Donne e Montagna: combattere il “patriarchismo” in vetta

 

Che cosa ha portato Gaëlle Cavalié, 21 anni, di Saint-Gervais, a voler rimanere in parete nonostante il maltempo, nonostante i suoi due amici avessero deciso di scendere, nell’alba gelida della Nord dell’Aiguille Verte, massiccio del Monte Bianco, versante francese? Con quale forza, stremata dal vento, dalla neve e dalla poca visibilità, si sia decisa a rifugiarsi in un crepaccio a quattromila metri di altitudine per 96 ore? Si era riparata lì e si era coperta con un telo termico, sotto la vetta dell’Aiguille Verte. Quando è stata ritrovata dai soccorritori del “Peloton-gendarmerie-haute-montagne” era cosciente, ma fortemente provata da un’ipotermia che aveva fatto scendere la temperatura del suo corpo a 33 gradi. L’ha salvata la sua capacità di approccio alle situazioni di ansia e la sua grande tecnica in fatto di montagna.

Davanti alla finestra, leggendo questa notizia, vedo il Combin e il Fallère ergersi fra le nubi di una piovosa primavera e penso a Gaëlle, a tutte le donne che decidono di sfidare la montagna, da sole. Penso a mio nonno che mi ripeteva in continuazione che in montagna non si può andare da soli, che lì la parola “compagno” ha più valore del tuo stesso passo, che devi fidarti della cordata, ognuno di loro ha la tua vita stretta fra le mani. Ma si tratta anche di “vittoria” vs “sconfitta”, si tratta di descrivere i limiti, oltrepassarli, stare in limine, aspettare che passi il maltempo, scendere, disfando i passi della salita. Una donna in montagna non deve misurarsi solo con l’altitudine, la sua è una lotta più ampia, è una lotta al “patriarchismo” delle vette, contro l’ironica sentenza del 1911 di Paul Preus, filosofo fra gli arrampicatori liberi: «La donna è la rovina dell’alpinismo».

Scopro la storia di Hettie Dyhrenfurth, che nel 1934 arrivò sulla vetta del Sia Kangri in Karakorum, di Claude Kogan che scalò le Ande peruviane, e di Wanda Rutkiewicz, prima donna a scalare l’Everest. Ma le sorprese in materia non finiscono, esistono reti che coordinano le donne che intendono intraprendere le scalate, una ad esempio è il Coordinamento Donne di Montagna, con progetti e documentazione. C’è inoltre una dichiarazione, la Dichiarazione dell’Assemblea mondiale di donne della montagna di Thimpu, Bhutan, stipulata durante l’anno internazionale della montagna “Celebrating Mountain Women” a Thimpu in Bhutan, nel 2002. Il primo punto della dichiarazione dice:

1) Senza donne è impossibile conseguire lo sviluppo sostenibile nelle zone montane. Le donne possiedono conoscenze cruciali riguardanti l’utilizzo delle risorse, i sistemi sanitari tradizionali e i costumi sociali, culturali e spirituali. Le loro attività produttive contribuiscono all’economia; promuovono lo sviluppo di famiglia e comunità; creano soluzioni innovative per fare fronte ai cambiamenti in condizioni fisiche e politiche difficili. In tante zone montane costituiscono ben oltre il 50 percento della popolazione.

Penso alla forza fisica e mentale impiegata per salire a certe altitudini e spostandomi geograficamente nella ricerca, scopro la storia di Raha Moharrak. La 25enne saudita è la più giovane donna araba ad aver raggiunto la cima dell’Everest (8848 m), la più alta montagna del pianeta, nonché l’unica saudita ad aver scalato una delle cime più alte e pericolose del mondo. Raha, studentessa universitaria a Dubai ma originaria di Gedda, ha raggiunto la vetta in compagnia di quattro alpinisti, tra cui il primo palestinese e il primo qatariota a scalare l’impervio ottomila.
La spedizione aveva l’obiettivo di raccogliere un milione di dollari per progetti scolastici in Nepal. Nel suo blog, la ragazza ha raccontato la sua esperienza, rivelando la sua lotta per avere il via libera della famiglia, «una sfida – spiega – difficile come scalare l’Everest». L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più conservatori del pianeta: le donne non hanno diritto di voto e, caso unico al mondo, non possono neppure guidare. È stata una doppia sfida per Raha, contro l’impervietà della montagna e contro la chiusura della famiglia. Questa ragazza ha vinto tutto.

Spesso il tema della montagna al femminile si accorda con la letteratura, vengono infatti alla mente il libro di Reinhold Messner “On top. Donne in montagna” o l’opera di Erri De Luca scritta con Nives Meroi, (Bonate Sotto- 17 settembre 1961). Nives ha scalato undici delle quattordici vette sopra gli 8000 m.s.l.m. (la scalata dello Shisha Pangma nel 1999 le è stata contestata e poi certificata nel 2007 da parte di Eberhard Jurgalski), tutte raggiunte senza l’uso di ossigeno supplementare e senza l’uso di sherpa. Sul suo blog è possibile leggere pensieri, racconti e lettere inviate a Nives e al marito Romano, al quale Nives è legata da un amore forte e da una passione comune.
È interessante indagare come le donne e la montagna si uniscano nella volontà di sfidare i limiti e di imporsi in un mondo da poco aperto al genere femminile.

– Stephania Giacobone –

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