Misurare la qualità

Aristotele, Philip Roth, la povera Jessie e i Calculatores del Merton College

Jessie era un’ereditiera di Philadelphia, con i calzoni infangati da cavallerizza, la faccia tonda «che se le avessi dato un morso non avresti trovato un cervello ma una mela» e trecce compatte e biondissime. Jessie avrebbe potuto avere quarant’anni per sempre, e mai si sarebbe dubitato che tra le sue doti di donna mancasse proprio quella che le avrebbe impedito di «veleggiare tranquillamente verso la vecchiaia nelle vesti di madre encomiabile e moglie piena di brio, capace di trasformare il rastrellamento delle foglie in una festa per tutti i bambini». Jessie, a cinquantaquattro anni, era una vecchia emaciata: proteggeva il ventre gonfio da alcolizzata nei sacchi informi con cui si vestiva; le trecce erano corde spesse come juta marinara, il suo unico argomento ricordare i bagordi di quando, prima di marito, figli e bottiglia – prima, insomma, «di essere animata dalla stupenda soddisfazione di essere una persona perbene» – se l’era spassata a dovere.

È questo, a mio avviso, uno dei personaggi migliori di Pastorale Americana, primo romanzo – monumento e preghiera – della trilogia che Philip Roth dedica all’America e ai suoi fallimenti, tragici ma efficaci motori di ogni Storia. I personaggi secondari della letteratura e del cinema hanno la capacità di illuminare l’intera opera e di dare al lettore – spettatore – la possibilità di avere un punto di vista alternativo su ciò che legge – guarda – sfruttando l’opinione che questi personaggi esprimono, fornendo una sorta di critica diegetica, nell’opera sull’opera. Dunque non sono (solo) i critici a suggerire perché Roth ha scritto una storia del genere, ma è la stessa Jessie (e come lei Jerry, l’anonimo, vincente e incazzatissimo fratello del protagonista Seymour Levov) a rappresentare il correlativo oggettivo di quello che Roth ha premura di spiegare quando afferma che «capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.» Qui dentro c’è la fatica di misurare un essere umano, di comprenderne il carattere attraverso categorie note, di inserirlo in un sistema di coordinate all’interno delle quali sia possibile muoversi con sicurezza. C’è il desiderio che la vita si trasformi in una grande piazza e i ragazzotti ai tavolini del Café Argana su Jami el-Fna, prima e dopo l’attentato, sfoderino sempre la stessa carta di Propp.

Ce lo dice Roth che gli altri si comprendono – o malintendono – in un gioco di specchi che ha poco a che fare con i numeri e le categorie; ce lo dicono i Mertoniani (classe 1290 o giù di lì), che utilizzarono i linguaggi della logica per misurare e confrontare tutti gli aspetti della realtà – dalle virtù cardinali all’istante preciso in cui un corpo si ammala – costituendo quelle tecniche di analisi che vanno sotto il nome di calculationes e che hanno il fine di misurare latitudo, longitudo, intensio e remissio delle forme qualitative. Se un linguaggio è detto di ‘misura’ in quanto attribuisce limiti a un determinato ente, processo o evento, qual è il linguaggio adatto per misurare i limiti del carattere di un essere umano? Cosa c’entra la passione genuina e tutta americana della povera Jessie per i cavalli – decretata da un pony e un calessino ricevuti in dono all’età di sette anni –, la sua solidità allegra di madre prolifica e donna ciarliera, con le telefonate notturne che Jessie fa da sbronza ai vicini (i chilometri di distanza sono 5, ma l’America ha le sue misure) e il suo disfacimento accanto a una fedele bottiglia di J&B? «Che gli uomini fossero creature multiformi» ci dice Roth «non era una novità. […] Ciò che lui – Seymour Levov (ndr.) – trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero in segreto stufi di se stessi e non vedessero l’ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all’altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso.»

Durante il XIII secolo, si era imposta l’idea tutta aristotelica per cui qualità e quantità fossero categorie differenti e che l’aumento o il decremento di una qualità non fossero in nessun modo misurabili. In questo senso il passaggio da una qualità all’altra in un corpo – poniamo la vecchia Jessie solida e rubiconda e la nuova Jessie decadente e spacciata – era concepito semplicemente come la perdita di una qualità in favore dell’acquisizione di un’altra. Furono i Mertoniani che per primi si concentrarono sulla variazione d’intensità di una detta qualità – poniamo quel sabato pomeriggio in cui la vecchia Jessie, dopo aver chiamato il figlio minore a New York per sapere se il trasloco era andato bene, s’era guardata nel riflesso del vetro della finestra della cucina ed era rimasta un’ora intera a fissare il suo bicchiere di whiskey, dimenticandosi di fare un ultimo giro alla stalla prima del tramonto – e a postulare la possibilità che le variazioni di qualità di un corpo fossero il risultato dell’acquisizione o della perdita di identiche ‘parti’ di detta qualità, differenze di grado dunque e non più la sua netta sostituzione. In questo senso la qualità si rivela suscettibile di misurazione in termini quantitativi, purché tale variazione di intensità sia rapportata ad un’altra grandezza invariabile (come il tempo o lo spazio). Possiamo concludere – con Aristotele – che la nostra Jessie in cucina non è già più quello che era qualche mese prima ma – questa volta con i Mertoniani – sappiamo che in qualche modo lo è ancora, anche se una piccola parte di lei ha già preso la via del J&B.
Resta che di Jessie ci si dimentica in fretta, in fondo è un personaggio secondario, entra in gioco solo dopo 300 pagine quando il lettore, stordito dall’incendio immenso di una vicenda così piccola, non sa più bene qual è la storia che gli interessa e nemmeno esattamente perché vuole finire il libro. Poi, quando il libro finisce, accade che il lettore si alza dalla poltrona, apre la finestra per cambiare l’aria nel soggiorno e va dritto in cucina per versarsi due dita di Braulio e sente – non sa perché ma comunque lo sente – che anche lui non è più quello che era prima di leggere questo libro, o forse lo è ancora ma qualcosa dentro di lui sta cambiando; e mentre pensa nemmeno si è accorto di aver bevuto il suo amaro preferito senza i due cubetti di ghiaccio e la calma usuale, che lo hanno sempre contraddistinto.

– Carolina Crespi –

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