Muoia Sansone, ma chi sono i Filistei?

Sansone, martire di Israele

Sansone distrugge il tempio, di Maerten van Heemskerck.

Contro Sansone, eroe biblico dalla forza erculea, i Filistei nemici di Israele non avrebbero avuto nessuna possibilità: finché Dalila non glielo fece trovare addormentato sulle sue ginocchia, e non ne rivelò il segreto: la forza di Sansone era tutta nei capelli. I Filistei lo rasarono, lo incatenarono, lo accecarono e lo portarono nel loro tempio per bullarsi. Poi siccome erano i cattivi di un libro della Bibbia – e quindi sostanzialmente stupidi – si dimenticarono di rasarlo con regolarità e ovviamente il risultato fu che Sansone riacquistò le sue forze e durante una festa, sollevando l’architrave del tempio, ne schiacciò più di quella volta che ne aveva fatti fuori un migliaio a mascellate d’asino. Ma soprattutto in quell’occasione ebbe modo di dire: Muoia Sansone con tutti i Filistei.

Sansone è l’esempio biblico dell’eroe che si auto-immola per creare più danni possibili al nemico. Qualcosa di più violento e radicale del paolino Cupio dissolvi: desidero essere annullato, sì, ma solo per annullare insieme a me un più grande male che mi circonda. Mi è impossibile non pensare a Sansone in questi giorni, quando leggo affermazioni di dirigenti e militanti Pd, tutti comprensibilmente un po’ accecati dallo choc di una sconfitta (che in realtà non era così imprevedibile: però fa male lo stesso). Gli elettori ci vogliono all’opposizione, sento dire. Ancora una volta mi sembra che venga frainteso il senso di un’elezione parlamentare: non è un referendum sul governo. I cittadini eleggono dei rappresentanti alla Camera e al Senato: a questi rappresentanti spetta la decisione di sostenere o no un governo. Esistono coalizioni di governo in tutto il mondo, in particolare in gran parte delle democrazie parlamentari europee, composte anche da partiti che hanno preso percentuali inferiori al 19% del Pd (gli alleati della Dc nel Pentapartito prendevano molto meno e governavano senza che nessuno trovasse la cosa anticostituzionale).

Se cerchi “Sansone” nell’archivio del Post trovi Hedy Lamarr, ok, non ho obiezioni.

È pur vero che gli elettori non hanno espresso una maggioranza assoluta per il Pd, ma era anche inverosimile che succedesse; tanto che già prima delle elezioni molti si aspettavano una possibile convergenza post-elettorale tra Pd e Forza Italia: una cosa che avrebbe ripugnato molti elettori di entrambi i partiti, ma che si sarebbe comunque fatta senza troppi piagnistei. Gli elettori non l’hanno voluta, ma se è per questo non hanno scelto nemmeno quel governo M5S+Lega che molti rappresentanti del Pd ora sembrano invocare così come Sansone invoca la fine per sé e per i Filistei. Gli elettori di sicuro quando hanno votato a fine inverno non hanno espresso nessun desiderio di tornare a votare a fine primavera: ma se Salvini non vuole governare né col M5S né col Pd, e il Pd non vuole governare né con Salvini né col M5S, che altro possiamo fare?

Possiamo restare calmi. A dispetto di tutti i commenti urlati di questi giorni, uno stallo di questo tipo non ha nulla di eccezionale: è abbastanza normale ogni volta che il voto popolare si coagula intorno a tre o più poli di attrazione invece che due (e no, la soluzione più sensata e democratica non è regalare un premio a chi arriva primo anche per uno scarto minimo: non è Formula 1, è democrazia). In Germania, dopo un risultato elettorale un po’ meno complicato del nostro, ci sono voluti sei mesi per trovare un accordo di governo tra i Cristiano-democratici della Merkel e i socialdemocratici che, almeno all’inizio, sembravano non aver lasciato nessuno spiraglio. In Italia una crisi al buio di sei mesi non si è mai vista: persino nei momenti più spensierati della prima repubblica, quando l’Europa non ci stava addosso e il debito pubblico cominciava a essere abbastanza grande da badare a sé stesso, non è mai capitato di tornare alle urne senza aver tentato nemmeno un governicchio di un anno o due. Questo magari non significa niente.

