Il partito nel partito

Vorrei provare a dare una risposta alla domanda che Roberto Speranza ha posto con una certa energia dal podio della Direzione nazionale di lunedì: c’è spazio nel Pd per quelli che hanno votato No al referendum? La mia risposta è sì, c’è spazio anche per loro, per quegli elettori che hanno bocciato la riforma malgrado si riconoscano nel Pd e per il Pd intendono votare. Dobbiamo ascoltare e comprendere meglio le loro ragioni, spiegare meglio le nostre, comprendere quali responsabilità abbiamo tutti, come classe dirigente del Pd nel suo complesso, per non essere stati capaci di arrivare a un punto di sintesi.

Non mi riferisco, naturalmente, al solo momento referendario, ma all’intero percorso della riforma costituzionale, dove mi pare non siano mancati i punti di confronto proficuo, il dialogo e il reciproco venirsi incontro delle diverse sensibilità del partito. Ricordo a me stesso che il Partito Democratico ha compattamente votato la riforma per sei volte, tra Camera e Senato; è quindi strano che ciò che si è votato tutti in Parlamento (con maggiore o minore entusiasmo, certo) abbia potuto tradursi in posizioni differenti e spesso aspramente divaricate in sede referendaria.

Sinceramente, però, queste sono considerazioni da tavolo autoptico. Abbiamo evitato che lo scontro politico venisse risolto come una questione di “ordine pubblico”, come una vicenda disciplinare. Penso che abbiamo fatto bene, e che si debba continuare, anche smaltendo le inevitabili ruggini e le asprezze che residuano ad una campagna elettorale lunga e difficile. Per cui sì, Roberto, mille volte sì. Ma non ad ogni costo, non irridendo la logica e il buonsenso.

Mi riferisco alla singolare pretesa che ho sentito avanzare, in base alla quale la minoranza ritiene di dover avere le “mani libere” in Parlamento, e di giudicare caso per caso i provvedimenti del Governo. Non è ammissibile: comprendo che la materia costituzionale e quella elettorale debbano essere sottratte alla disciplina di partito. È parimenti pacifico che gli atti del Governo possano e debbano essere sottoposti alla discussione ed alla valutazione degli organismi di partito e dei gruppi parlamentari. Ma una volta che si sia deciso, le decisioni impegnano tutti. Altrimenti non si comprenderebbe più il senso stesso dell’appartenenza ad una comunità politica. Anzi, non si comprenderebbe nemmeno più se si tratti di un solo gruppo parlamentare o di due gruppi parlamentari distinti.

Personalmente non condivido l’idea – pressoché unanime nel fronte del No – per la quale si dovrebbe inserire in Costituzione il vincolo di mandato. Non perché abbia simpatia per i voltagabbana, ma perché si tratterebbe di una esiziale limitazione della libertà dei parlamentari. Ho provato dispiacere per la scelta di Pippo Civati ed altri di uscire dal Pd, ma trovo sbagliato che il dissenso politico debba costare loro il seggio. E troverei ancora più paradossale (immagino che invece che per i 5Stelle rappresenterebbe una specie di brodo di giuggiole) che l’espulsione di un deputato che abbia votato contro le indicazioni del suo partito debba comportare il suo allontanamento da Montecitorio.

Da questo al suo contrario, però, ce ne corre. L’idea che uno o più eletti del Partito Democratico costruiscano non una corrente che esprima peculiari sensibilità ed approcci, ma un partito nel partito che si riserva di accettare solo e soltanto quello su cui è pienamente d’accordo, è del tutto temeraria sul piano concettuale e assolutamente impraticabile sul piano politico. Per questo, Roberto, credo ne converrai con me, non credo ci sia né possa esserci spazio.

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