Che senso ha il Premio Nobel per la letteratura?

La notizia è ancora fresca. Cinque giorni fa il 69enne francese Patrick Modiano ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Motivazione dell’accademia svedese: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inesplicabili e scoperto il mondo della vita nel tempo dell’occupazione».
La domanda dovrebbe essere: chi è Patrick Modiano? E invece la domanda sarà (ed è una provocazione, sia chiaro) qual è la vera ragion d’essere del Premio Nobel? Ha senso consegnare a uno scrittore otto milioni di corone svedesi (poco meno di 900 mila euro), un diploma personalizzato e una medaglia d’oro recante l’effige di Alfred Nobel stesso?
Premessa doverosa: il Nobel è un riconoscimento dato a chi – con il suo lavoro – è riuscito ad apportare “considerevoli benefici all’umanità”. Non so il motivo, ma il tutto mi suona pretenzioso.

Procediamo con ordine. Gli 8 milioni di corone svedesi. Chi paga i vincitori?
La risposta l’ho scovata su internet : i premi vengono ancora finanziati grazie agli interessi ottenuti sul capitale donato dall’industriale Alfred Nobel, inventore della dinamite, all’inizio del secolo scorso. Tra l’altro, da due anni, la Fondazione ha ridotto la somma del 20% (prima erano 10 milioni di corone) e ha anche tagliato i costi di gestione e le spese per la cerimonia di premiazione che si tiene a dicembre. Inoltre il vincitore può spendere il denaro come meglio crede.

Chiariti questi aspetti “tecnici” quello che mi preme di sapere è: perché uno scrittore invece che un altro? Come perché?, potrebbe rispondermi qualcuno, perché le opere di quello scrittore hanno portato benefici all’umanità.
Cosa significa benefici? È semplice: hanno cercato di rispondere, con le loro storie, alle domande fondamentali che da sempre si è posto l’uomo: Chi siamo? Qual è il senso delle nostre azioni? Chi ci ha creato e perché?

Patrick Modiano ha “scoperto il mondo della vita nel tempo dell’occupazione”. Vero. Non esprimerò un parere personale sulle opere dell’autore francese (anche perché, è chiaro, il Nobel non è un riconoscimento che si basa sul gusto) ma voglio dire che spesso, dando un’occhiata ai vincitori degli anni precedenti, ci sono alcune tematiche che sembrano risultare decisive.
C’è una pubblicità che odio: quella di una banca “arancione”. La pubblicità mostra delle persone normali, in situazioni di tutti i giorni (una festa in terrazza, un viaggio in taxi o la spesa al supermercato) che si pongono domande “universali” sull’amore, l’universo e il possesso, a cui però seguono interrogativi più pragmatici, legati alle spese per i prodotti bancari.

La tematica dello straniero, per esempio, e di conseguenza: adattamento e alienazione, hanno permesso ai seguenti scrittori di ricevere il tanto ambito Premio. Albert Camus (1957), Pasternak (1958), Sartre (1964), Agnon (1966), Boll (1972), Singer (1978), Oe (1994), Kertesz (2002), Coetzee (2003), Pinter (2005), Le Clézio (2008), Modiano (2014). Me ne saranno di certo sfuggiti alcuni.

Un’altra tematica cara all’Accademia svedese è quella del realismo magico. La capacità di fondere elementi puramente creativi e di fantasia a situazioni reali, spesso di vita quotidiana, al fine di narrare una storia, aprire una finestra sul mondo e di conseguenza sull’esistenza e sulla condizione umana di un singolo personaggio che fa da simbolo all’umanità intera. Questo lo si ritrova nelle opere di Gabriel Garcia Márquez (1982), Mo Yan (2012), José Saramago (1998) o William Golding (1983).
Drammaticità dell’esistenza, alienazione, libertà, realismo magico ma anche rivoluzione stilistica e narrativa (Hemingway, Faulkner, il nostro Dario Fo) sembrano accomunare tutti i vincitori delle edizioni passate. Solo due di essi hanno rifiutato il premio: Pasternak nel 1958 (a causa di pressioni del regime sovietico) e Sartre nel 1964. Per scelta. La motivazione fu: “Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come in questo caso”. Secondo Sartre l’opera di uno scrittore doveva essere valutata a posteriori. Per lui scrivere era quasi una missione umanitaria, non poteva ricevere un premio per un lavoro non ancora portato a termine.

Io la penso come Sartre. Perché Modiano sì e Philip Roth o Murakami Haruki (giusto per citare due personaggi che ogni anno i bookmakers danno come favoriti) no? Se fosse successo il contrario la mia domanda non sarebbe cambiata. Qual è dunque il ruolo di uno scrittore o meglio, il dovere, di uno scrittore fresco di Nobel. Investire quegli 8 milioni di corone svedesi nel suo lavoro? Continuare la ricerca?
È come se l’accademia svedese svolgesse un lavoro di selezione. L’obiettivo è trovare uno scrittore in vita che con le sue opere, anno dopo anno, si sia avvicinato alla verità sulla condizione umana. Selezionarlo, premiarlo e pagarlo affinché continui il suo lavoro. Il premio Nobel allora diventa una responsabilità per lo scrittore premiato e non un riconoscimento alla carriera. Solo così, allora, questo premio tanto ambito può avere senso di esistere. Altrimenti sarebbe solo un riconoscimento come un altro, una pergamena, una fascia pubblicitaria su un libro nelle vetrine dei megastore.

L’aspetto positivo è che, grazie alla risonanza mediatica generata dal Nobel, opere di scrittori fino a quel momento sconosciuti al grande pubblico, nel giro di pochi giorni diventano, improvvisamente, alla portata di tutti (alla portata di tutti: andare in libreria e trovare le opere sugli scaffali principali, davanti alle porte d’ingresso, sui tavolini con il cartello “libri fondamentali” o qualcosa del genere).
È inquietante che dal 1901 solo uno scrittore abbia rifiutato il Premio Nobel. Solo uno.

P.S. Se non avete mai letto Patrick Modiano fatelo. I suoi libri sono viaggi visionari pregni di personaggi misteriosi.

– Francesco Aquino –