Però i precedenti ci lasciano pensare che nelle prossime settimane molte porte che sono state sbattute in modo teatrale si riapriranno, in modo discreto, anche se il cigolio potrà urtare chi dai politici si aspetta prima di tutto coerenza. Molto dipende anche da come andranno i mercati: il famoso spread potrebbe tornare a farsi sentire e a innervosire elettori ed eletti (forse più dell’instabilità politica italiana dovrebbero preoccuparci le bizze protezioniste del presidente USA: qualsiasi governo avremo tra tre mesi, se scoppia una guerra commerciale saremo comunque nei guai).

Se è veramente troppo presto per capire come andrà a finire, possiamo nel frattempo registrare una notevole mutazione in atto: il PD, il partito che fino a qualche giorno fa era considerato il partito della responsabilità, del Principio di Realtà, dopo il pessimo risultato sta cambiando completamente pelle – sembra aver indossato la pelliccia leonesca di Sansone. Non perché Renzi si sia dimesso (peraltro, anche dimesso, continua a dettare la linea), ma perché nel giro di poche ore si è trasformato nel partito della ripicca, della recriminazione, della fantasia di rivalsa. Gli stessi dirigenti che per mesi ci hanno preparato emotivamente a una scelta dolorosa ma responsabile (pensavano che avrebbe vinto Berlusconi, e che si sarebbero messi d’accordo con lui), quando hanno vinto Salvini e Di Maio hanno improvvisamente mandato all’aria la responsabilità, il bene del Paese e tutto quanto. Governino gli altri, e vediamo di cosa saranno capaci. “Aspetto con ansia ius soli, stepchild adoption per le coppie gay e lesbiche e legge contro l’omotransfobia”, annuncia Ivan Scalfarotto, e il suo sarcasmo lascia un po’ perplessi: non solo immigrati e gay non avranno nulla di ciò (è colpa loro se il Pd ha perso?), ma è abbastanza facile immaginare che un governo Salvini revochi quei pochi, soffertissimi passi avanti che erano stati fatti fin qui: quante speranze ha di resistere il Ddl Cirinnà? 

Luca Zamoc
Anatomie di brutalità Sansone e il leone, 70×50 cm, Inchiostro su carta, 2014

Ogni richiamo alla responsabilità – e capisco che possano suonare stucchevoli, spesso da personaggi che nemmeno hanno votato il Pd – viene respinto al mittente con un tono esasperato che imbarazza lo spettatore: sembra di avere davanti un quarantenne in crisi di mezza età che dopo una delusione professionale o sentimentale si tappa in casa dei suoi: vediamo cosa fa il mondo senza di me. Chi si comporta in questo modo di solito è realmente convinto che il mondo non possa fare senza di lui: uno psicanalista prestato alla cronaca politica potrebbe trovare definizioni molto drastiche (dov’è Recalcati quando serve?) Quel che da lontano può sembrare narcisismo potrebbe però rivelarsi una scelta strategica sensata: chi in questi giorni soffia sulle braci del rancore piddino, sbarrando la strada a qualsiasi possibilità di collaborazione col M5S, cosa immagina che succederà? Qual è il suo piano?

L’altro ieri c’è stata una direzione del Pd e Matteo Renzi, segretario dimissionario, non c’è andato. In compenso ha concesso a Cazzullo, sul Corriere, un’intervista che lascia perplessi, in cui conferma le sue dimissioni e… nel frattempo detta la linea, poi ribadita in direzione dal reggente Martina: no a qualsiasi alleanza, staremo all’opposizione. Ma è un altro il punto dell’intervista dove Renzi svela la sua prospettiva: non quando racconta a Cazzullo che nei prossimi anni ha intenzione di fare il senatore (“non ci crede nessuno”, reagisce Cazzullo, e noi con lui), ma quando afferma, un po’ a sorpresa, che nessuno dei due schieramenti vincitori ha intenzione di tornare subito al voto perché “prenderebbero la metà dei parlamentari che hanno adesso”.

Un’affermazione piuttosto azzardata.

