I compiti a casa sono il male (necessario?)

21 dicembre – San Pietro Canisio (1521-1597), il primo santo insegnante che ho trovato stamattina sul calendario.

Il giorno in cui esce finalmente la tanto strombazzata circolare natalizia del ministro Bussetti sui compiti delle vacanze è anche il giorno in cui si festeggia San Pietro Canisio, aka Pieter Kanijs, un gesuita tedesco che scrisse un catechismo talmente facile e utile che lo si usava ancora nelle scuole qualche decennio fa (ogni tanto penso che dovremmo rivalutare i vecchi catechismi, quelli strutturati con le domande semplici e le risposte secche da imparare a memoria. Col tempo magari li metti in discussione, ma nel frattempo ti danno sicurezza; probabilmente tra un po’ ci accorgeremo che ci mancano, li riscopriremo come qualcosa di solido da afferrare nel mare caotico delle mappa concettuali, quei maelstrom caotici di freccette che vanno da tutte le parti e non si capisce mai da che parte cominciare e da che parte finire).

Il giorno in cui si festeggia un insegnante che ha scritto rispostine facili da imparare a memoria per milioni e milioni di studenti è anche il giorno in cui finalmente il ministro, dopo aver annunciato in lungo e in largo che ci avrebbe chiesto di tagliare i compiti delle vacanze, ci ha mandato davvero la circolare – alleluja! È una banalissima circolare che davvero, senza tutto questo tour di presentazione nessuno avrebbe notato. Da nessuna parte ci troverete scritto: tagliate i compiti. C’è invece un olimpico invito agli insegnanti a “riflettere, anche anche collegialmente, sul carico di compiti che saranno assegnati durante le vacanze”. Dove “collegialmente” non è un avverbio a caso pescato dal burocratese delle circolari, ma un termine abbastanza pesante: significa che non si tratta di discuterne amichevolmente in sala insegnanti, ma di deliberare attraverso l’organo preposto, il Collegio Docenti. Significa, in altre parole, che il 21 dicembre 2018 il ministro Bussetti ci sta prendendo in giro: non c’è proprio verso che si possano convocare collegi docenti prima dell’inizio delle vacanze di Natale, che quasi ovunque è domani. A quest’ora i compiti sono già stati assegnati, sui diari e sui registri (elettronici). Se ne riparla a Pasqua? Senz’altro se ne riparlerà. Nel frattempo, qualsiasi genitore o alunno convinto di essere stato caricato di un’eccessiva mole di lavoro può prendersela con noi: il ministro non ci copre, il senso della circolare alla fine è questo. Il ministro ci usa come il poliziotto buono adopera il poliziotto cattivo. Va bene, ministro, è stato un piacere, buon Natale anche a lei.

È difficile discutere del problema dei compiti a casa. È uno di quei casi in cui dalla parte del torto siedono molte brave persone e professionisti seri, mentre dalla parte della ragione incontri certi ceffi senza scrupoli che ti fanno domandare se avere ragione sia davvero così importante. Ovvero: chi crede nella scuola pubblica, nella scuola come strumento di uguaglianza sociale, non può che condividere l’idea che i compiti a casa siano ingiusti. Magari necessari, ma concettualmente iniqui. Proprio la scuola democratica, che dovrebbe offrire al bambino benestante e al bambino disagiato la medesima educazione: proprio la scuola pubblica rimanda a casa il benestante e il disagiato con gli stessi compiti. Chi dei due avrà maggiori possibilità di farli davvero, di farli bene, magari con l’assistenza di altro personale pagato dalle famiglie?

Più compiti si danno a casa, più classista è la scuola; e si dà il caso, (lo dice l’OCSE) che in Italia se ne diano troppi. Dovremmo darne meno; forse non dovremmo darli e basta. Sarebbe una linea da difendere a oltranza, se solo in trincea non ci si ritrovasse con politici populisti in cerca di popolarità, genitori lassisti, studenti pigri. E poi diciamolo, imparare a lavorare a casa serve. Allenarsi a ignorare le notifiche, tenersi lontani dalle lusinghe del frigo e a non perdersi su Internet appena ti imbatti in un termine da googlare. Lavoreremo sempre di più in casa, tanto vale addestrarsi sin da piccoli. Certo, in un mondo ideale la scuola dovrebbe fornirti tutta l’educazione e l’istruzione di cui hai bisogno senza chiedere assistenza al pomeriggio a genitori o altri tutori. Ma non viviamo in un mondo ideale: viviamo in Italia, anche se a volte chi parla di istruzione sembra non rendersene conto. Si abbozzano sempre confronti con le scuole di altri Paesi e sono sempre Paesi più a nord – la Francia e la Germania, ovvio, ma anche la Danimarca o la Finlandia. Laggiù di compiti ne danno di meno, è vero. Magari a Natale non ne danno nemmeno, e del resto che compiti vuoi che facciano i ragazzi in quelle due settimane scarse in cui spesso sono ostaggio dei parenti, costretti a sequele interminabili di cenoni, veglioni e cerimonie.

