Don Milani e la puttana

26 giugno –  scuola_ultimaDon Lorenzo Milani (1923-1967), priore di Barbiana

Questo è il periodo dell’anno in cui mi capita più spesso di pensare a don Milani, alle sue classi e alle sue lettere. L’anniversario della morte (47 anni oggi) non c’entra molto. Un giorno magari finirà sui calendari, ma per ora non risulta nemmeno avviata una causa di beatificazione. E dire che qualche miracolo da esibire davanti a una commissione Milani ce l’avrebbe: il solo fatto che stiamo parlando ancora oggi di un sacerdote che morì a 44 anni, dopo aver servito e insegnato in due piccole parrocchie, non ha del miracoloso? Ma i tempi non sono ancora maturi: per adesso i suoi seguaci cattolici devono accontentarsi di poter finalmente leggere le Esperienze pastorali senza incorrere nella censura del Sant’Uffizio, ritirata in aprile dopo più di cinquant’anni. Bella e saggia mossa di Francesco, dopo il silenzio dei quattro pontefici che l’avevano preceduto. Milani continua a essere un prete molto più popolare al di fuori dalla Chiesa.

Questo è il periodo dell’anno in cui penso più spesso al priore di Barbiana, e ai suoi studenti, perché è il mese degli esami: quel bizzarro momento in cui il bistrattato insegnante, da nove mesi zimbello di studenti genitori e riformatori, si ritrova improvvisamente investito di un potere enorme, sproporzionato: la facoltà di rovinare al fanciullo un’estate, un anno, eventualmente anche la vita. Proprio così: da settembre a maggio il professore soffre, supplica, corregge, sorregge; ma a giugno boccia. O perlomeno potrebbe. Ma prima di brandire un’arma tanto ingombrante, così poco adatta a lui, pensa sempre a don Milani. Da qualche parte – non necessariamente l’Alto dei Cieli – il priore lo guarda, scuote la testa e dice: lo sai cosa sei, vero? Un cane da guardia del sistema? Sì, ma non basta. Una bestiolina ammaestrata dai padroni? Certo, ma c’è di più.Lo sai.

Sei una puttana.

È in fondo a pagina quarantuno.

Tutti noi, quando ricordiamo un libro, o un film – quando crediamo di ricordare un libro, o un film – in realtà peschiamo dal pozzetto della nostra memoria due o tre situazioni o immagini, sempre le stesse. Sono il riassunto estremo di quell’opera d’ingegno, come lo schema finale che ci siamo fatti la notte prima di un esame. A volte ci aiutano a recuperare il resto; altre volte finiscono per assorbirlo, sicché alla fine molti libri che crediamo di aver letto in realtà non li ricordiamo più, a parte quella paginetta, quella frase. La maggior parte delle persone che conosco, quando pensa a Lettera a una professoressa, ricorda Gianni e Pierino. In effetti sono due personaggi sbozzati in modo molto efficace. Io però quando ripenso alla Lettera, ripesco sempre mio malgrado quel passo volgare in fondo a pagina quarantuno: “Le maestre sono come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere”.

Mi viene sempre in mente questo passo a fine giugno, perché non è solo il mese degli esami; è anche quello dei commiati, che a scuola sono sempre frettolosi e informali. L’esame è finito. Buone vacanze. Di solito me la sbrigo così, e in alcuni casi sarà l’ultima cosa che dirò a quella persona in tutta la mia vita. Ho diviso con lui ore, settimane, mesi, anni. Gli ho voluto bene, l’ho detestato, l’ho aiutato quando non ne avrebbe avuto bisogno, l’ho ignorato quando invece gli serviva un aiuto; in ogni caso è tutto finito, buone vacanze. Loro mi dicono “arrivederci”, e poi qualche volta mi saluteranno per strada, un po’ imbarazzati. Io non ho mai tempo per piangerli perché, in effetti, sono una puttana. A pagina quarantuno è spiegato molto bene, da qualcuno che evidentemente aveva sperimentato sulla sua pelle cosa significa essere maestro, essere prete: voler bene alla gente per mestiere. Con tutto il rispetto per le puttane e la loro professione complicata e pericolosa, mentre per noi maestri o preti si tratta semplicemente di voler bene tutti i giorni a un sacco di gente che poi, improvvisamente sparirà dalla nostra vista senza che ci sia il tempo per rimpiangerla – stiamo già preparando le prime dell’anno prossimo, ci sono già centinaia di nuovi sciagurati a cui voler bene. Da settembre a giugno. È strano, però. Alienante, si sarebbe detto una volta.

