararsi a un blocco prolungato dello stretto di Hormuz, da parte iraniana e statunitense: intende fare pressione sull’economia dell’Iran e spingere il regime a un accordo. Non è detto che funzioni, anche se l’economia del paese è in grave crisi e comincia ad avere problemi di stoccaggio di petrolio.

• Parallelamente l’amministrazione avrebbe chiesto all’intelligence di valutare le conseguenze di sfilarsi dalla guerra e ritirare l’esercito senza un accordo: sono per il momento ricostruzioni basate su fonti anonime.

• Infine, durante un’udienza alla Camera dai toni aggressivi e che ha offerto poche risposte concrete, il dipartimento della Difesa statunitense ha fornito la prima stima ufficiale sul costo della guerra finora per gli Stati Uniti: 25 miliardi di dollari.

Come è andata l’udienza di Hegseth alla Camera

È finita dopo circa sei ore di domande da parte dei deputati della commissione sulle forze armate (domani è previsto lo stesso incontro al Senato). Era la prima volta che Hegseth si confrontava con il Congresso dall’inizio della guerra in Medio Oriente. 

I toni sono stati aggressivi, soprattutto negli scambi con i Democratici. Il segretario alla Difesa ha criticato quelli che si sono opposti alla guerra definendo le loro posizioni «sconsiderate, irresponsabili e disfattiste». 

Ha invece difeso le scelte dell’amministrazione sulla guerra, sostenendo sia stato uno «sbalorditivo successo militare». Gli è stato chiesto conto soprattutto dei costi (domande che ha cercato di glissare), e delle ragioni, su cui non ha dato risposte nuove.

Per esempio, messo di fronte all’incoerenza delle posizioni dell’amministrazione sul nucleare iraniano, Hegseth ha detto semplicemente che la guerra era necessaria perché l’Iran «non aveva rinunciato alle sue ambizioni nucleari». 

Il generale Dan Caine durante l’udienza, 29 aprile 2026 (AP Photo/Rod Lamkey, Jr.)

Erano convocati anche il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Dan Caine, e Jay Hurst, il responsabile della contabilità del Pentagono. 

L’informazione più rilevante che è emersa dall’udienza è stata data proprio da Hurst, che ha rivelato la prima stima ufficiale del costo della guerra per gli Stati Uniti: 25 miliardi di dollari. 

Caine invece ha detto che i militari statunitensi uccisi sono 14, aggiungendone uno al conteggio ufficiale aggiornato a mercoledì mattina. Fonti del Pentagono hanno confermato al New York Times che si tratta di un soldato ucciso lo scorso 6 marzo in Kuwait. 

I marinai bloccati nel golfo Persico sono sempre lì

E le loro condizioni peggiorano con il passare del tempo. L’Organizzazione marittima internazionale stima che siano 20mila, a bordo di 2mila navi. 

Sono bloccati dall’inizio della guerra, senza certezze rispetto a quando potranno partire. Sono costretti a razionare cibo e acqua e, fino a prima del cessate il fuoco, erano a rischio di subire attacchi. Diversi hanno raccontato di diffuse condizioni di esaurimento mentale. 

Non riescono a mettersi in contatto con le famiglie perché la connessione internet è instabile, anche a causa dei sistemi usati dalle stesse navi per disturbare il segnale e nascondersi ai radar. Quando hanno potuto utilizzare la rete, ha raccontato un sindacalista indiano sentito da Associated Press, hanno dovuto sobbarcarsi altissimi costi di roaming.

Molti sono proprio marinai indiani, uno dei paesi da cui proviene la maggior parte dei marinai del mondo. Secondo il ministero dei Trasporti, dall’inizio della guerra ne sono stati evacuati più di 2.600.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica dice che buona parte dell’uranio iraniano è a Isfahan

Lo ha riferito ad Associated Press il direttore, Rafael Grossi. 

Isfahan è una città nel centro dell’Iran dove ha sede uno dei siti nucleari iraniani bombardati da Stati Uniti e Israele durante la guerra di 12 giorni del giugno 2025.

Secondo Grossi una parte delle scorte di uranio arricchito iraniano venne trasportata lì all’epoca, e da allora è rimasta lì.

L’agenzia stima che l’Iran abbia in totale 440 chili di uranio arricchito al 60 per cento, una percentuale vicina a quella necessaria per fabbricare armi atomiche. Sempre secondo l’agenzia nei tunnel di Isfahan ne sono conservati 200. 

Grossi ha specificato che si tratta di ipotesi basate sull’analisi delle immagini satellitari, perché il regime impedisce le ispezioni dell’agenzia da molto prima della guerra.

Putin e Trump hanno parlato al telefono

Secondo un funzionario del governo russo i due hanno parlato di Iran e di Ucraina: delle possibili soluzioni alla questione del nucleare iraniano, e di una potenziale tregua in Ucraina per la giornata della Vittoria, cioè l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Russia. 

Donald Trump (destra) e Vladimir Putin, 15 agosto 2025 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Parlando con i giornalisti nello studio ovale, Trump ha detto di aver fatto «una bella chiacchierata» con Putin e che lui si sarebbe offerto di nuovo di conservare l’uranio arricchito iraniano: Trump ha detto di avergli risposto «preferirei che ti impegnassi a finire la guerra in Ucraina».