Perché Renzi è convinto di una cosa del genere? Ha dei sondaggi? Che calcoli fa? Prendiamo il M5S: l’opinione unanime degli osservatori è che abbia vinto (al Centro e al Sud, ma non solo) perché è riuscito a individuare un tema concreto e sentito: il reddito di cittadinanza. Anche ieri, mentre Salvini e il Pd finivano sui giornali per lo più per le alleanze che rifiutavano, il blog del M5S pubblicava un intervento molto articolato, e apparentemente ragionevole, del ministro ombra grillino dell’economia. Come a dire: gli altri si preoccupano delle poltrone (anche solo per rifiutarle), noi dei veri problemi. È un messaggio che sta passando. Se tra qualche mese tornassimo alle elezioni, perché chi ha sostenuto il M5S in marzo dovrebbe bocciarlo in giugno o settembre? Il reddito di cittadinanza ormai era a portata di mano, sul Blog delle Stelle sembrava di toccarlo: non è certo colpa di Di Maio e compagnia se gli avversari politici hanno preferito tornare alle urne.

Anche gli elettori del centrodestra, perché dovrebbero improvvisamente abbandonare Salvini, prima che abbia il tempo di realizzare le sue mirabolanti riforme economiche, flat Tax e (forse) No euro? Viceversa, è più probabile che su Salvini in seconda battuta convergano anche i voti di chi l’ultima volta ha puntato su un Berlusconi ormai spompo. Eppure Renzi è candidamente persuaso che basterebbe tornare alle urne tra breve per dimezzare il consenso sia di Salvini sia del M5S. Ma se in maggio non votassero né per l’uno né per l’altro, per chi dovrebbero votare questi milioni di italiani già disillusi? Evidentemente Renzi, e molti dei suoi, pensano che tutti questi voti debbano finire al Pd.

Ma perché?

Temo che il ragionamento di Renzi sia questo: se tra un mese o due o tre non ci sarà un governo, l’Italia sarà nel caos. Quando gli italiani saranno nel caos, capiranno che errore hanno commesso a non votare sì alle mie riforme costituzionali. Finalmente riconosceranno che avevo ragione un anno fa, e verranno a cercarmi (nella mia cameretta), mi diranno: Renzi torna! E io magari all’inizio dirò no, perché non mi meritano, ma poi… Ecco. Il “tanto peggio tanto meglio” che tante volte ho riconosciuto dietro le riflessioni di chi a sinistra votava per i partiti anti-sistema da Rifondazione in poi, oggi lo ritrovo nelle parole del segretario dimissionario del Pd. Crolli pure tutto, così i Filistei imparano a incatenarci. I Filistei magari imparano, ma Sansone muore. Renzi forse non ci ha riflettuto: è comprensibile che i rovesci di fortuna degli ultimi anni lo abbiano accecato. Ma il Pd? Può davvero condividere i sogni di rivalsa di chi ancora non si dà pace per la sconfitta al referendum del 2016? Tra un po’ sarà il 2019 e non sarebbe male arrivarci con un governo stabile.

Nota bene: non c’è bisogno di cullarsi in fantasie di vendetta per rifiutare una coalizione con il M5S (o con Salvini); ci sono motivi molto più sensati che suggeriscono, per ora, di non compromettersi. La fedeltà ai propri principi, la coerenza, la stessa opportunità. Però le cose cambiano, a volte anche molto rapidamente: i mercati potrebbero innervosirsi, gli elettori potrebbero mandare dei segnali, Trump potrebbe fare davvero qualsiasi cosa, eccetera. Non sta certo a me spiegare al Pd cosa deve fare in un momento tanto difficile (tra l’altro non l’ho nemmeno votato). Il mio non è nemmeno un appello alla responsabilità, ma a quell’istinto che un partito dovrebbe condividere con associazioni e forme di vita assai più basilari: l’autoconservazione. Se il Pd pensa di poter stare per qualche mese o anno tranquillo sulla riva del fiume, mentre qualcun altro manda il Paese alla malora, forse il Pd sta sottovalutando la portata del fiume, e la situazione critica di quelle dighe, a monte, che sta ancora amministrando. Poi magari i Filistei vengono travolti, il che sarebbe fonte di gran soddisfazione per i lettori, se fossimo su una pagina della Bibbia; ma siamo nella realtà, quel libro più lungo e complesso in cui capita a tutti, prima o poi, di essere i Filistei di qualcun altro. 

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