A meno di non fare come don Milani: abolire le vacanze, i pomeriggi, la domenica, il tempo libero, la famiglia. Allora sì, l’amore smetterebbe di essere finzione. Noi però alle vacanze ci teniamo, e alle domeniche, e anche i pomeriggi non li passiamo proprio tutti a correggere, ad aggiornarci, ad amare i nostri piccoli clienti a distanza. Perché siamo delle puttane, e Don Milani ce lo diceva in faccia – no, peggio. Ce lo faceva dire dai suoi studenti.

"Quante T ci sono in "puttana"?"

“Quante T ci sono in “puttana”?”

Alla scuola di Barbiana si parlava molto schietto. Sulla porta di tutte le scuole della Repubblica gli studenti di Don Milani avrebbero voluto scrivere LA SCUOLA SARÀ SEMPRE MEGLIO DELLA MERDA. L’aforisma è attribuito al giovane Lucio, che quando non era a scuola dal priore aveva una stalla con 36 mucche da gestire. A me piacerebbe ogni tanto parlarne nelle mie classi, sollecitare un’inchiesta: tu che ne pensi? Secondo te è meglio la scuola o la merda? Ma ho paura di finire sul giornale.

Dici: potresti sempre usare un eufemismo. Potresti chiedere se è meglio la scuola o la deiezione vaccina. No, non potrei. Merda si dice merda. Puttana si dice puttana. Non solo don Milani si lasciava evidentemente sfuggire queste parole di fronte ai suoi ragazzi; non solo permetteva che le scrivessero in un libro, e resistessero alle decine di stesure e ristesure; ma le sottoponeva al vaglio dei suoi amici colti e raffinati, ad esempio David Maria Turoldo che sale a Barbiana per farsi leggere le bozze e “si sganascia dalle risa a ogni parola grossa”. Lettera a una professoressa è un testo molto elegante nella sua rozzezza. Profondamente toscano, azzarderei, ma poi dovrei spiegare il perché solo ai toscani è concesso di maneggiare la nostra lingua letteraria come se fosse un coltellaccio da cucina, senza quella distanza, quel disagio in cui consiste l’uso della lingua per tutti noialtri non toscani – quella maschera che indosso continuamente, qualsiasi cosa io scriva, come se io la stessi traducendo da un’altra lingua che ho in testa (quale lingua, se non so nemmeno bene il mio dialetto?) Eppure questa distanza c’è: la sentiamo tutti ogni volta che rileggiamo quello che scriviamo e ci sembra sempre fuori fase, distorto come la nostra voce registrata. Un diaframma che forse è responsabile di intere età letterarie, di barocchi, classicismi e linee lombarde, mentre ai toscani basta scrivere come si mangia. Papini, Malaparte, la Fallaci. Ma anche i ragazzi di Barbiana, e il loro priore che non poteva più pubblicare niente a nome suo (continua…)

Questo è il periodo dell’anno in cui tento di scrivere qualcosa in memoria di don Milani, e ogni volta passo dalla biblioteca a ritirare l’edizione speciale del quarantennale (2007) di Lettera a una professoressa, uno dei pochi libri di carta che forse varrebbe la pena tenere in casa. Non solo per il testo, che merita un ripasso ogni tanto, ma soprattutto per il paratesto: le testimonianze di studenti e colleghi, gli articoli che la Lettera ispirò alla sua uscita, e ancor di più la fantastica polemica che nacque 25 anni dopo intorno a due articoli di Sebastiano Vassalli su Repubblica. Vassalli detestava la Lettera, la definiva una mascalzonata; e nel suo secondo intervento ammise anche le sue ragioni personali. Nella professoressa svillaneggiata dai ragazzi di don Milani, Vassalli riconosceva sé stesso, giovane professore travolto dalla contestazione.  “Per quindici anni, dal 1965 al 1979, mi sono sforzato, giorno dopo giorno, di essere anche un bravo professore; e ho maturato in quegli anni difficili la persuasione – forse sbagliata ma certamente legittima per un insegnante – che la nostra povera scuola di Stato abbia urgente bisogno di un legislatore che porti a termine le riforme avviate trent’anni fa; e che non abbia invece alcun bisogno di redentori, e di maestri carismatici come don Milani. Che i redentori portino solo scompiglio; e questo è tutto”.

figuNel tentativo di vendicare la professoressa, Vassalli si abbatte sul “libretto bianco di don Milani” con foga lacerbiana. Don Milani non sapeva nulla di pedagogia. “Era un maestro improvvisato e sbagliato”, “manesco e autoritario (quanti dei suoi sostenitori d’un tempo hanno veramente saputo che nella Lettera c’è l’apologia della frusta, a pag. 82, e che a Barbiana erano considerati strumenti didattici “scapaccioni”, “scappellotti”, “cazzotti”, “frustate”, e “qualche salutare cignata”? Se da insegnante è portato a diffidare di un maestro in grado di insegnare 24 ore al giorno, da scrittore Vassalli non può credere neanche per un istante all’utopia della scrittura collettiva: macché dibattito, il prete dettava e i ragazzi esprimevano “la propria incondizionata adesione”: un po’ come votare una legge elettorale su beppegrillo.it. Don Milani avrebbe consapevolmente distorto la realtà dei dati statistici, pure generosamente riportati, per “dividere il mondo come allora s’usava, con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra”; e soprattutto si sarebbe accanito contro un bersaglio di comodo: gli insegnanti.