È uno dei punti più ostici delle trattative: Stati Uniti e Israele dicono che la consegna del materiale è un prerequisito per la fine della guerra, ma l’Iran finora non ha mai ceduto.

La Russia è uno dei principali alleati dell’Iran, insieme alla Cina, e Putin è notoriamente vicino a Trump: anche se finora non è stato coinvolto direttamente nei negoziati, ne è rimasto sempre informato. Lunedì aveva incontrato anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, sempre per parlare delle trattative.

In Libano 1,24 milioni di persone rischiano l’insicurezza alimentare

Lo ha scritto in un’analisi l’IPC, il programma di classificazione utilizzato a livello internazionale per valutare il grado di accesso di una popolazione a un’alimentazione adeguata.

Significa che tra aprile e agosto 2026 potrebbero non riuscire ad aver accesso regolare al cibo o che saranno costrette a ridurre la qualità o la quantità di quello consumato. 

La scala va da 1 (insicurezza alimentare minima o assente) a 5 (catastrofe/carestia). Il livello 5 si raggiunge quando almeno il 20 per cento della popolazione di un’area non ha accesso al cibo necessario alla sopravvivenza, è gravemente malnutrita e rischia la morte per fame.

Sfollati a Beirut, 24 aprile 2026 (AP Photo/Bilal Hussein)

Nel caso del Libano, si sta parlando del livello 3. Che ci rientrino più di un milione di persone è un dato notevole: secondo l’ultima stima, relativa al periodo novembre 2025-marzo 2026, nella categoria 3 rientravano 874mila persone in Libano. 

Tra le cause del peggioramento c’è il fatto che al momento in Libano più di un milione di persone sono sfollate, e quindi hanno dovuto lasciare il lavoro, oltre che la casa, perdendo l’accesso a un reddito. Influiscono anche l’inflazione generale e i danni inflitti al settore agricolo dalla guerra (perché molti terreni sono stati abbandonati, per esempio). 

Le zone più colpite sono quelle del sud, dove si sono concentrati i bombardamenti israeliani.

Hegseth non vuole parlare di soldi

In questo momento il segretario alla Difesa statunitense sta rispondendo alle domande dei parlamentari della Commissione sulle forze armate della Camera: inevitabilmente molte riguardano la guerra in Medio Oriente.

Diversi parlamentari, soprattutto Democratici, stanno insistendo sui costi, che sono stati stimati dal Pentagono in 25 miliardi di dollari, usati perlopiù in munizioni. Hegseth non sta davvero rispondendo.

Pete Hegseth di fronte alla Commissione sulle forze armate, 29 aprile 2026 (AP Photo/Rod Lamkey Jr.)

Quando Ro Khanna, deputato democratico della California, ha chiesto di valutare il costo per gli statunitensi dell’aumento della benzina e del gas conseguente al blocco dello stretto di Hormuz, Hegseth ha detto che era una domanda ingannevole. «Quanto pagheresti per assicurarti che l’Iran non abbia un’arma atomica?» ha risposto.

La stessa risposta che ha ripetuto al deputato Seth Moulton, che aveva chiesto se Hegseth avesse alcuna idea di quanto potesse essere costata finora la guerra al contribuente medio americano (Moulton ha presentato una stima di 600 dollari a persona).

Al tempo stesso Hegseth deve parlare di soldi: l’amministrazione ha chiesto al Congresso di approvare un budget per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari (1.300 miliardi di euro), un aumento rispetto all’anno scorso di oltre il 40 per cento. 

Ha aperto il suo discorso chiedendo ai parlamentari di appoggiare la misura. 

Negli Stati Uniti, i servizi segreti valutano le opzioni per uscirne

Lo scrive Reuters, citando fonti anonime a conoscenza dei fatti.

Secondo l’agenzia, l’intelligence starebbe analizzando in particolare uno scenario, quello di una dichiarazione unilaterale di vittoria da parte degli Stati Uniti e il ritiro dell’esercito senza che venga raggiunto alcun accordo con l’Iran.

Trump nello Studio Ovale, 28 aprile 2026 (AP Photo/Alex Brandon)

Tra le altre cose l’analisi serve anche a indirizzare le scelte in vista delle elezioni di metà mandato, previste per novembre. 

Secondo le fonti l’amministrazione potrebbe beneficiare dalla fine della guerra, che è molto impopolare tra l’elettorato; tuttavia, ritirarsi senza accordo significa anche non raggiungere uno dei pochi obiettivi che non ha mai rinnegato, ovvero impedire all’Iran di sviluppare il suo programma nucleare. 

La prima stima del costo della guerra per gli Stati Uniti

L’ha fatta il dipartimento della Difesa e l’ha riferita un funzionario di fronte alla Commissione delle forze armate della Camera: è di 25 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali sono stati spesi in munizioni.

Sempre stando al Pentagono, per gli attacchi all’Iran gli Stati Uniti hanno impiegato:

• poco meno di metà delle loro scorte di missili a lungo raggio JASSM, lanciati dagli aerei
• circa un terzo dei Tomahawk, tra i più potenti che hanno in dotazione
• circa due terzi dei missili intercettori Patriot
• l’80 per cento degli intercettori THAAD

Di quel che resta delle scorte di munizioni degli Stati Uniti, avevamo parlato più estesamente qui: