Santa Zita (ruba per noi)

27 aprile – Santa Zita di Lucca (1218-1278), domestica ladruncola.

Certi santi sono semplicemente persone diventate famose all’improvviso, a volte non si sa nemmeno il perché. Quando muore, 741 anni fa, Zita è ancora un’anziana domestica della famiglia Fatinelli. Trent’anni dopo i diavoli delle Malbolge di Dante definiscono già “anzian di Santa Zita” un magistrato lucchese appena precipitato nel girone dei barattieri. Diventata nel giro di una generazione uno dei simboli della sua città, Zita sarà proclamata santa soltanto quattro secoli dopo, quando in molte nazioni toccate dalla riforma protestante l’eco del suo successo si era ormai spento, rapidamente come si era acceso. Quanti miracoli abbia compiuto Santa Zita dal Trecento in poi non è chiaro; per molto tempo non si sentì la necessità di documentarli. Si trattava in ogni caso di quel tipo di miracoli domestici, poco eclatanti, che singolarmente non ti fanno vincere nessuna causa di canonizzazione, ma messi tutti assieme ti rendono una delle sante più invocate e apprezzate – per farla breve: Zita è la santa che s’invoca quando perdi le chiavi di casa. Pensateci: c’è qualcosa di più angoscioso del momento in cui perdi le chiavi di casa? C’è un sollievo più subitaneo e appagante di quello che provi quando le ritrovi? E nove volte su dieci le ritrovi. Poi corri ad accendere un cero a Santa Zita. Altri santi ti guariscono dalle malattie, forse, o ti mostrano la via, certamente. Ma una santa che ti trova le chiavi nella borsa o in un tombino non è affatto da snobbare, ammettiamolo. E come mai il patronato dei mazzi di chiavi è capitato a una domestica lucchese? Non bastava San Pietro, che ha in mano le chiavi del cielo in centinaia di quadri dal Rinascimento in poi? Eh, ma Pietro è il primo papa: vi verrebbe mai in mente di disturbare un papa perché al mattino prima di uscire non trovate il telecomando del cancello? Zita invece, neanche a farlo apposta, era una serva (oggi è la patrona delle serve). Che tipo di serva? Il tipo un po’ ladruncolo.

A fine anni ’80 i paleopatologi dell’Università di Pisa hanno potuto studiare la mummia di Santa Zita e hanno scoperto, per esempio, che era intossicata dai fumi delle candele o della cucina di casa Fatinelli, e che negli ultimi mesi di vita prendeva forse medicine a base di piombo.

Ci sono santi pirati, santi ubriaconi, sante puttane, santi esattori. Ufficialmente li veneriamo perché a un certo punto hanno corretto i loro errori, si sono purificati e sono diventati graditi a dio; ma il momento in cui ci rivolgiamo davvero a loro è quando ci sentiamo pirati, ubriachi, puttane, esattori. La speranza è che anche immersi nella gloria di Dio, conservino una scheggia di memoria della loro vita peccaminosa, tanto simile alla nostra. Zita, per esempio, era una ladruncola. Non rubava per arricchirsi, forse per cleptomania o per il gusto di farlo o in polemica con la ricca famiglia presso cui viveva e lavorava; non lo faceva nemmeno così spesso, visto che il padre di famiglia si fidava abbastanza da averle affidato le chiavi di casa; ovviamente le cronache ci dicono che rubacchiava per i poveri e a maggior gloria di Dio, al punto che Dio in molti casi la copriva. C’è carestia, Zita si mette a regalare le fave che trova in un cassone di casa Fatinelli. Dopo un po’ il cassone è vuoto e il signor Fatinelli chiede a Zita di consegnarlo a un cliente che le ha acquistate e pagate. Zita è disperata, ma quando apre il cassone le fave sono tutte al loro posto. Oppure: la notte di Natale Zita esce di chiesa infreddolita perché non c’è mantello che non abbia già regalato a un povero. La signora Fatinelli impietosita le presta una pelliccia; ovviamente nel tragitto per arrivare a casa Zita riesce a trovare un povero a cui la pelliccia serve più che a lei. Ma il giorno dopo la pelliccia viene miracolosamente ritrovata. Oppure: invece di impastare il pane com’è sua specifica mansione, Zita è in giro a soccorrere questo o quel povero. I domestici borbottano, stavolta quella esagera, irrompono in cucina: gli angeli stanno cucinando al posto suo. O ancora: il signor Fatinelli la incrocia per le scale con un sacco pieno di pane (pane avanzato, puntualizzano gli agiografi). Zita, cos’hai nel sacco? “Mah, niente, rose e fiori”. Apre il grembiule: sono davvero rose e fiori, il pane non c’è più. È un miracolo talmente tipico che lo troviamo smontato e rimontato nella vita di tante altre sante.

Me l’hai fatta anche stavolta (ma non finisce qui).

Ci sono santi che si impongono per la loro fedeltà al modello che incarnano: di sante domestiche un po’ ladruncole ce n’è più d’una, ma Zita finisce in qualche modo per riassumerle tutte e farsi attribuire i miracoli che sono capitati alle altre. A volte è anche una questione di nomi: Zita in toscano significava fanciulla (la radice è antichissima, si ritrova in persiano e in altre lingue indoeuropee). In alcuni volgari meridionali assumerà il senso più specifico di “fidanzata”; in Italia centrale conserva quello di “nubile”, da cui deriverà poi “zitella”. Zita non è madre di nessuno, è madre di tutti.

Certi santi ci mostrano la via per lasciarsi da parte le debolezze umane e ascendere al divino; altri funzionano proprio al contrario, sono umanissimi ma in un qualche modo li abbiamo fatti ascendere al cielo, in modo più o meno regolare, e adesso ci aspettiamo che ci diano una mano. Il culto dei santi, è già stato osservato, è un compromesso millenario tra il politeismo di matrice greco-romana e il rigoroso monoteismo che picchiava da est: l’unico sistema per accettare un Dio unico e giudice era circondarlo immediatamente da una folla di burocrati, lacchè e intermediari con cui sembrava più ragionevole poter interagire. Ufficialmente i santi “intercedono”, ci aiutano a portare avanti le pratiche. In realtà sappiamo tutti che molte pratiche all’Assoluto non arrivano, e anche ai piani alti ci imbarazzerebbe che salissero certe nostre richieste molto terra-terra, ad es., dove ho messo il mio mazzo di chiavi? I santi ci schermano, svolazzando ci proteggono dalla luce implacabile di quell’occhio nel triangolo. O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa; ma di’ solo una parola, o fa’ finta di niente mentre la tua serva mi passa un boccone. Se poi il Giorno del Giudizio San Pietro si tastasse la tunica nervoso, ma dove ho messo le chiavi? le avevo appoggiate un attimo qui e non ci sono più e tra un quarto d’ora si va in scena, le trombe già squillano, ma i cancelli del cielo sono aperti e nessuno sa come chiuderli, dov’è Zita quando serve? Zita? Qualcuno ha visto Zita? Che colpo sarebbe. Santa Zita, fallo per noi.

Leonardo Tondelli

Da Modena. Nel 1984 entra alla scuola media, non ne è più uscito. Da 15 anni scrive su uno dei più verbosi blog italiani, leonardo.blogspot.com. Ha scritto sull'Unità e su altri siti. Sul Post scrive di Dylan e di altri santi del calendario.