Negli altri Paesi però le vacanze di Natale non sono la prima seria interruzione dell’anno scolastico: quasi sempre c’è una seria pausa in novembre (Ognissanti), e poi ce ne sarà un’altra in primavera, o a volte già a Carnevale. In compenso, in questi Paesi le vacanze estive sono molto più brevi: a giugno e a settembre si va già a scuola. Non è che vacanze più brevi e più diluite rendano inutili i compiti, ma consentono a gli insegnanti di assegnarli in dosi ragionevoli, in dosi umane. Non c’è bisogno di assegnare centinaia di esercizi a giugno nella speranza che gli studenti si ricordino ancora come risolverli a settembre.

Quando si parla di questi argomenti mi vengono sempre in mente le formiche di un vecchio racconto di Clifford Simak – uno scrittore di fantascienza dell’età dell’oro, gli anni Quaranta. In questo racconto uno scienziato sociopatico trova un sistema per impedire a una colonia di formiche di andare in letargo. Il risultato è un improvviso balzo evolutivo: le formiche cominciano a costruire minuscoli utensili e in breve arrivano alla rivoluzione industriale. Il tutto perché hanno smesso di dormire per una lunga stagione, e non devono più ripartire da zero ogni anno: hanno cominciato a immagazzinare, oltre al cibo, anche le nozioni. È un’idea molto ingenua, ma non mi si è mai levata dalla testa: forse perché lavorando nella scuola italiana ho spesso la sensazione di trovarmi nel formicaio di Simak, anzi in un formicaio pre-Simak in cui le formiche a settembre non ricordano più quello che avevano scoperto a giugno. Un posto dove ogni anno si ricomincia sempre da capo, rispiegando le stesse cose agli stessi studenti. Persino le classi più brave, quelle che fino all’inizio di giugno ti hanno seguito in qualsiasi argomento, lavorando assieme e acquisendo fior di competenze: anche loro, tre mesi dopo ti guardano catatonici: e non importa quanti compiti hanno fatto, non si ricordano niente. Le tabelline, la rivoluzione francese, l’Inno alla Gioia col flauto: niente. Ma li capisco, anch’io a metà settembre fatico a ricordarmi come si fa lezione. Poi riparto, ma appunto: ho la sensazione di ripartire sempre da capo, di reimparare sempre le stesse cose. Come le formiche. E la gente si preoccupa dei compiti. Ma i compiti sono un falso problema, il modo in cui noi insegnanti cerchiamo di mettere una pezza al problema vero.

Il problema vero è l’estate, che in Italia non finisce mai (tre mesi e mezzo senza scuola!), e ci riconsegna all’autunno lobotomizzati. Non solo, ma un’estate così lunga ci impedisce di avere delle pause serie nel resto dell’anno. Due settimane a Natale sono appena sufficienti a farci passare l’ansia prenatalizia; cinque giorni a Pasqua sono ridicoli, non fai in tempo a svuotare lo zaino che è già ora di tornare a scuola; quanto ai ponti, sono più dannosi che utili, soste brevissime e forzate che ci spezzano il ritmo proprio quando le scadenze cominciano a farsi vicine. Il nostro calendario è il vero problema: è tutto sbagliato. Quindi per avere una scuola funzionale basterebbe cambiarlo? Eh, ma forse non si può.

Singapore

Oddio, qualche cambiamento ragionevole si potrebbe anche tentare. Per esempio: sacrificare la Pasqua, conservando soltanto il lunedì di pasquetta (ai vescovi non piacerà) e piazzare dieci giorni fissi di vacanza a fine aprile, culminanti col Primo Maggio. Non perderemmo un solo giorno di scuola e avremmo un calendario primaverile molto più regolare e funzionale. Ma non avremmo risolto il vero problema. Il vero problema è l’estate, che alle nostre latitudini rende gran parte delle scuole invivibili.

Qualche anno fa chiesero all’autocrate di Singapore, Lee Kuan Yew, qual era stato il segreto del successo della città asiatica. Lee Kuan Yew avrebbe potuto approfittarne per tessere le lodi della laboriosità lei suoi concittadini, per la loro etica del lavoro eccetera, Ma preferì spiegare che il segreto del successo di Singapore era un’altro: l’aria condizionata, che finalmente rendeva possibile lo sviluppo anche ai Tropici. Ecco, di solito dopo le formiche di Simak mi viene sempre in mente quel breve discorso di Lee Kuan Yew. Chi ci ha parlato per anni di “modello finlandese” (o danese) da importare nelle scuole italiane sembra ignorare un banale problema di termoregolazione. A metà giugno le scuole italiane sono semplicemente troppo calde per lavorarci con profitto. E climatizzarle non sarebbe sostenibile né per le casse dello Stato né per l’ambiente.

Il calendario italiano scolastico è terribile, ma è la risposta abbastanza sensata di un’istituzione secolare alle esigenze di un territorio. Per quanto sia giusto cercare di competere con i sistemi scolastici di altre nazioni più temperate; per quanto sia sbagliato lamentarsi dei propri handicap geografici, non ha nemmeno senso fingere che non esistano. La scuola italiana non solo non è un mondo perfetto, ma è un ambiente molto meno perfetto di altri (e il riscaldamento globale ovviamente non gioca a nostro favore). Se vogliamo recuperare i migliori, dobbiamo stringere i denti e sapere che per noi sarà sempre un po’ più difficile che per i finlandesi o i canadesi. Non siamo condannati a restare indietro, ma dovremo rinunciare a qualcosa, e a volte ci dovremo portare i compiti a casa. Sì, anche se non è giusto. La vita non lo è, la geografia men che meno.