Il Campo dei Sogni

Se lo costruisci, lui tornerà.

Avete presente la madeleine di Proust? Ecco, basta la battuta di un film e in un attimo sono di nuovo sui banchi di scuola, seconda liceo, tapparelle abbassate per tenere l’aula in penombra e poter vedere meglio la tivù con videoregistratore in cui la professoressa di italiano ha inserito una vecchia cassetta.

Il film è “L’Uomo dei Sogni” , con Kevin Costner, diretto da Phil Alden Robinson nel 1989.
Il titolo originale è “Field of Dreams”, ovvero Il Campo dei Sogni, che, detto tra noi, suona molto meglio ed è più azzeccato, dato che la storia ruota attorno alla costruzione di un campo da baseball che è davvero il luogo in cui i sogni si avverano.

Ray Kinsella ha una moglie che ama (Annie), una figlia piccola (Karin) e una bella fattoria nell’Iowa. Nella vita però ha un grande rimpianto: non essere riuscito a riconciliarsi con il padre prima della sua morte e non aver potuto rimangiarsi le cose orribili che gli ha detto andandosene di casa a diciassette anni.

Un giorno, mentre è nel suo campo di grano, Ray sente una Voce misteriosa che gli ripete più volte: “Se lo costruisci, lui tornerà”. Costruire cosa? E chi tornerà? – si chiede Ray, fino a quando capisce di dover costruire un campo da baseball lì, nella sua proprietà. Contro ogni logica, decide di seguire l’istinto: non esita a distruggere buona parte del suo raccolto per far posto a un sogno. Nel campo una sera compare “Shoeless” Joe Jackson, star del baseball morta ormai da anni, nonché vecchio idolo del padre. Con lui, successivamente, arrivano altri sette giocatori della storica formazione dei Chicago White Sox, squalificati a vita nel 1919 con l’accusa di aver venduto una partita delle World Series.

Ma la missione di Ray non finisce qui. La Voce torna a farsi sentire, spingendolo ad andare alla ricerca di Terence Mann, scrittore pacifista molto in voga negli anni Sessanta ritiratosi poi dalle scene, e Archibald Graham, ex giocatore che ha rinunciato alla carriera nel baseball per diventare medico e benefattore.

Il film è tratto dal libro “Shoeless Joe” di William Patrick Kinsella, basato sullo scandalo che nel 1919 coinvolse otto giocatori dei White Sox.

Nel libro Ray si mette alla ricerca di J.D. Salinger, che come il Terence del film si auto-esiliò in seguito al successo riscosso da “Il giovane Holden”.

Indagando un po’ sul romanzo di Kinsella, scopro che il titolo “Field of Dreams”, scelto dai produttori per il film, era proprio il titolo che l’autore aveva scelto per il suo libro prima che l’editore lo cambiasse in quello di “Shoeless Joe”. Valli a capire, a volte, gli editori.

Ray resiste alle pressioni del cognato Mark, che vorrebbe fargli vendere la fattoria, e alla fine realizza il sogno più grande: sul campo compare suo padre, un giovane John Kinsella, forte, pieno di entusiasmo, non ancora “sconfitto dalla vita”, a cui Ray può finalmente presentare la nuora e la nipotina che non ha mai conosciuto. Mentre insieme giocano a baseball, una lunghissima fila di auto si snoda all’’orizzonte per raggiungere il campo, che diventerà meta di migliaia di visitatori disposti a pagare il biglietto per vedere giocare i White Sox e sentirsi di nuovo giovani nel ricordo del loro passato.

Altra cosa che ho scoperto: la fattoria e il campo da baseball esistono davvero, nell’Iowa, Contea di Dubuque, vicino a Dyersville. È possibile visitarli e anche fermarsi a giocare: la location del film è diventata meta di turisti, proprio come accade nel finale di “Field of Dreams”.

Avevo quindici anni quando vidi per la prima volta il film. Ricordo che mi fece un grande effetto. Penso che sia anche un po’ merito (o colpa) sua se sono quella che sono, come di tutte le altre storie che ho molto amato, del resto.

Da allora non avevo mai più rivisto “L’uomo dei sogni”. Ne conservavo un ricordo bellissimo e magico, che avevo paura di rovinare riguardandolo a distanza di tanto tempo. Fino ad oggi.

In fondo molte cose sono cambiate. Non porto più l’apparecchio ai denti, ho messo gli occhiali, la cotta per Kevin Costner mi è passata e non attacco più le sue foto sul diario. Ma ho scoperto che altre sono rimaste le stesse: trovo ancora inquietante la voce che compare dal nulla mentre Ray è nel suo campo di grano (e per inciso, cosa c’è di più spaventoso di un campo con il granoturco alto in mezzo a cui si può nascondere qualsiasi cosa???); Annie mi è ancora simpatica, penso che sia straordinario il modo in cui, nonostante alcune (comprensibili) proteste iniziali, appoggia Ray e penso che lui sia un uomo fortunato ad avere una moglie così al suo fianco; mi commuovo ancora per l’ultima scena, quando Ray incontra suo padre, non ci posso fare niente, mi vengono gli occhi lucidi e un groppo in gola. E soprattutto credo ancora nel potere dei sogni, ma non in maniera ingenua. Credo che seguire i proprio sogni sia un percorso lungo, faticoso, che implica molti sacrifici, e che sia fondamentale avere qualcuno vicino a noi che abbia fiducia in quello che facciamo, anche quando sembriamo pazzi al resto del mondo. Penso che ci voglia tenacia e una discreta dose di follia e che spesso sia molto più facile lasciar perdere. Ma credo che ne valga comunque la pena, proprio come la ragazzina su quel banco di scuola.

Se lo costruisci, lui tornerà.

– Silvia Gilardi –