Il sogno ateniese

Forse sono influenzato dai racconti di tanti amici, dalla recente lettura di un famoso libro di Patrick Leigh Fermor e di un altro di Henry Miller, ma in effetti i Greci –ammesso che abbia un senso usare categorie così ampie e generiche – mi sembrano gentili, interessati alla storia degli altri e ben disposti alla conversazione, senza mai risultare insistenti o indiscreti. Mi è capitato più di una volta che mi venisse fatta una domanda del tutto disinteressata, con il solo scopo di sapere qualcosa in più sul mondo o sul luogo da cui provengo.

Passeggio per Exarchia, il celebre quartiere anarchico di Atene. È tutto chiuso. Saracinesche abbassate ovunque. Che sia ancora una conseguenza della crisi iniziata nel 2009 e proseguita fino ai negoziati drammatici dell’estate 2015, quando Alexis Tsipras era primo ministro e Yannis Varoufakis ministro dell’economia? Può darsi, ma senz’altro c’entra pure il fatto che siamo nel bel mezzo della canicola agostana e molti ateniesi sono in vacanza.

Cammino per le strade in salita verso il Licabetto e fra le facciate scarabocchiate dei palazzi. Sotto un loggiato vedo disegnato a spray un fregio, una controstoria della creazione in chiave gay, tratteggiata con lo stile comico del fumettista Ralf König: i protagonisti sono tali Adam e Steve. E poi manifestini per il Rojava o in memoria di Carlo Giuliani o illustrati da foto in primo piano di personaggi che non conosco e che spesso iniziano con la parola ενάντια. Se entro in un bar e mi siedo, arriva subito in soccorso un bicchiere d’acqua ghiacciato sul tavolo. È un rito descritto anche da Henry Miller nelle prime pagine de “Il colosso di Marussi”, il libro in cui racconta il periodo trascorso in Grecia prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Per fortuna a Exarchia qualche libreria è aperta. Frugo tra le pile di testi di seconda mano e riviste usate ammassate a terra e in più di un caso trovo qualche copia di A, il mensile anarchico italiano, altre vecchie pubblicazioni anarchiche italiane autoprodotte, un libro del 1976 di una femminista italiana che non avevo mai sentito nominare. In un’altra libreria dell’usato, il titolare mi chiede per quale squadra di calcio tifo. Ci mettiamo un po’ a parlare.

A un certo punto mi domanda che genere di musica ascolto. È un tipo di domanda che molto tempo fa ci si rivolgeva tra adolescenti e preadolescenti, per capire chi eri, che gusti avevi, da che parte ti trovavi nel quadrato semiotico delle tribù giovanili italiane tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma la domanda del libraio, nel 2020, è più nuova, sincera o ingenua che non indagatrice o funzionale a collocarmi in un contesto. È una domanda che mi riporta ai miei diciassette anni.

Ne approfitto per chiedergli come mai ad Atene ci siano ancora cosi tanti negozi di dischi. Sono negozi piccoli, polverosi, situati tra palazzine buie, spesso con una preferenza per il rock e il metal e con i compact disc esposti in vetrina. Non sembrano negozi destinati alla clientela esigente delle ristampe in vinile. Il libraio mi dice che ad Atene si ama ancora comprare dischi. Anzi, mi dice, esiste una precisa parola che definisce questo sentimento fisico fulminante, l’emozione che ti pervade all’acquisto di un disco e che non si esaurisce con l’acquisto e l’ascolto del disco, ma ha a che fare con la socialità che si crea legata al disco e che prevede che del disco si parli con gli altri amici e che il supporto venga esibito agli amici e commentato con gli amici nel momento in cui lo si mostra e lo si rigira tra le mani. Questa parola è “sogno”.

Allora faccio presente al libraio la coincidenza: “sogno” in italiano è come “dream” in inglese. Il libraio si ferma un istante a pensare. In effetti, dice, “to dream” non è così lontano da ciò che s’intende ad Atene quando si descrive l’esperienza di comprare un cd. Quando compri un disco, in effetti, quello che vivi è un dream, dice, e tu ti senti una specie di “dreamer”. Ci fermiamo di nuovo a pensare. Sì, comprare un disco, ma anche un libro, stabiliamo, è come… sognare, to dream, non l’avere sognato o l’esserci risvegliati da un sogno, ma vivere per qualche minuto nel sogno, mentre compriamo il disco, e poi un riaccendersi del sogno quando il disco è commentato con gli amici, in presenza del disco stesso.

Forse “dream” non è la parola giusta al cento per cento, però ci si avvicina. Quanto vuoi per queste cinque riviste, chiedo? “Fanno cinque euro”, risponde, “e quest’altra te la regalo”.