Ma se don Milani avesse davvero alzato il tiro contro l’istituzione scolastica e i suoi potentati, l’arcivescovo lo avrebbe costretto a fare le valige anche da Barbiana e gli avrebbe tolto anche quell’ ultimo pulpito. Perciò – credo – lui se la prese con gli insegnanti, che del resto sembravano messi lì apposta per fare da bersaglio ai rivoluzionari dell’epoca, come i poliziotti di valle Giulia infagottati nelle loro divise. Soprattutto i giovani, e tra loro l’autore di questo articolo, erano tutti poveracci e figli di poveracci: miracolati del “miracolo economico”, che, in onta alle statistiche, gli aveva permesso di arrivare alla laurea. Manovalanza intellettuale senz’altri sbocchi sul mercato del lavoro, che dall’università passava direttamente nella scuola di Stato, allora in grande espansione, e sognava e si sforzava di migliorarla. Queste e non altre furono, in concreto, le vittime della Lettera a una professoressa; i beneficati, invece, furono i furbi di sempre, studenti e insegnanti che buttarono all’aria libri e registri e si fecero qualche anno di finte lotte e di vere vacanze, movimentate da cortei e da discorsi reboanti contro la scuola di classe… Povera Italia! E povera sinistra, che dal ‘ 68, o forse dal ‘ 45, non ha saputo fare altra politica culturale che quella d’ applaudire tutte le primedonne e tutti i tenori che hanno calcato le platee del bel paese, e che già ha incominciato a pagarne le conseguenze; ma che ancora non sembra rendersene conto, e resta cieca e sorda sui suoi errori di sempre.

Chiedo scusa per la lunga citazione, che peraltro non rispecchia il mio pensiero. Nel volume ci sono tanti altri interventi interessanti, tra cui una lunga e ponderata replica a Vassalli di Tullio De Mauro, che ribadisce quanto fu importante, e necessario, il libretto bianco di don Milani e dei suoi studenti. Io però ogni tanto sento la necessità di rileggermi gli sfoghi di Vassalli, non so esattamente il perché. È un modo per sentirmi un po’ meno puttana? Dovrebbe consolarmi il pensiero che, sì, non avrò salvato nessuno dall’ignoranza, ma non ho nemmeno mai frustato un cliente? Credo che ci sia di più. Io ci tengo a mantenere una certa distanza da don Milani, non perché disapprovi le sue frustate. Al contrario, è l’unico modo per sentirle. Se gli corressi incontro, se lo abbracciassi, se sillabassi anch’io “I care” come certi suoi discepoli postumi, magari la cinghia mi eviterebbe, ma che studente sarei? Cosa imparerei da lui? Diventerebbe un’altra icona, una di quelle figurine che ti sorridono e ti confortano qualsiasi cosa tu faccia. Don Milani non era così. Era ruvido, manesco, mi dava della puttana ed è difficile che condividesse il mio rispetto per le sex-worker.

Se oggi sono 47 anni, significa che ne sono passati sette da quando Walter Veltroni lanciò il Partito Democratico, durante un discorso fiume che nessuno ricorda. Il giorno prima aveva voluto passare da Barbiana. Se il Berlinguer riscoperto da Grillo vi ha dato un po’ fastidio, immaginate per un attimo cosa potrebbe pensare don Milani, nell’alto dei cieli o dovunque, dell’uomo che aveva scoperto il valore culturale della figurina Panini. Il priore che nella sua prima parrocchia aveva abolito il biliardino e il ping pong – il maestro del popolo che non voleva sentire parlare di ricreazione e vacanze – riscoperto da un figlio di dirigente Rai con la fissa per il jazz e per il cinema, l’inventore delle notti bianche.

Pensate alla Notte Bianca. Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Tutti obbligati a far mattina, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma deve anche prendersi Don Milani, deve scrivere “I care” sui manifesti. Ci metterà anche la foto di Don Milani, il prete buono che non voleva bocciare gli asini. Ci stamperanno pure le magliette…